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#TFF38. Vera de Verdad di B. Catena. L’enigma di una bambina e di un incontro tra le stelle

La scena che alla fine rimane fissa in mente è quella di Vera-Marta Gastini che si risveglia – ritorna in vita – completamente nuda su una spiaggia di rocce e, stranita e impaurita, confusa e smemorata, cammina verso il mondo da cui era sparita in modo misterioso da bambina. I genitori, da due anni disperati, non si capaciteranno del fatto – inconfutabile, poiché lo dice il Dna – che Vera, di nuovo tra loro, anziché essere adolescente è incomprensibilmente una giovane donna.

La spiegazione c’è, pure se solo poetica e fantascientifica, chiamando in causa per la scomparsa di Vera il desiderio di totalità dei ragazzini, e poi due stelle che si incrociano nel cielo, i singhiozzi improvvisi dell’universo e, nella fattispecie, la storia di un uomo maturo (Marcelo Alonso) che muore e risorge dall’altra parte del globo, e in qualche modo intreccia il suo destino – i tempi stessi del respiro – con quelli di Vera.

Con Vera de Verdad debutta nel lungometraggio Beniamino Catena (Ancona, 1968), un ottimo curriculum tra Rai e Mediaset (Squadra Antimafia, Un passo dal cielo), che qui ha girato tra due esistenze e, quasi di conseguenza, tra due luoghi, la Liguria e San Pedro de Atacama in Cile, passando dalle rocce di Punta Crena al deserto sudamericano.

Ma se l’intento del regista è chiaro – “Vera de Verdad esplora il rapporto tra vita e morte, paura e accettazione, solitudine e unione con il Tutto. Vera, con la sua parabola narrativa, aiuta gli altri a vincere la paura di vivere e morire” – è molto difficile portare a casa un risultato che avrebbe avuto bisogno della penna di Julio Cortazár (di cui viene in mente il celebre racconto La notte supina) o dell’estro visionario, che so, di un Guillermo del Toro, per impedire che la vicenda dai risvolti astrali si accomodi nella realtà domestica di un quadretto famigliare, dove il padre strepita con la figlia che non riconosce e la mamma alza gli occhi al cielo. Ponendo così alta l’asticella, il film vive quasi inevitabilmente in volo tra alti e bassi – e in fondo è proprio il ritorno a casa con assolo dell’enigmatica Marta Gastini la parte più riuscita.

Sceneggiano con Catena, Paola Mammini (Tutta colpa di Freud, Perfetti sconosciuti) e Nicoletta Polledro, firmano la colonna sonora i Marlene Kuntz. Fuori concorso a #TFF38

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