In una baracca di Birkenau, quando gli Alleati sono ormai a un tiro di cannone, incontriamo in una lunga e funebre veglia la prigioniera Maria, madre del neonato Jan, pronta alla fuga ma in preda all’angoscia. Accanto a lei sta morendo la ragazza Polja, brutalmente percossa, che fino ad allora era stata salva perché, violoncellista, suonava per i carnefici.
Maria teme che, se rimarrà immobile un attimo di più, il suo corpo si dissolverà come quello di Mr. Valdemar nel celebre racconto di Edgar Allan Poe e il fantastico irrompe in un lampo nell’incubo realistico del lager.
Lo annoto perché più tardi in un raggelante rimando gotico, quasi horror, seguendo la memoria di Maria ci imbattiamo in una pagina straordinaria: si racconta di Aniela, una ragazza ebrea nascosta ai persecutori in una bara nella bottega di un becchino – il ricorso a Poe, e a una spaventevole e feticistica reificazione dell’umano, diventa quasi un virtuosismo.

Ma torniamo alla scrittura del reale. Maria ricorda la donna nella bara mentre cerca un cenno di Jeanne, sua saggia complice, e intanto spera di essere salvata dal misterioso Max e dispera di riunirsi a Jakub, il medico padre di Jan, cui è stata chiesta complicità negli esperimenti del dottor Nietzsche alias Josef Mengele…
Danilo Kiš ha intitolato Salmo 44 il suo romanzo giovanile, edito oggi da Adelphi – e giovanile e vivissimo Kiš sarà sempre perché morirà grandemente incompiuto, poco più che cinquantenne, nell’ottobre del 1989. Una piccola targa bianca in rue Arthur-Groussier ricorda il suo ultimo indirizzo parigino.
Comunque. Danilo Kiš scrive Salmo 44 nel 1960, (credo) per un concorso e quasi per programma prova a contrastare “la resistenza latente che esiste nei confronti della tematica ebraica all’interno della realtà jugoslava”.
È e sarà uno scrittore della memoria Kiš, per esempio quando architetta le complesse strutture di Clessidra, romanzo culmine della trilogia della famiglia, o quando compila le sue enciclopedie di scomparsi, siano morti ignoti o noti scrittori che lo hanno preceduto (questi ultimi nei racconti di Il liuto e le cicatrici, Adelphi 2014), e nelle pagine d’esordio licenzia “una sorta di reportage romanzesco sull’universo concentrazionario tedesco” (dice), che è insieme una variegata e stravolta partitura fatta di flashback e scorci in flusso di coscienza, nutrita di elementi autobiografici e di (troppo?) eleganti citazioni letterarie. Il termine di uso giornalistico reportage risulta quanto mai riduttivo, a meno che non designi una precipitosa neccessità di raccontare.

Ma come mai Kiš ha scelto per titolo e mette in esergo il Salmo 44? Forse perché in esso Davide dice pressapoco (copio e incollo dal web): “Dio, ci hai consegnati come pecore da macello, ci hai dispersi in mezzo alle nazioni. Hai venduto il tuo popolo per niente, sul loro prezzo non hai guadagnato. Ci hai resi ludibrio dei nostri vicini, scherno e obbrobrio a chi ci sta intorno…”. Di fronte a tante ingiustizie e sconfitte accade di pensare che Dio non esiste oppure che è stato inventato da noi, e magari poi da noi ucciso. La morte di Dio, che è un’eventualità filosoficamente più sconvolgente, viene richiamata dal nome stesso di un personaggio, il dottor Nietzsche.
Leggere Salmo 44 provoca una sensazione di spiazzamento e stupore continuo per il talento e l’abilità di Kiš, che scrive con la concentrazione e gli scarti fulminanti di un poeta restando però agli ordini di una trama – ne sono la prova, se ci fosse bisogno, le pagine finali. Nota di merito a chi ha tradotto (Manuela Orazi) questa scheggia di capolavoro, il primo di altri capolavori…
A margine su Kiš e la memoria, come dicevo sopra. L’impegno dello scrittore di Subotica si svolge sempre su terreni, anche molto personali, dove il ricordare è bruciante. All’opposto temporale di Salmo 44, cioè appartenente al termine della sua vita, scopro un documentario (poi tradotto in libro), La vita nuda (Mimesis 2021).

Già gravemente malato, nel maggio del 1989 Kiš si reca in Israele e intervista davanti alla cinepresa dell’amico Aleksandar Mandić, due donne: Jenny Lebl ed Eva Nahir. Scampata alla Gestapo, Lebl conosce sotto Tito il famigerato campo di prigionia dell’Isola Calva (Goli Otok), dove rimane dall’aprile 1949 all’ottobre 1951. Liberata, emigra in Israele, e lì incontra un’altra ex detenuta di Goli Otok, Eva Nahir… C’è qualcosa di profondo che unisce l’arte – Kiš è uno scrittore “letterato”, imbevuto di lettere, come i grandi scrittori del Secolo Breve – e l’engagement dell’uomo? È la cicatrice. Kiš non ama le persone che si divincolano tra i fatti della vita come lombrichi, coloro che escono dalle situazioni affrontate senza un graffio o un segno. Cita Virgilio (e Dante): “Agnosco veteris vestigia flammae, arricchito da una cicatrice”.
Abbiamo già scritto di Danilo Kiš qui



