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Il circolo di poesia della Stasi. Quando le spie si armarono di rime e sonetti

Berlino Est, anni Ottanta. Nel complesso fortificato di Adlershof dove erano di stanza le forze speciali della DDR con il Ministero per la Sicurezza dello Stato (la famigerata polizia segreta, più conosciuta come Stasi), alcuni agenti si riunivano una volta al mese per fare qualcosa che non sembrerebbe essere l’hobby preferito di gente che esercita il mestiere di spia.

Quelli, nei locali della guarnigione di guardia, facevano Poesia: lezioni di composizione poetica, letture, recensioni, lodi, bocciature. Sotto la guida del direttore artistico Uwe Berger, poeta molto prolifico e molto premiato nella DDR, i partecipanti volevano/dovevano imparare a comporre versi che celebrassero i valori di Unità e Uguaglianza-Ottimismo- Amor di Patria-Amicizia con l’Urss; versi come armi di una battaglia ideologica contro i poeti dell’Occidente capitalistico: insomma i soci del circolo letterario dovevano diventare militanti della parola poetica, praticamente nuovi menestrelli di corte elogianti “il signore”.

Philip Oltermann Il circolo di poesia della Stasi

In più, ognuno dei partecipanti doveva sorvegliare l’opera di ogni collega perché “la poesia non si sa cosa sia, poi ti prende la mano e ti porta lontano con lei“ (come cantava Riccardo Cocciante), e pericolosamente avrebbe potuto, la poesia di un qualche autore anche vagamente dissidente, portarti verso le derive “nichiliste, individualiste, ciniche, pigre” della letteratura occidentale che verseggiava di cose vuote e superficiali tipo libertà, amore e roba così…

Il luogo preciso del laboratorio letterario (antesignano, viene da chiedersi, degli odierni “corsi di scrittura creativa”?) non era indicato su alcuna mappa, e gli incontri, riservati ad aspiranti versificatori provenienti dal partito comunista tedesco o dalla “milizia popolare armata” erano top secret. Tanto segreti che oggi non se ne saprebbe nulla, se non fosse per il libro di Philip Oltermann Il circolo di poesia della Stasi (Utet 2022, traduzione di Teresa Ciuffoletti). Si tratta di un saggio storico – mi è capitato tra le mani mentre cercavo altro, per un curioso caso di serendipity sul quale mi sto ancora incuriosendo – che il quarantaquattrenne Oltermann, caporedattore del Guardian a Berlino, sviluppa al ritmo serrato di un’inchiesta giornalistica cercando di investigare i fatti anche attraverso testimonianze dirette: in effetti qualche superstite ex agente segreto, ancora vivo e memore durante i cinque anni che gli sono occorsi per scrivere il libro, Oltermann l’ha pure trovato. Alexander Ruika, per esempio, uno dei partecipanti alle serate poetiche, assunto dalla Stasi nell’84 come “collaboratore non ufficiale”: aveva l’incarico di schedare giovani autori a Berlino e Lipsia oltre che di sorvegliare le letture pubbliche di poetanti sospettati di pensieri dissidenti; dopo la caduta del Muro, Ruika ha lavorato come detective in un grande magazzino, ha fondato un’agenzia di servizi di vigilanza e sicurezza e solo dopo essere andato in pensione è tornato a scrivere poesie per puro diletto.

La vicenda di Alexander Ruika – alcune sue poesie sono riportate, come quelle di altri poeti della Stasi, nelle ultime pagine del libro – è raccontata nell’ottavo capitolo (dalla pagina 139) che ha lo stesso titolo della lezione dedicata al Poema epico, definito “Opera poetica di carattere narrativo e tono elevato scritto in uno stile solenne, enfatico e formale, che descrive le gesta di nobili guerrieri e sovrani”.

Philip Oltermann Il circolo di poesia della Stasi
Berlino, 15 gennaio 1990, la folla invade gli uffici della Stasi

A questo punto c’è da segnalare che tutti i capitoli del libro hanno titoli corrispondenti ai temi delle lezioni tenute al circolo di poesia della Stasi. Vale la pena di leggerli: dal Preludio della prima lezione al Sonetto (“Componimento poetico di quattordici versi con schema metrico variabile che nella forma tradizionale tratta di un sentimento, quale l’amore, con una risoluzione o ‘svolta’ nei versi conclusivi”), dalla Dissonanza alla Metafora, alla Palinodia (“Ode o canzone nella quale il poeta smentisce o ritratta quanto affermato in un componimento precedente”), dal Bathos (trattasi, ho scoperto, di “forma di anticlimax che consiste in una brusca e involontaria transizione dall’elevato all’ordinario o al ridicolo”) alla Rima in tmesi (ottenuta spezzando una rima in fine di verso), fino all’Epitaffio che introduce l’ultimo capitolo, questi titoletti tracciano una sorta di sintassi poetica che risulta interessante anche per noi prosaici lettori del tutto ignari di quelle regole.

Il Muro di Berlino cade il 9 novembre 1989. La Stasi viene sciolta il 13 gennaio 1990. Per qualche tempo, scrive Philip Oltermann, i berlinesi l’avevano chiamata ironicamente “il ministero dell’amore”: lo stesso nome che George Orwell, nel suo 1984, aveva dato al ministero più potente.

Nella foto in apertura, archivi della Stasi a Berlino (Stasi-Unterlagen Archiv)

  • Jonne Bertola ha pubblicato il romanzo Fuori Copione (LuoghInteriori)
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