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Quattro Strade, tanto da imparare. Il corto di Alice Rohrwacher su MUBI

In italiano c’è un’espressione intraducibile legata al numero quattro: quattro strade, quattro cocci, quattro libri, quattro amici. Vuol dire alcuni? Non proprio. Quattro è al tempo stesso un numero scelto e anche non tanto calcolato, un insieme non definito ma che è abbastanza riempito per essere il necessario, ciò che basta.

Eravamo quattro amici al bar.

Ha usato una camera da presa presa chissà dove, dovrebbe raccontarcelo lei, Alice Rohrwacher, regista di questo cortometraggio documentario onirico, dove onirico vuol dire così vero che sembra un sogno.

Quattro strade è uscito su MUBI il 14 maggio, in mondovisione, tranne che in Cina.

Ha usato anche una pellicola scaduta (perché scadono le pellicole non si sa), e uno zoom per avvicinarsi alle persone. Perché lei non poteva.

Avvicinarsi alle persone da lontano.

Fare uno zoom sulle persone.

Difficile a dirsi e a farsi quest’anno.

Sì sì, si può dire che non ne possiamo più neanche delle piattaforme cinematografiche online, di questo miscuglio mediatico perpetuo, che con una vocina sottile ci dice che, anche se non abbiamo vicini estranei al di là del bracciolo ricoperto di velluto rosso, stiamo comunque guardando un film.

Del pretendere di andare al cinema attraverso uno schermo sempre acceso posato su libri voluminosi, per fortuna non ci siamo abituati neanche un po’.

Non si sa bene quanto tempo abbiamo passato davanti a queste luciastre troppo chiare degli schermi piccoli e mai abbastanza profondi nonostante i 4K, e per fortuna le immagini di questo cortometraggio non vorrebbero avere la risoluzione della realtà, ma parlano di vita vera.

Non sono mai nitide, come i ricordi.

Chi vuole avere ricordi davvero nitidi? Non ci sarebbe spazio per raccontarseli mille volte, ogni volta aggiungendo un particolare che rende più vera la verità che ci diciamo, che abbiamo bisogno di dispiegare in un film, per esempio.

Alice Rohrwacher l’aveva già fatto in Le Meraviglie (2014), e nell’ultimo premiato a Cannes, Lazzaro felice (2018), tra gli altri. Il suo più recente film, con l’artista francese JR, Omelia Contadina (2019), è stato alla Mostra del Cinema di Venezia l’anno scorso.

Nel cortometraggio c’è una stradina sterrata. Le stradine sterrate si riconoscono solo per la presenza del doppio solco prepotente delle ruote delle macchine che le percorrono, che le definiscono. C’è un fascino strano nell’erba che cresce lì nello spazio di mezzo, tra le due ruote che tutti i giorni ribadiscono che lì sotto, dove passano loro, l’erba non deve crescere.

E allora l’erba cresce in mezzo, tra i due solchi delle ruote, con tanto di piccoli fiorellini e di foglioline alte. Da dentro la macchina, passando, l’erba la si sente sotto ai piedi che quasi sorregge quel mucchio di ferraglia su ruote.

Nel cortometraggio i personaggi sono Enza e poi Claudio, solitari già prima della pandemia. Altre persone. Ci sono fiori sul tavolo e piantine di basilico.

Alice Rohrwacher ci parla, si parla, racconta.

C’è tanto da imparare, lavoro e immaginazione, dice lei, che strano affascinante connubio di parole.

Il film inizia così:

“Non so usare questa vecchia macchina, e la pellicola che ho, è scaduta”.

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