UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

Capello, il professionista

Non date mai del friulano a un triestino perché rischiereste una denuncia con tanto di richiesta danni. Naturalmente è una battuta, ma in realtà i triestini sono giuliani, rappresentano cioè l’altra metà del Friuli Venezia Giulia. Parlano un dialetto simile al veneto, non il friulano, che non è un dialetto ma una vera lingua davvero incomprensibile.

Fabio Capello è di Pieris, una frazione di San Canzian d’Isonzo in provincia di Gorizia. Ma per una vita quasi tutti quelli che hanno parlato delle sue origini nei giornali e in televisione lo hanno definito erroneamente friulano. Sarebbe più corretto chiamarlo “bisiaco”, come si definiscono quelli di quella zona, tra cui un altro allenatore, Edoardo Reja da Gorizia.

Una sera a cena a Roma, quando faceva il commentatore tecnico delle partite trasmesse da Mediaset, Capello rimase sorpreso dalla mia conoscenza delle sue origini e parlammo a lungo della differenza tra le due anime della sua regione.

Don Fabio ora fa l’opinionista su Sky, ma ha un passato di grande allenatore. Ha vinto tutto col Milan del dopo Sacchi, ha conquistato scudetti col Real Madrid, con la Roma, con la Juventus (successivamente cancellati dalle sentenze di Calciopoli). Poi è stato CT di Inghilterra e Russia. Ha fama di duro coi giocatori e qualcuno lo trova antipatico. Del resto i tratti somatici non sono certo quelli di un uomo facile e incline ai compromessi.

Prima di essere allenatore, è stato manager e dirigente della polisportiva della Fininvest, che comprendeva rugby, pallavolo e hockey su ghiaccio. Poi, quando Berlusconi gli chiese di guidare il Milan alla fine della stagione 1987-87, prendendo il posto dell’esonerato Nils Liedholm, qualcuno disse che così il presidente avrebbe finalmente coronato il suo sogno di dettare la formazione dei rossoneri.

Nulla di più sbagliato, perché Capello dimostrò sin dal primo momento di non essere uno yesman e di saper prendere decisioni in assoluta autonomia. E lo confermò successivamente, quando lasciò il Milan nel 1996 per allenare il Real Madrid e guidarlo alla conquista della Liga.

Vinse lo scudetto con la Roma nel 2001, ma i tifosi giallorossi non gli perdonarono mai la sua assenza alla grande festa di popolo al Circo Massimo. Capello era stato giocatore della Roma, anni addietro, e conosceva bene pregi e difetti di una città che tende a esaltarsi e a deprimersi nel giro di poche ore. Lui portò equilibrio, organizzazione e professionalità.

I tifosi della Roma gli rimproverano anche lo scudetto buttato nella stagione successiva, pareggiando ripetutamente con le ultime otto squadre della classifica per un eccesso di cautela. Scapperà da Roma in una notte d’estate per andare ad allenare la Juventus. E pure questo è un tradimento inaccettabile per la tifoseria romanista.

Fabio sapeva essere molto duro anche con la stampa romana, o almeno con una certa parte di essa. Non sopportava i ragazzini delle radio private, quelli che si presentavano a Trigoria e gli mettevano il microfono sotto il naso senza prima chiedergli se volesse parlare. Quando proprio non poteva esimersi, perché se li ritrovava di fronte in conferenza stampa, rispondeva alle loro domande nel modo più asciutto possibile, spesso con monosillabi. Era invece professionale e disponibile con noi vecchi cronisti.

Fabio Capello

Fabio accetta e mi dà appuntamento per la settimana successiva a Trigoria. Finita la conferenza stampa generalista, ci spostiamo a bordo piscina, ci mettiamo a sedere e io appoggio sul tavolo il registratore.

“E questo cos’è?” mi chiede Fabio, con cui ci diamo del tu da anni, mentre davanti alla tv è di rigore il “lei”. “È un registratore, Fabio” gli rispondo. “È per tutelare te, per essere certo di riportare esattamente le tue parole”.

“Non ce n’è bisogno” ribatte. “Mi fido di te, so chi sei”.

Lo ringrazio e partiamo con l’intervista, mentre io trascrivo sul blocco le risposte. A un certo punto butto lì una domanda pericolosa: “Non pensi che ci sia una grande ipocrisia nella lotta al doping in Italia? Negli Stati Uniti i controlli antidoping negli sport professionistici come basket, hockey su ghiaccio e football americano danno per scontato che non si possa andare a pane e acqua, e infatti cercano solo cocaina, eroina, marijuana, hashish e così via”.

“Sono assolutamente d’accordo” la sua risposta. “Non è pensabile che un calciatore giochi 70 partite a stagione soltanto alimentandosi correttamente. Così come la gente deve chiedersi se per un ciclista sia possibile scalare sei colli di prima categoria in due giorni, oppure avere cinque atleti capaci di correre la finale olimpica dei 100 metri piani sotto i 10 secondi netti. Ma potrei continuare con altri esempi”.

Quando esce l’intervista c’è un certo trambusto, viene ripresa da tutti i quotidiani, molti colleghi mi chiamano per farmi i complimenti. Ne sono felice, naturalmente, ma anche un po’ preoccupato. Non avevo utilizzato il registratore: e se Capello avesse smentito tutto?

I dubbi e le preoccupazioni svaniscono qualche giorno dopo, quando mi reco a Trigoria per la consueta conferenza stampa di vigilia di una partita di campionato. Alla fine Fabio si avvicina e mi dice: “Complimenti, molto bella l’intervista”. “Il merito è solo tuo” ribatto. “Anche se ho temuto che facessi una smentita alla tua risposta sul doping, visto il putiferio che ne è nato”. E lui: “Dovresti conoscermi, dopo tanti anni che ci frequentiamo. Lo sai che rispetto il tuo lavoro come tu rispetti il mio. Per quale motivo avrei dovuto smentire una cosa che avevo detto?”.

Tiro un sospiro di sollievo e lo ringrazio. Ecco cosa significa avere a che fare con professionisti seri.

Credit foto in apertura: “South African schoolkids have a Fabio meeting” by DFID – UK Department for International Development is licensed under CC BY-NC-ND 2.0. Foto al centro: Austria vs. Russia 20141115 (122).jpg” by Steindy is licensed under CC BY-SA 3.0.

I social: