“Com’è cresciuta tua madre, Georges, quando suo padre morì e lei era solo una bambina di cinque anni? Quante volte te lo sei chiesto. Quante volte hai immaginato la casa di rue Feronstrée 37, a Liegi, in cui era vissuta insieme alla mamma e alla sorella Félicie”. Gianni Da Campo, regista, scrittore e traduttore, si è scelta la tranche più difficile nel saggio tripartito Simenon, l’uomo nudo. Un testo che data 2004 e che è riproposto oggi dall’editore Altreconomia, cui spetta il merito di aver resuscitato la Piccola Biblioteca Morale, cioè la “collana di pensiero radicale” di Goffredo Fofi, purtroppo scomparso proprio in questi giorni.
Da Campo si rivolge direttamente a Simenon in una lettera che riecheggia la celebre Lettera a mia madre dello scrittore belga, il testo chiave che, detto di sfuggita, tradotto da Giovanni Mariotti, ha resuscitato le fortune di Georges Simenon in Italia – fu tra i primi libri riproposti da Adelphi, nell’accorta scelta di Roberto Calasso.

Ma anche il secondo relatore di Simenon, l’uomo nudo, Claudio G. Fava, il volto del cinema in tv (per chi ha una certa età), volto contraddistinto dal garbo di un sorriso e di un immancabile cravattino a farfalla, si è scelto una gatta da pelare. Parlare di uno dei due (ma sono due?) Simenon, il meno nobile: “…quel che ho sempre circondato di una fedeltà senza incrinature e abbandoni, sempre difendendolo e amandolo contre vents et marées (banalmente, se vogliamo, da perfetto piccolo borghese della lettura quale fuor di dubbio io sono), è […] il minuzioso, settoriale, da alcuni snobbato, apparentemente facile e tollerante ma in realtà ferocissimo Simenon, circoscritto inventore quasi involontario di Maigret, cantore di un mondo di delitti, spesso piccoli, di personaggi spesso banali, di indagini spesso apparentemente svogliate nelle zone semigrigie del tradizionale universo poliziesco di Francia”.
Il saggio di Claudio G. Fava è godibile e utile, specie nel finale, quando affronta la riproduzione visiva, cinematografica e tv, delle avventure del commissario. Peccato che l’elenco sia aggiornato al 2004 e il limpido giudizio sulla folla di attori che impersonarono Maigret si fermi sul cupo (e molto apprezzato da Fava) Bruno Cremer.
Spetta al terzo autore della staffetta, sua maestà Goffredo Fofi, tirare magistralmente le fila del discorso. Fofi sfata il mito di Simenon dongiovanni, scarta la malevolenza della biografia di Pierre Assouline, che cercava prove di un latente collaborazionismo – lo scrittore di Liegi era un rigido conservatore non un infame – certifica un Simenon introverso e infelice “sempre” e “da sempre”.
Nella ricerca disincantata dell’“uomo nudo” dietro l’“uomo sociale”, che caratterizza i romanzi del belga, si celerebbe il desiderio di identificarsi, quasi di farsi compagnia, con i personaggi infelici e solitari, diseredati e falliti delle sue opere. Inequivocabile lettura delle Memorie intime e spiegazione del perché, al fondo, noi amiamo Simenon tenendolo tra i best seller? Oppure: troppo facile psicologismo di Fofi?
Comunque sia, diceva Simenon: “È stato in uno dei miei Maigret, credo, che ho coniato l’espressione ‘riparatore di destini’ attribuendo al mio commissario la stessa confusa aspirazione che nutrivo io”. Fofi aggiunge: “un’aspirazione che egli non ha saputo o non è riuscito a far agire nella vita delle persone (delle donne) che ha avuto più care”.
Convince il paragone letterario con Graham Greene e, soprattutto, l’evidenza di una parentela comune. Scrive Fofi: “Più figlio di Conrad che di Kipling, il secondo [Greene], e più affine a Bernanos che a Gide, il primo [Simenon]. Ma entrambi nipoti dei maestri russi, soprattutto del tormentato mondo dostoevskiano (divulgato anche attraverso il fertile filone del romanzo popolare) che possiamo definire etico-psicologico”.
Insieme a Alfred Hitchcock e Fritz Lang, poi, Simenon e Greene contribuiscono a rendere adulto il genere del “giallo”. Un’adultità raggiunta – e non per caso Fofi cita due registi per completare il suo quartetto – all’interno “della cultura di massa nella fase della sua modernizzazione industriale”. Scegliendo come domanda da risolvere non “chi l’ha fatto?”, ma “perché l’ha fatto?”…
A questo punto, conviene ricercare le Memorie intime: tradotto da Laura Frausin di Guarino, si trova in edizione Adelphi. E scorrere i Simenon migliori secondo Fofi, sapendo che per fortuna ce n’è sempre uno che non abbiamo ancora letto…
Nella foto, Simenon a Milano nel 1957, la fotografia è di Emilio Ronchini



