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Allonsanfàn
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The Studio e l’eccezionale piano sequenza

Che cosa succede quando la rappresentazione della vita in piano sequenza diventa rappresentazione della vita costruita intorno al piano sequenza e la fiction entra ed esce dalla sceneggiatura in tempo reale occupando tutto lo spazio dell’esistere compreso quello di chi semplicemente assiste in qualità di spettatore ma in realtà contribuisce col suo stesso sentire alla realizzazione finale mai veramente conclusa dell’opera?

Un cortocircuito, probabilmente, che dà sostanza a un mondo terzo a parte rivelando come nessuna costruzione artistica sia mai in definitiva a parte di altro, come esistano connessioni, punti d’incontro, incidenti di percorso, casualità, suggestioni, scritture, interpretazioni, visioni che concorrono alla realizzazione di ciò che per comodità definiamo opera d’arte.

L’episodio 2 di The Studio intitolato The Oner (al contempo “piano sequenza” e “eccezionale” nel senso proprio di unico) è allora – all’interno di una serie che prendendo a pretesto le presunte dinamiche hollywoodiane nel riciclo di ciò che già presupponiamo sia vero pur non avendole mai abitate le riutilizza come paradigma per indagare sulla complessità di una qualsiasi realtà di tipo aziendale, che ognuno di noi ha invece vissuto in prima persona, dove cioè il lavoro del singolo è limitato e completato dall’organizzazione di cui fa parte che spesso è – con più autoritaria forza che nel singolo individuo – stereotipo di se stessa e al contempo forza creatrice della tipizzazione dei suoi membri, per quieto vivere rassegnati alla scissione (vedi Severance) tra cliché autentico e reale illusorio nel mentre viene richiesta come skill selettiva la capacità di pensare out of the box soltanto per provare che ciò che conta è la scatola blu come in Mulholland Drive, la sovrastruttura che ogni individualità plasma nella forma della scatola stessa…

Ma in definitiva può esistere l’artista puro quando anche lo scrittore che necessita soltanto di se stesso e di una tastiera qualunque essa sia non può mai essere artista in senso completo dovendo prima poi fare la definitiva scelta – pur partendo a differenza dell’opera filmica da un investimento a costo zero se si eccettua il tempo (ma il tempo della creazione artistica è tempo proprio perché è tempo perso, vissuto completamente proprio in quanto tempo non percepito, e il suo valore è quindi inestimabile) – tra il mercato e il cassetto, una volta, ora la memoria ram o la chiavetta uessebì, tra autorialità e irrilevanza?…

the studio the Oner Seth rogen

È alloradicevo a conforto di coloro che leggendo si lamentano della fatica e volentieri delegherebbero all’AI dopo lo scrivere anche il comprendere ora che l’attenzione è ridotta a cinque famigerati secondi e invece di apprezzare la sinfonia, il non detto, le trame che non sono quelle del discorso o dello scambio di battute ma quelle dell’elaborazione del pensiero, l’intimo piano sequenza di un cervello che elabora un pensiero, nel lynchiano silenzio soffocato dal rullare dello scrolling nell’autoreclusione denominata social governata dalla dittatura finto compiacente dei signori del Tech – è allora paradigmatico nella sua rappresentazione meta-artistica, dove meta è certo “oltre” ma in questo caso anche “metà”, del processo di rappresentazione che mette capo alla creazione di un oggetto artistico come mondo dove presunto reale e realtà immaginifica si confondono in un unicum che è oltre le due parti che lo compongono attingendo l’una dall’altra come in un amoroso incontro di sensi dove gli amanti penetrandosi e compenetrandosi trovano nell’annullamento comune una maggiore intesa e si scoprono nell’abbraccio fatale che nega entrambi l’uno all’altro, a scoprire dimensioni nuove, strade perdute o mai immaginate, altro da sé, dove le regole classiche del gioco (tempo, luogo, azione) sono le coordinate sulle quali imbastire il meccanismo della trama a orologeria che nella sua perfezione ha anche l’ardire di svelare qualcosa di noi a noi stessi che pensiamo semplicemente di guardare e invece – ognuno a modo suo – siamo al contempo su quel set in piano sequenza e dentro quell’altro, sempre in piano sequenza, immaginando soltanto quello reale che scrive entrambi, lontano da entrambi e da Hollywood com’è veramente, noi dal set di casa dove ci illudiamo d’essere padroni oltre che d’esser vivi nel piano sequenza che per abitudine sempre abitiamo. Altro che spettatori.

  • The Studio è una serie tv ideata e diretta da Seth Rogen e Evan Goldberg. Su Apple Tv+ o Prime
  • Per altri (S)visti di Gabriele Nava, qui
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