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Allonsanfàn
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Sulle orme di Dino Campana, uomo e poeta, nella biografia di Gianni Turchetta

Ci sono storie che, a scriverle, durano una vita, libri che attraversano i decenni in edizioni aggiornate, corrette e arricchite, o addirittura scritte da capo. È nuova per esempio la biografia di Dino Campana – Vita oscura e luminosa di Dino Campana poeta, 292 pagine, Bompiani, 2020 – di Gianni Turchetta (Salerno, 1958): affrontata con tutti i crismi dell’attendibilità storiografica e della critica letteraria, ha un posto particolare negli studi del docente di Letteratura italiana contemporanea alla Università Statale di Milano.

La biografia dello scrittore di Marradi è stato il primo libro di Turchetta (Dino Campana, biografia di un poeta, Marcos y Marcos/Imagommage, 1985), licenziato con entusiasmo a 24 anni, su richiesta di due editori allora in erba, Marco Zapparoli e Marco Sansoni – biografia che ricomparirà in altra versione nel 1990 (solo Marcos y Marcos), quindi rivista e ampliata per Feltrinelli nel 2003, prima che Turchetta tornasse a lavorarci “vigorosamente” nel 2017 per pubblicare ciò che leggiamo ora: un libro inedito anche nel titolo, raddoppiato di pagine, con attenzione accentuata all’uomo Campana, al contesto in cui ha vissuto, e munito di un apparato critico e documentale che arriva ai più recenti studi sullo scrittore.

Per chi come noi ha sempre letto malamente Campana, è preziosa la chiarezza sul più nefasto dei luoghi comuni: Turchetta separa i gravi problemi psichici di Campana e la sua invece lucida poetica – è esemplare la ricostruzione del periodo di tensione che Campana vive durante la riscrittura de Il più lungo giorno, il suo manoscritto scomparso scelleratamente tra le mani di Papini e Soffici, che edito per la prima volta prende il nome di Canti Orfici.

Comunque. Campana sceglie di specchiarsi nel mito di Orfeo, di citare il Faust che anch’esso traffica coi morti – e intanto conferma l’influenza dello Zarathustra di Nietzsche, da cui trae importanti suggestioni sulla morte di Dio e l’Eterno ritorno, e sul farsi sé stesso (anche formalmente) “tramonto” – Campana sa cioè di giungere alla fine di una fase (carducciana) della poesia italiana e di trovarsi quindi a un’alba.

Il richiamo a Carducci va interpretato come conferma della consapevolezza e della volontà poetica di Campana – e le infinite correzioni ai Canti Orfici non sono mania ma rivendicazione di un’artigianalità severa e di un’etica della scrittura, di contro all’impostura attribuita a d’Annunzio.

Spiega Turchetta che Campana scrive e riscrive il libro apportando infinite correzioni – scendendo letterariamente semmai e non psichicamente nelle tenebre – perché i Canti Orfici sono per lui il senso ultimo e la giustificazione stessa della sua vita, la quale finisce come noto nel gennaio 1918, con l’internamento in manicomio, da cui esce morto nel marzo 1932. È quindi profondamente sbagliato confondere “l’ossessione variantistica del poeta con un effetto del suo squilibrio psichico”.

Rileggendo Turchetta, abbiamo provato un senso di malessere per l’indifesa trasparenza di Campana e l’incontenibile bisogno di accettazione, mentre ha in mano il suo libro stampato male ed è zimbello tra i letterati dei caffé fiorentini, colti e scafati, che lo sfottono e l’aizzano, e ci lasciano di lui le loro innocenti testimonianze con nascosto dentro il veleno.

Le mosse di Turchetta per mettere in solaio la leggenda (detta in modo rozzo) di un Campana-maudit-pazzo-da-legare prevedono anche istruttive citazioni da Papini sproloquiante di guerra con tanto “cinismo, violenza e stupidità” (in Amiamo la guerra, Lacerba, ottobre 1914) che, per stare al confine tra sanità e follia, appare lui ben più matto del povero e malvestito “uomo dei boschi” di Marradi.

Vero è che la miseria, i guai della salute fisica, l’intensificazione dei deliri persecutori – dopo tanti rifiuti patiti dal mondo a cui Campana ha risposto per così dire singolarmente – preparano una sorta di “negazione estrema di sé”, quasi una “autodistruzione per ritorsione”, che segue l’unico amore femminile di Campana – fatto salvo il fantasma di donna che è per lui la Poesia -, quello per Sibilla Aleramo.

Comunque. Turchetta scrive limpidamente (la biografia è storia e racconto), procede con la prudenza di chi ha studiato per una vita, fa un regalo al lettore del molto che sa. Al termine, abbiamo letto una “storia che se non proprio un inno alla libertà è stata certo un grido di dolore contro la violenza delle istituzioni”, famiglia, piccola Italia, società letteraria, manicomio…

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Campana è andato quasi di moda, tanto tempo fa, dentro e fuori dalle università. Piaceva a noi ragazzi degli anni Settanta avere in patria un poeta maledetto, un vero maudit. Sciocchezze – seguivamo il luogo comune di cui sopra, che il miglior poeta è un pazzo, uno sradicato possessore del delirio, e che magari Scardanelli batte in breccia Hölderlin, ignorando che – qui Turchetta cita Michel Foucault – “dove c’è opera non c’è follia”.

Campana lo santificò e sequestrò poi in modo burbero e piacione lo scrittore Sebastiano Vassalli, autore del best seller La Notte della Cometa (Einaudi, 1984) e difese quindi antipaticamente il territorio – un episodio di questo comportamento lo racconta in modo elegante lo stesso Turchetta – come se avesse solo lui, romanziere, il diritto di scrittura su tutto ciò che riguardava il poeta di Marradi (1). Altra sciocchezza – i nuovi Baci Perugina con sopra i versi di Campana (forse) li ha messi per primo in commercio proprio Vassalli.

Un viaggio chiamato amore, il film del 2002 di Michele Placido

Il Campana “scientifico” del professor Turchetta serve a liberare da un mito fuorviante il poeta e a restituirlo a tutti per lo scopo più naturale: leggere o rileggere i Canti e recuperarne l’utopia di libertà. Conclude Turchetta: “…tutta la follia, la miseria, il dolore, il non senso della vita di Campana possono e devono valere a farci meglio sentire la forza della sua poesia, la tenacia e il coraggio della sua scommessa, vittoriosa, contro il caos…” e questo “grazie a un progetto consapevole, a un gesto intenzionale, e a una padronanza… delle istituzioni della letteratura…”. Del resto i Canti Orfici non ci interessano perché parlano delle stramberie del suo infelice autore, ma perché parlano di noi.

IL LIBRO Gianni Turchetta, Vita oscura e luminosa di Dino Campana poeta, Bompiani

(1) Il problema non attiene solo al notorio cattivo carattere di Vassalli: coinvolge invece la tradizione del pasticcio biografico popolare per istruire le masse, il quale ha ripreso vigore, in altre forme, nel fiorire della narrativa ibrida, mista, degli ultimi decenni, contaminante storia pubblica e privata, saggio e romanzo, invenzione e memoir… In fondo, forse, basterebbe solo sapere di volta in volta che cosa abbiamo in mano quando apriamo, per dire, il Mussolini di Renzo De Felice o l’M “stregato” di Antonio Scurati.

 

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