La formula piu o meno è quella, e non pretende di essere diversa: un protagonista scorbutico, sprezzante, sarcastico, presuntuoso, cinico, deliberatamente odioso nei confronti dei colleghi, con pochi amici che, muovendosi abilmente intorno ai suoi spigoli, riescono a non ferirsi troppo. Un capo o una capa che lo mal tollera, lo cazzia ma lo stima, e lo difende stancamente quando la bufera si avvicina. Un braccio destro fedele e dotato di tutte le virtù che mancano alla nostra star, e una squadra improbabile coagulata intorno al carismatico e insopportabile protagonista, alle prese con casi complicati, imprevedibili e (naturalmente) sempre più perigliosi.
Era così il Doctor House. Era così Sherlock. È così, in parte, Untamed. Ed è così Dept. Q–Sezione casi irrisolti, su Netflix – dal creatore Scott Frank, quello di La regina degli scacchi. Ma se gli ingredienti non cambiano, saperli mescolare e fare una torta pressoché perfetta è un altro paio di maniche.
Trasformato il personaggio principale da un tipo british very cool (l’attore Matthew Goode) a investigatore con gli scarponi, vestito alla chissenefrega, barba lunga e sguardo azzurro perso nei suoi demoni, la serie tv, ambientata a Edimburgo, parte dritta verso il suo obiettivo, e lo centra: un susseguirsi di 9 episodi in cui il malmostoso Carl Morck e il suo prode scudiero, un ex soldato siriano ineffabile e dai modi squisiti anche nella tortura, dovranno risolvere un cold case di quattro anni prima, abbandonato dentro un fascicolo che nessuno aveva più sfogliato. La squadra, malconcia e formidabile, sarà completa con l’aggiunta di un collega paralizzato su un letto di ospedale e di una poliziotta sottovalutata – ma noi sappiamo quanto è in gamba- e deliziosa quanto una ciambella.

Confinati in un “dipartimento” sotterraneo (ma sarebbe meglio chiamarlo scantinato) quasi punitivo nella sua inospitabilità, Morck e i suoi si inabissano nel loro caso irrisolto, anch’esso ambientato in un luogo profondo e oscuro. Ma qui ci fermiamo.
A parte la sceneggiatura, raffinata e furba al punto giusto, ad alzare il livello di Dept. Q rispetto ad altri crime, magari ben fatti ma niente di più, sono i personaggi, tutti azzeccatissimi e superbamente amalgamati, e i dialoghi: spesso sorprendenti, precisi quanto un bisturi, esenti da qualsiasi banalità grazie a un’ironia costante (pure qui ricordano quelli del Doctor House). E di questi tempi non è poco.
Poi, certo, è un prodotto di consumo. Ma nel catalogo sconfinato di Netflix, tra le classificazioni, spesso assai ridicole, in cui sono assemblate le serie (“da vedere tutto d’un fiato”, “crime a ritmo serrato”, “serie cariche di suspense”, “tesori per te”, “thriller agghiaccianti”, fino al commovente “pensiamo ti appassioneranno”) ecco, sui Casi irrisolti basterebbe una parola: “intelligente”.



