UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

Bodsworth. Si può volare altissimi con l’ultimo dei chiurli

«I battiti erano profondi, fluidi e disinvolti, le ali scivolavano in basso fino al ventre e al ritorno si sollevavano alte sul dorso. Ogni battito era un’intricata serie di azioni coordinate con eleganza e fuse con millimetrica precisione in un unico movimento, perché l’ala del chiurlo fungeva anche da elica».

Questa è la potente descrizione dell’essenza di un volatile formidabile a cui lo scrittore e giornaliste canadese Fred Bodsworth ha dedicato il suo L’ultimo dei chiurli, uscito per la prima volta nel 1995 e da poco tradotto e pubblicato da Adelphi (pp. 136, 14 euro).

È un ritratto sintetico e affascinante per vicende e partecipazione, che conquista anche il lettore che di ornitologia non conosce nulla. Perché racconta il chiurlo eschimese, ovvero il numenius borealis, che la natura ha reso straordinario e che però della natura purtroppo non fa più parte. Anche Wikipedia, infatti, decreta impietosa che la sua specie è «probabilmente estinta» e la colpa è dell’uomo che, perseguitandolo e riducendone l’habitat, ne ha causato consapevolmente la scomparsa. Tuttavia, d’ora in avanti, qui ne vogliamo parlare al presente: che sia di buon auspicio e che qualche esemplare sia comunque scampato alle degenerazioni della nostra civiltà.

Il chiurlo a terra

Ma, prima di tutto, com’è fatto un chiurlo? Non ha certo le leggendarie dimensioni di un albatro baudelairiano, «il re dell’azzurro», eppure è forte e resistente. Trenta centimetri di lunghezza, zampe sottili e molto sviluppate, il becco di sei centimetri e incurvato come una falce, ideale per catturare larve e insetti nella tundra artica o nelle fangose pianure sudamericane, ovvero due degli ambienti dove vive. Il piumaggio ha una colore tenue, «terra di Siena».

La sua stessa conformazione, all’apparenza minuta, è in totale contrasto con le massacranti rotte che affronta: 15 mila chilometri, dalle zone subpolari appunto, fino alle pampas argentine addirittura nell’estrema Patagonia. In un’annuale migrazione percorsa con un volo alla velocità di 80 chilometri l’ora, spronato dall’istinto di accoppiamento che è anche un «motore» della storia di Bodsworth. Il suo chiurlo – descritto per le 130 pagine del libro in terza persona -, è infatti alla ricerca spasmodica di una compagna che sembra non arrivare più. Già, perché la caccia indiscriminata che ha subito questo uccello ha finito per impedirne la riproduzione.  

In volo per rotte massacranti

Ecco che alle avventure del protagonista volante si alternano brevi capitoli con fredda documentazione e resoconti ufficiali: il loro titolo è sempre lo stesso, La sfida, e testimoniano la strage perpetrata dal XIX secolo fino a tempi recenti. «Nella seconda metà dell’Ottocento, i chiurli eschimesi sono passati per anni a Terranova e sulle isole Magdalen nel Golfo di San Lorenzo. Arrivavano in agosto e settembre, a milioni, oscurando il cielo… Nel corso di una sola giornata venticinque o trenta uomini riuscivano a ucciderne fino a duemila», si legge in un rapporto del 1915. E ancora, più agghiacciante, parlando di quello che succedeva negli Stati Uniti: «I cacciatori arrivavano da Omaha e sparavano agli uccelli senza pietà finché non ne uccidevano letteralmente una carrettata, poi riempivano i carri e dovevano sollevare le sponde laterali. A volte… i carri si riempivano troppo in fretta e con troppa facilità; allora interi carichi di uccelli venivano svuotati nella prateria e i corpi, che formavano mucchi grandi quanto due tonnellate di carbone, venivano lasciati marcire, mentre i cacciatori andavano a riempire i carri di nuove vittime».

La citazione è lunga e necessaria perché fa riflettere sullo stesso trattamento che l’uomo ha riservato ad altre specie – gli elefanti, le balene, i grandi felini -, portate anch’esse sull’orlo dell’estinzione.

Sopra l’Oceano Atlantico

A risarcimento letterario, Bodsworth narra le peripezie dell’ultimo chiurlo con accenti romantici ma veri, che catturano. Seguiamo così il suo viaggio mentre si mette alla testa di uno stormo di pivieri dorati, altri straordinari migratori. In un volo «senza scali» di cinque giorni e cinquemila chilometri attraversano i geli del Canada, le tempeste dell’Atlantico, le bonacce del mar dei Sargassi. Gli uccelli perdono un terzo del loro peso. Alcuni non ce la fanno e scompaiono tra le onde. Eppure il chiurlo resta sempre alla guida della trasvolata, con un’immagine epica e un indefettibile senso di orientamento: «Da qualche parte nel gioco cosmico delle forze generate dalla rotazione terrestre e del campo magnetico c’era una sorta di navigatore con il quale certe parti del suo cervello erano sottilmente sintonizzate. Teneva la direzione con naturalezza». 

Il maschio e la femmina

Si fatica con lui, scansando a forza di colpi d’ala un ciclone; si spera, dopo l’ennesimo banco di nubi, di avvistare la linea della terraferma. E si arriva finalmente nei llanos venezuelani, le pianure alluvionali dove il nostro eroe – stremato – si può nutrire e riposare. Quando quasi si è rinunciato a vedere compiersi il suo destino biologico, piantare il seme di una nuova generazione, la storia ha il decisivo colpo di scena: una femmina di chiurlo eschimese scende dal cielo. Un’«epifania» scandita dai rituali di corteggiamento che fa sperare nel lieto fine, mentre si leggono in parallelo – tremende – le cronache delle cacce e gli allarmi per la sua progressiva sparizione…

Il viaggio, invece, è ancora lungo. Per l’accoppiamento i due uccelli devono tornare nell’Artico, al «cordolo di ciottolo e salici nani che si trovano presso l’ansa del fiume nella tundra». Ancora una volta, in uno sfibrante itinerario stavolta di coppia, lungo le due Americhe, compresa una traversata aerea della catena andina, a cinquemila metri di quota.

Lui e lei superano le Ande

Riusciranno a coronare il loro volo nuziale? Non lo riveliamo. L’epilogo del libro insegna molto e molto fa pensare. Bodsworth ha la capacità di fornire dati scientifici e, al tempo stesso, rendere avvincenti le narrazioni con passaggi «in soggettiva» sul suo personaggio. E scrive: «Le fitte ricorrenti ai muscoli pettorali erano mutate in un dolore sordo.

Ci piace definire L’ultimo dei chiurli una parabola filosofica dentro una favola etologica. Dovremmo semplicemente imparare da simili esseri, invece di sterminarli. Il più recente avvistamento di chiurlo, ci dice Bodsworth, risale agli anni Novanta. Chissà se la tenacia che dimostra nonostante gli umani, l’ha aiutato anche dopo.         

Nella foto di apertura, il chiurlo si prepara alla migrazione

  • Mauro Querci, giornalista scrittore e fotografo, ha pubblicato il libro Extralarge – microstorie dal lato lungo del mondo. Noi ne abbiamo parlato qui

I social: