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Su MUBI. Agnès Varda, quarant’anni senza Senza tetto né legge

Con questa abitudine sbrigativa di etichettare i mestieri in una parola, non andiamo tanto lontano. Regista o scrittore o falegname o cuoco o architetto. E così, per descrivere il lavoro, o meglio le “imprese quotidiane” di Agnès Varda, di etichette ne servivano un bel po’. Regista, fotografa, artista temprata del secolo scorso, la vera definizione che mi piace usare è la più semplice: lei era una raccontastorie.

Nel 2019, ci lasciava la pioniera dell’essere donna all’epoca delle belle ragazze in tacchi a spillo, la regista di Senza tetto né legge (1985) – da rivedere con urgenza perché è tornato restaurato su MUBI quarant’anni dopo aver vinto a Venezia e insieme a un pugno di capolavori. Agnès Varda è stata anche la regista di Il verde prato dell’amore, che sarebbe piuttosto La felicità (Le bonheur, 1965): in anticipo parlò del poliamore alla francese, della crudeltà dell’amore che passa dal pomeriggio d’estate alle foglie autunnali, morenti. Censurato all’epoca nonostante l’Orso d’argento a Berlino, oggi è un film verità. E poi c’è forse il suo film più famoso, Cléo dalle 5 alle 7 (1962), che tenta in due ore di raccontare le peripezie, reali o mentali (che cosa importa?!), di tutto l’universo femminile, che con passione – l’unico mezzo a disposizione di noi piccole bambine del Secondo sesso, così per citare la connazionale Simone de Beauvoir – ha paura di morire.

Anche Agnès, come ogni artista appassionato di vita, ha dialogato con il tema della morte, usando bene le sue parole: diceva che “una perdita esiste per sempre”. Si riferiva al suo gatto Nini, ma anche al suo amore Jacques Demy.

Agnès donna. Di quelle autentiche e senza fronzoli, parlava di preparare una mostra di fotografia con le stesse parole con le quali raccontava ai suoi vicini di aver provato mille impasti diversi per il pane. Fare il pane era per lei sfornare sculture farinacee quotidiane.

La si vedeva nel suo quartiere, in rue Daguerre a Parigi, con sacchi di farina e oggetti di falegnameria, rientrare nella casa al piano terra con la facciata color vinaccia, nel XIV arrondissement di Parigi, dove dappertutto ancora oggi si respira l’odore del gesso delle sculture, e si vedono atelier d’arte a ogni angolo.

Agnès Varda Senza tetto né legge

E poi questa signora è stata anche architetto, progettando la Capanna del gatto (Cabane du chat, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Parigi, 2016).

La regista progettò più e più capanne, dove di solito custodiva copie dei suoi film girati su pellicola vera, che ormai non si usa più, oggi tutto è digitale, invisibile. Lei li ha racchiusi nei suoi scrigni di legno, mostrando l’archetipo dell’architettura e della sua funzione primitiva, proteggere, riparare, vincendo la gravità, quindi il tempo.

Lei il tempo l’ha vinto, lasciandoci una capanna piena di arte profondamente umana perché semplice, o viceversa. I suoi film, le sue fotografie, le sue interviste e le sue opere sono dappertutto.

In scrigni più digitali come appunto la piattaforma MUBI, o YouTube, si trovano i suoi film e le diverse interviste, lezioni di cinema che negli anni l’hanno portata in tutto il mondo, e anche in Italia.

Sempre simpatica, ci ha anche fatto tanto ridere, con i capelli a scodella bicolore e quel portamento di chi è seduta a casa sul divano con amici, e non di fronte a una platea.

Merci Agnès.

Nella foto di apertura, Sandrine Bonnaire in Sans toit ni lois (Credit: Agnes Varda-0522 di Harald Krichel è concesso con licenza CC BY-SA 4.0.)

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