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Su Netflix, il nuovo Kaufman: una cena, un amore, una vita nelle scatole cinesi del tempo

Una giovane donna di nome Lucy (Jessie Buckley) è in macchina con il boyfriend Jake (Jesse Plemons). Lui la sta portando a conoscere i genitori nella loro casa di campagna, lontano dalla città, fuori nevica. È il primo viaggio insieme. Si conoscono da poco.

Sto pensando di finirla qui (titolo originale I’m thinking of ending things) è il nuovo film di Charlie Kaufman, disponibile su Netflix da settembre 2020, adattato dal romanzo dello scrittore canadese Iain Reid.

In un’ambientazione quasi onirica, Lucy è presa dall’ansia dell’incontro dei genitori di Jake. Lui è entusiasta, lei riflessiva, dubbiosa, ripercorre con la mente il loro breve percorso insieme, prima della cena.

Un uomo anziano, che fa colazione nella sua cucina grigia, scandisce l’inizio del film.

Il tempo della cena si sussegue tra atmosfere allucinatorie, disagi e malumori coperti da risate troppo rumorose, discorsi vuoti. Lucy continua a ricevere telefonate da una certa “Lucy”, alla quale non risponde. Il tempo della cena non passa mai, fa invecchiare tutti troppo in fretta. Come uscirne? Lucy continua a chiedersi, durante il viaggio in macchina prima di arrivare a casa dei genitori – e durante la lunghissima cena – se questa non “è forse una scelta sbagliata”, se non sia meglio, appunto, “finirla qui”.

Ma che cosa? La cena? La sua storia d’amore? la vita?

Charlie Kaufman è bravissimo, da regista così come da sceneggiatore (Eternal Sunshine of Spotless Mind, Being John Malkovich), a deviare le intuizioni dello spettatore, a capovolgere la sintassi della storia e renderla chiara solo alla fine, dove dopo un balletto teatrale nella palestra del vecchio liceo di Jake, si coglie il vero senso del tutto.

Ma come sono arrivati lì?

L’apparente protagonista è una giovane donna piena di insicurezze sui forse troppi “sì” detti a Jake troppo in fretta, sul falsato senso di colpa femminile dell’aver portato questo comune incontro troppo avanti, per un timore amorevole di dire “no”, per un empatico senso di accettazione inconscia di ciò che in realtà non la convinceva fin dall’inizio.

Il film accoglie le sue riflessioni sulla storia d’amore appena comiciata, sulla sensazione nostalgica di un incontro, che sembra già trapassato remoto. Forse, dice lei, è una postura naturalmente umana quella del “lasciar andare le cose” di fronte alla vita che scorre, che va, come se non si prendesse davvero nessuna decisione. “Le alternative richiedono troppe energie”. Come saperlo?

Il viaggio mentale di Lucy, film nel film, si svela poi essere la sintassi di un’altra storia, quella di Jake.

Jake in macchina, all’inizio è giovane, pieno di iniziative, ama Lucy, e sogna: le parla di fisica come metafora affidabile della realtà, ma anche di poesia, come metafora sfuggente dell’umanità eterna (cita dei versi dei Lucy Poems tratti dalle Ballate Liriche di William Wordsworth).

Alla fine, l’uomo dell’inizio del film torna, è una persona comune con un lavoro qualunque, e si rivela essere il vero protagonista, che pensa, riflette, mentre lava i corridoi del liceo, dove anni prima sperava sogni lontani.

Jake, bidello a teatro, è così il protagonista di se stesso. Non è che il simbolo di una condizione esistenziale, un uomo che si interroga in permanenza sulle occasioni mancate, sui sogni svaniti, sui “troppo tardi” ingannevoli di una vita ormai rinchiusa in abitudini soffocanti.

Nel tempo di una cena, il tempo di Lucy e quello di Jake si intrecciano, diversi e muti.

Jake su un palco, alla fine del film, è l’attore (di se stesso? di tutti?), e riceve un premio importante, applaudito dalla platea, dove c’è anche Lucy, che è lì a guardarlo.

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La mise-en-scène delle diverse note della personalità umana, nella complessità di un tempo della storia tutt’altro che lineare, sembra essere il sujet dell’intera musica poetica di Kaufman, nella quale molto spesso la “finzione svelata” del teatro è lo strumento usato per rivelare gli spessori umani da raccontare.

Lo spazio architettonico, in Kaufman, kafkiano a dir poco, è il decoro cinematografico della psiche umana: la casa dei genitori di Jake, per la quale Lucy passeggia in un clima horror, si intuisce essere il cervello di Jake, e torna subito in mente Being John Malkovich.

Gli scenari di Kaufman richiamano alla memoria cinematografica i tentativi di raccontare la complessità delle percezioni umane che si dispiegano nello stesso spazio temporale, riflesse sulla personalità individuale, così come sulla realtà esterna, in fondo mai oggettiva.

Sua categoria preferita, il tempo appunto (ricordiamo Eternal Sunshine of Spotless Mind) è la variante indipendente che diventa lo strumento che complica la lettura, per poi lasciarla scoprire, districata e umana, come noi spettatori al cinema.

  • Francesca di Florio è un architetto e vive a Parigi. Porta avanti un progetto di ricerca dottorale sulla poetica della città industriale e il cinema europeo degli anni ’60 e ’70.

 

 

 

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