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L’insoumis. Léa, Alain e la Déesse

Al cinema, cioè nella fiction, Léa Massari non portò gran fortuna a Alain Delon: ne La prima notte di quiete (1972), il film riminese di Valerio Zurlini, era la preoccupazione per lei, compagna malamente abbandonata, che distraeva il professor Dominici e lo conduceva verso il fatale incidente stradale.

Ma l’attrice italiana, nei panni di un avvocato francese – bella e nobile d’animo – anche nel 1964 aveva diviso con Delon una disperata corsa in automobile.

Questa volta erano in due, nella notte e sotto la pioggia battente, a bordo di una Citroën DS – non la vecchia Citroen Traction Avant di modernariato de La prima notte di quiete. Il film è L’insoumis, in Italia tradotto come Il ribelle di Algeri, per i Paesi di lingua inglese The Unvanquished.

Il personaggio di Léa Massari era ispirato a Mireille Szatan-Glaymann, esponente coraggioso e disobbediente del PCF che aveva difeso dei militanti dell’FLN ed era stata sequestrata dall’OAS (googlate se le sigle non vi dicono niente). Quello di Delon, invece, era un carattere inventato: tal Thomas Vlassenrootd, ex legionario nato in Lussemburgo, figlio di apicoltori, sperduto esistenzialmente nel mondo degli ideali, che partecipa al rapimento della donna ma poi la libera perché forse, anzi di sicuro, si è innamorato.

Con L’insoumis ricordo l’icona Léa Massari appena scomparsa (23 giugno 2025) – era iconica, passatemi l’aggettivo sfinito dall’uso, una volta si sarebbe detto chic e ieri cool, essendo inconfondibile la sua presenza e il suo talento ovunque appaia. Léa Massari era una figura aristocratica nel senso di manifestamente superiore all’alta classe delle dive a cui apparteneva e tanto più affascinante, come ne L’insoumis, quanto più composta e fiera nel momento in cui per amore viola tutte le regole del canone borghese. E ricordo pure Delon, che se ne è andato l’anno scorso (18 agosto 2024), anche lui come Massari gravitava qui intorno all’asticella dei trent’anni, impavido e cocciuto al modo dei giovani che non sopportano il falso acquattato dietro le regole.

È giusto che li porti all’altare della rovina la Citroen Déesse, cioè la Dea o la Diva della vetture che, nella semiotica degli oggetti cara a Roland Barthes, aveva un valore mitologico, era versione moderna delle cattedrali gotiche, e insieme un significante di passaggio… “rappresentando la sintesi ideale, fra l’automobile potente, meccanicamente perfetta e perciò ‘sportiva’, e la domesticità dell’auto-rifugio, comoda e accogliente” (Gianfranco Marrone, R. B. Parole chiave, Carocci 2016). Léa guida assorta, Alain le si dissangua a fianco.

L’insoumis Léa Massari Alain Delon Déesse
Massari con Delon in Citroën

Ai tempi il film dell’onesto Alain Cavalier, che era quasi un noir, non piacque affatto. Saranno stati i tagli (più di 20 minuti), costretti da Mireille Szatan-Glaymann, saranno stati troppo vicini i fatti d’Algeria: L’insoumis venne snobbato sia in versione completa sia in quella accorciata, fu visto da quattro gatti, con grande scorno di Delon, mattatore e per la prima volta produttore di una sua pellicola.

Riguardato oggi, in versione (credo) integrale e in francese, a sbafo su YouTube, trovo L’insoumis così bello e l’amore impossibile tra i due attori – l’avvocato buono e il ragazzo cattivo uniti nella interminabile e dissennata fuga – così struggente, che non posso che consigliarlo. Grazie Léa, grazie Alain, sarete per sempre in viaggio su una Déesse.

A margine. Chiudo il conto con la mia memoria rammentando che The Smiths scelsero uno dei frames finali del film per la copertina dell’Lp The Queen is Dead. Non Léa ma Alain morente un attimo prima di chiudersi, da solo, gli occhi.

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