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J’écris l’Iliade. Pierre Michon e la grande letteratura

La quotidianità e il mito, il comico e l’epica, l’alto e il basso, in un vortice intrecciati. E cioè: Omero in persona scorta un ragazzo che si chiama Pierre Michon – anzi che ha fretta di diventare Pierre Michon – in un esaltato viaggio in treno per la terra di Francia.

Niente di speciale, sulla carta: Pierre Michon deve fare, come si diceva una volta, les trois jours, ovvero presentarsi per la leva a Lione dove intende lasciarsi scartare – Pierre Michon ha fretta pur se il rifiuto, visto come sconfitta, gli brucia. Ma il viaggio sulla leggendaria locomotiva Mikado, non per caso simile nel muso a un casco d’oplita, diventa qualcos’altro per il giovane pieno di versi e di anfetamina, di lettura e di scrittura. A bordo, Pierre Michon sente “la note qui est le chant de l’univers”: si apre a un’avventura erotica assolutamente letteraria che si finge naturale.

Pierre Michon J'écris l'Iliade

Siamo al primo quadro di J’écris l’Iliade (Gallimard 2025), récit composto di quattordici parti, racconti singoli ma uniti da un’ispirazione di fondo. L’autore di Vite minuscole, ora ottuagenario, forse ci consegna una sorta di orgoglioso testamento, tornando a casa Gallimard, da dov’era partito nel 1984. Rilancia nei ricordi i suoi furiosi talenti, mescola gli dei e i loro fantasmi in una autobiografia sofisticata e survoltata, nutrita di deprecazione di sé e delle ben note spacconate, autobiografia per lo più amorosa, essendo l’eros un campo privilegiato… “Il n’y a à la fin d’histoires vraies que les histories d’amour”, scrive Pierre Michon pur se, come diceva Borges (e Borges pesa nel libro, tanto quanto Omero, vedi le due prose finali) “être amoureux, c’est se créer une religion dont le dieu sont faillible”.

Comica e epica: in realtà, in J’écris l’Iliade cioè “Sto scrivendo l’Iliade” Pierre Michon si domanda (ci domanda), di nuovo, un’altra volta, se è ancora possibile la grandezza in letteratura – e quanto grande è lui, condannato a una “vita minuscola” tra le altre “vite minuscole”.

Molti dicono, e quasi assennatamente, che no, la grande letteratura non esiste più: non perché tutto ciò che viene scritto e pubblicato sia mediocre o insignificante, ma perché “…la ‘grandezza letteraria’ è un’idea del passato, strettamente legata al peso che una cultura, una società, attribuisce alla letteratura. Da essa non ci aspettiamo più la forma d’arte totale che offra la rappresentazione di un mondo e la comprensione del suo mistero o della tragedia della nostra condizione” (così Tiphaine Samoyault che recensisce il libro di Michon su Le Monde).

La grande letteratura non ha superato le soglie del Ventesimo secolo. Pierre Michon lo sa, però ostenta di fottersene – “On a les guerres q’on peut” – e può raccontare, sospesa tra veglia e sogno, l’ultima notte di Omero (non di Virgilio, quello era Broch!), scheletrico e cieco, morente sull’isola di Ios, sotto il tetto di un’ampia vela, e visitato per la seconda volta da Elena, la bionda bellezza per la quale ha scritto il suo poema – ha inventato per lei e per chi legge un mondo di eroi.

Così, Pierre Michon – il personaggio che si fa chiamate Pierre Michon – ripercorre le tappe di un giovanile viaggio italiano in un meridione mitizzato, e anche molto libresco, con un amico sapiente e una donna respinta fino al manifestarsi di un’epifania quasi volontaristicamente cercata.

Così, sentendosi minacciato dalla vecchiaia e deluso proprio dalla scrittura, per non perdere più il tempo che si consuma in fretta, Pierre Michon si rifugia in montagna, dove in solitudine intende “inventer un dieu”…

Pierre Michon J'écris l'Iliade
Pierre Michon (Jean-Luc Bertini©Gallimard)

D’accordo. I quattordici pezzi vanno in altalena ma il libro è vivissimo e, insieme alla rilettura di Omero o di Borges, giustifica la sopportazione per alcune tirate già lette dell’autore. Anche perché maledicendo sé e il circostante, Pierre Michon si ricarica, prende la rincorsa, scatta e eleva il suo funambolico gioco (letterario), servendoci il meglio di sé. Succedeva anche nella perfezione – raggiunta combattendo corpo a corpo proprio con la grande letteratura – di Vite minuscole, il libro che (lo dice lui) gli ha recato il torto di farne un monumento.

Appunto. Ma è ancora possibile oggi fare grande letteratura? Al termine del libro, nel racconto finale Pierre Michon risponde da par suo: disperato e sotto scacco, nel ritiro della Creuse, con complici improbabili mette a ferro e fuoco la sua intera biblioteca, bruciando in modo tutt’altro che metaforico pagine su pagine. La soluzione al quesito è nell’ultima frase!

Aspetto di rileggere J’écris l’Iliade in italiano, suppongo da Adelphi.

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