UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

La disperata vitalità di Pasolini

Come in un film di Godard: solo
in una macchina che corre per le autostrade
del Neo-capitalismo latino…

Non ho potuto, come Pier Paolo Pasolini, avere nostalgia di un’età dell’oro, essendo nato in un periodo che sarebbe già stato omologato da poteri più forti e impersonali del fascismo, della Dc o della stessa Chiesa Cattolica, né tantomeno ho un’idea di che cosa fosse il sottoproletariato romano scoperto e poi idoleggiato dal poeta negli anni Cinquanta.

Sono però rimasto attaccato a un frammento di una poesia di Pasolini, il poemetto Una disperata vitalità (Poesia in forma di rosa, Garzanti 1964), che incomincia con i versi riportati sopra e partecipa a una stagione spalancata sull’inferno di un’Italia che Pasolini disconosce – per la cronaca l’ultima raccolta di poesie sarà Trasumanar e organizzar (Garzanti 1971).

Nell’inscenare anzi nel battere un ciak sulla propria morte – “come in un film di Godard”, è al volante di un’Alfa mentre gli scorre intorno un paesaggio di ottundente miseria e ferocia – il poeta non adopera metriche tradizionali, non scrive in terzine, ma si serve di un più utile italiano prosastico e duro, il concitato avanzo di un’invettiva interminabile, che a un certo punto inciampa in un aforisma:

La morte non è
nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi
.

Quasi un Bacio Perugina (“una fiacca pensata”). Ma chi è che non comprende? “Coloro che non ci appartengono più”, spiega Pasolini nel proseguimento del poema a una giornalista-cobra – povera donna – che gli sta facendo domande da cretina. E coloro che non ci appartengono più sono i giovani che, spinti da un soffio della storia, hanno portato altrove le loro innocenti gioventù…

Ecco. Pasolini si sente vecchio anche se oggi è difficile credere che fosse vecchio, e quindi arreso e sorpassato, quest’uomo perennemente in battaglia, anche perché puntato con costanza dal faro del disprezzo acceso dai portavoce di orribili maggioranze silenziose. Pasolini vecchio? Ma no, e infatti desta persino sorpresa accorgersi che è morto a soli 51 anni – 11 anni dopo aver licenziato Poesia in forma di rosa – e che il 5 marzo del 2022 scocca il centenario della nascita…

Eppure. Con Una disperata vitalità siamo già dalle parti del mortuario e apocalittico Pasolini degli Scritti Corsari e delle Lettere Luterane, e del cinematografico mix tra Salò e il marchese de Sade, un periodo le cui parole e immagini profetiche (difficile usare un altro termine) si confondono nella memoria con le differenti versioni del massacro di Ostia, entrato per ottundimento dei media e nostro nell’opera stessa di Pasolini, come fosse un’estrema prova del suo inguaribile decadentismo.

Sono gli anni e le furenti disperazioni che ancora una volta ho ripercorso per prime, andando subito alla fine del libro, quando ho avuto in mano la nuova versione – arriva a 12 anni dalla prima – di Morire per le idee. Vita letteraria di Pier Paolo Pasolini (Bompiani) di Roberto Carnero.

Il motivo è duplice: quello è il Pasolini che conosco un po’ perché è l’unico che ho vissuto quasi “in diretta” e poi quello è il momento in cui l’“ideologia” di Pasolini si precisa in modo quasi spettacolare, facile per tutti (raccolgo il giudizio snobistico di Alfonso Berardinelli): aprendosi alla condanna senza appello della società del consumo, si dirama in metafore che rimarranno appiccicate fino a oggi al nostro senso comune (le lucciole scomparse, il Palazzo…), mentre Pasolini tracima pure dalle pagine del Corriere della Sera, il giornale della borghesia, del miserabile uomo massa che il poeta polemista di Passione e ideologia (il suo binomio elettivo) ha in parte raccattato da Marcuse e che disprezza quant’altri mai.

Il libro di Carnero (Novara 1970, già ben noto a tutti quelli che amano Silvio D’Arzo) è una sorta di enciclopedia pasoliniana, costruita su una vasta bibliografia, che prova a ricondurre a un percorso artistico unitario i grandi temi e i momenti di un’esistenza in movimento. Ma si legge bene anche a pezzi, andando avanti e indietro negli anni: io l’ho usato subito per fare ordine e disordine tra i libri di e su Pasolini che si sono accumulati, alcuni consumati altri intonsi, sui miei scaffali.

Leggendo Carnero, sono tornato per esempio ai punti nodali della poesia di Pasolini, alle Ceneri di Gramsci (Garzanti 1957) e poi a La religione del nostro tempo (Garzanti 1961), dove il lirico e politico Pasolini scopre la consonanza con il sottoproletariato e rivolge il suo disprezzo alla borghesia, quella storica e quella intesa come stato mentale – il borghese come malato vampiro il quale crede che tutto si può possedere, tutto è acquistabile.

In Canto popolare ritrovo una eco antica di Una disperata vitalità, ma di opposto segno, quando il poeta dice che il popolo non è abbagliato dalla modernità

benché sempre
il più moderno sia esso, il popolo spanto
in borghi, in rioni, con gioventù
sempre nuove – nuove al vecchio canto –
ripetere ingenuo quello che fu.

Questo sogno esso stesso ingenuo in Una disperata vitalità si è già esaurito: mentre torna su un’Alfa dall’aeroporto, nel giorno immaginato della propria morte, Pasolini vive invece un incubo di incomprensione e sradicamento. Il suo popolo, il sottoproletariato, che esistesse o meno, ma che Pasolini ha così a lungo vagheggiato, intensamente amato come ha amato il quasi figlio Ninetto Davoli, o tentato di comprare lui stesso trasformato in borghese consumista, il suo popolo, reale o immaginario che fosse, ormai se ne è andato.

Appunto. Ho citato in queste poche righe più di una volta questo fantomatico sottoproletariato per accorgermi alla fine che per Pasolini non è una categoria sociale, politica o storica, ma una visione poetica e una categoria del sentimento – soltanto questa interpretazione, almeno, può trarre oggi Pasolini, sprezzante invece verso i giovani sessantottini, dall’impiccio di passare per uno spacciatore di falsi miti regressivi popolati da poveracci dal capo chino e con i pantaloni rattoppati di cui non si vergognano perché puliti. Solo questo trae dall’impiccio lo spettatore quando assiste per esempio alla lezione del soi-disant “figlio di papà” Pasolini a un ignorante, e in realtà molto dubbioso, giovane Ninetto sul fatto che le di lui radici si mescolano con chi popola le terre non industrializzate d’Asia e d’Africa. La lezione da pedagogo – da confrontare con quella a un immaginario ragazzo di nome Gennarino nelle Lezioni Luterane – a suo modo è imperdibile (e, se vi pare, pure ridicola) e si può recuperare nell’encomiastico La voce di Pasolini, film del 2006 di Mario Sesti e Matteo Cerami, il quale docu ha il pregio di proiettarsi nel dopo Salò cinematografico, ricostruendo la trama di Porno-Teo-Kolossal. Ma questo lo lasciamo per una prossima volta. Per ora ci fermiamo a una disperata vitalità e a una altrettanto disperata solitudine.

I LIBRI Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa (Garzanti). Roberto Carnero, Morire per le idee (Bompiani). Su Pasolini uomo solo, una lettura qui


Credit: Pasolini davanti al Cristo di Masaccio by Simonetta Di Zanutto is licensed under CC BY 2.0. Ansa

I social: