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Allonsanfàn
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Il coccodrillo, ricordo di chi non c’è più (e un po’ anche di te)

Quando muore una persona famosa gli articoli commemorativi sono un obbligo giornalistico. Il genere va sotto il nome di coccodrillo, pezzo precotto come la pizza surgelata che le brave redazioni preparano in anticipo. Poi ci sono i coccodrilli d’autore, pagine che andrebbero studiate nei seminari di retorica ancor più che nelle scuole di giornalismo. In proposito, ricordo il pezzo di Ezio Mauro (“Il destino incompiuto”) che definire memorabile non è improprio dedicato alla scomparsa dell’Avvocato Agnelli.

A volte, quando muore una persona famosa gli articoli commemorativi hanno il sapore dei piatti cucinati espresso. Sono quelli che svelano l’animo dello scrivente molto più di quello del defunto. In questi giorni è accaduto in morte di Goffredo Fofi. Di lui non sono stato allievo e neppure suiveur, come si dice in gergo sportivo.

coccodrillo fofi ravera
Goffredo Fofi. “Goffredo Fofi” by Internaz is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Nonostante ciò ho letto con grande interesse i pezzi di chi l’ha conosciuto, frequentato, amato e temuto (spesso entrambe le cose). Dai ricordi postati su facebook  – straordinari e commoventi – all’amaca di Michele Serra, sino al commento come al solito ferinamente intelligente della Guia Soncini, chi ha scritto di Fofi ha certamente raccontato del critico, saggista, cinefilo (ecc. ecc.) ma soprattutto ha narrato di sé offrendo la propria visione della vita, la propria concezione del mondo, la propria idea di relazione.

Una su tutte: fare cultura significa (anche se non soprattutto) esporsi, affrontare conflitti, compiere scelte di campo, avere il coraggio di affermare che il tal romanzo (il tal saggio, il tal convegno, il tal film o rappresentazione teatrale) è una cagata pazzesca (altro che Potëmkin, capolavoro assoluto e la vergogna imperitura del signor Villaggio Paolo).

Nell’età del familismo amorale e del marketing delle relazioni sociali (l’amico dell’amico se è tuo amico è pure amico mio) non è poco. Al punto che a Fofi si perdona pure la “riscoperta” di Totò. La domanda – questa sì retorica – è dunque sempre la stessa: dobbiamo ogni volta aspettare la morte di una persona libera per ricordare queste semplici cose?

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