UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

Immortali. Ricordando Gian Maria Volonté, cinquant’anni dopo I senza nome di Melville

Cinquant’anni oggi, il 18 dicembre 1970, usciva nei cinema Le cercle rouge – I senza nome, capolavoro di Jean-Pierre Melville, re del polar francese, cresciuto studiando la grammatica di Bresson e incoronato per il tempo sospeso e maestoso delle sue opere.

Da ragazzino, lo percepii come un poliziesco qualsiasi, pur se con attori francesi mitici (Yves Montand e Alain Delon) e ci trovai inaspettatamente la faccia selvatica, da vilain, di Gian Maria Volonté, già cattivo da western spaghetti per me (Per un pugno di dollari è del 1964), allora ignaro che esistesse un cinema alto, uno medio, uno basso, uno popolare, uno d’essai, nel periodo in cui il cinema era ancora un’arte per tutti e, per chi era poco più di un bambino, solo immaginazione e fantasia, magia.

Volonté-Vogel nel capolavoro di Melville, era un mago (cattivo): ricordate il lungo faccia a faccia tra lui e Delon nella campagna? Uno sembra appena uscito dal parrucchiere, l’altro dall’inferno, e questi cinquant’anni de I senza nome mi aiutano a ricordarmi meglio di lui.

Quando di recente ho letto La bomba, il libro di Deaglio su Piazza Fontana, mi ha colpito un’osservazione del giornalista: nota a un certo punto che il Volonté di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto assomiglia fisicamente al commissario Calabresi – il film, va precisato, è stato girato prima della morte di Pinelli e senza la sfera di cristallo.

Mi è parsa una coincidenza significativa, quella segnalata da Deaglio: mi ha permesso di accorgermi che Gian Maria Volonté – il detenuto Vogel del polar francese che mi aveva affascinato – scomparso 27 anni fa a 61 anni su un set di Theo Angelopoulos, assomigliava a molte persone che un tempo erano reali. Maledettamente reali. O, se non erano registrate all’anagrafe, avrebbero potuto esserlo. Per esempio, Volonté assomigliava al metalmeccanico Lulù Massa (come l’operaio-massa), quello che perde dita e lume della ragione in La classe operaia va in paradiso, ma pure allo ieratico e tormentato Aldo Moro (per quanto non citato esplicitamente) di Todo Modo – e ho nominato chissà come mai tre capolavori di Elio Petri.

Eppure, poiché lo ricordo ancora nei panni di Enrico Mattei in un biopic ante litteram di Francesco Rosi, che faceva la radiografia ai neri misteri del Belpaese, ciò accade semplicemente perché Volonté appartiene alla grande stagione del cinema civile italiano, come Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi sono sinonimi della nostra commedia.

Non a caso, alla spicciolata, mi vengono in mente altre storie girate tra i Sessanta e i Settanta: rivedo il sindacalista di Un uomo da bruciare dei Taviani, il Sacco e Vanzetti di Montaldo (era Vanzetti), i Banditi a Milano di Lizzani (era Cavallero) o Sbatti il mostro in prima pagina di Bellocchio (il caporedattore del giornale filo fascista). E tra parentesi: Volonté ritroverà nel 1986 lo pseudo-statista democristiano ne Il caso Moro di Ferrara.

Forse è per la carica di realtà presente nei film che faceva suoi, che diventavano suoi, che erano suoi: ai tempi Gian Maria Volonté veniva più venerato che amato. Pareva non possedere nemmeno le doti di paraculismo mediterraneo degli altri beniamini del grande pubblico. Non c’erano strizzate d’occhio o cuscinetti di pappa e ciccia tra lui, l’attore che sapeva incarnare l’Italia del post boom e della strategia della tensione, e noi povero pubblico, poveri cinefili. Insomma, ci trovavamo un po’ intimiditi e, potendo, non avremmo gradito rimanere bloccati in ascensore con lui.

Ricordo quando un mio amico, allora giornalista in erba, andò a intervistarlo in Sardegna, seconda patria di Volonté: alla fine, non ebbi bisogno di chiedergli com’era andata. Le pagine del giornale ritraevano un uomo difficile e quasi ispido, impegnato e torturato, che pesava le parole come le castagne che stava sbocconcellando durante l’intervista. Il mio amico disse solo: “Forse gli ho fatto mangiare troppe castagne”.

Ecco. Forse per trovare un Volonté più vicino, devo citare il secondo filone – lo so che semplifico, e di molto – in cui l’attore primeggiò e in cui lo applaudii da ragazzino, incapace di discernere l’arte sullo schermo di un cinema di quartiere, dove ho visto I senza nome ma anche poliziotteschi, musicarelli, i Sandokan e i Maciste.

Parlo del western spaghetti, servito anche in salsa messicana, da Per un pugno di dollari di Leone a Faccia a faccia di Sollima.

Muta la prospettiva sull’attore se siete stati bambini nei Sessanta: quando oggi qualcuno nomina Volonté, scomparso tot anni fa sul set di Theo Angelopoulos mentre cantava Bella ciao e rideva con le comparse, vi verranno in mente i film che in quegli anni erano prima di tutto popolari. Rammenterete i campi lunghi di Melville interrotti dai primi piani sul viso dagli occhi febbrili di Volonté.

Sentirete subito echeggiare nella vostra mente la frase del duello finale nel primo film della trilogia del dollaro: “Nel cuore”, intimava Clint Eastwood. Mira al cuore. Gian Maria Volonté sapeva farlo benissimo, e senza bisogno che glielo chiedessero.

I social: