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Anna Bailey, I nostri ultimi giorni selvaggi. Meglio non disturbare l’alligatore

È un libro da leggere in questi giorni di afa, di umidità alle stelle che persino il cielo pare bagnato, anche di notte. Sì, perché prima di tutto per tratteggiare i caratteri di un simile noir – come se ne vedono pochi negli ultimi tempi – bisogna dire subito che è ambientato in un’estate della Louisiana, dove l’aria è talmente pesante «che ha qualcosa di denso, come se qualcuno avesse lasciato un forno acceso non lontano». E in questo mondo, proprio «l’afa afferra come il palmo di una mano sudata. L’erba ingiallita si piega spossata a terra, e oltre i rami penduli dei larici l’incresparsi dell’acqua manda riflessi che feriscono gli occhi».

I nostri ultimi giorni selvaggi di Anna Bailey inglese che ha traslocato tra le Montagne Rocciose è un esempio di come una narrazione si specchi perfettamente nei luoghi (e viceversa). Appena pubblicato da Feltrinelli con la traduzione di Elena Cantoni (pp. 336, 19 euro), si apre con una corsa a perdifiato di una tredicenne che scappa dal bosco vicino alla cittadina di Jacknife, dove ha visto qualcosa che non doveva.

Ma subito irrompe sulla scena Cutter, all’anagrafe Marianne Labasque, che come il suo soprannome è protagonista di un’esistenza sul filo del rasoio. Tra i bayou, il sistema di canali paludosi che si allarga negli Stati del Sud, insieme con i fratelli molto «disfunzionali» Dewall e Beau, lei pratica la simbolica caccia agli alligatori grazie alla quale l’intero nucleo familiare sopravvive.

Ma la 28enne Cutter – che da piccolissima ha visto i genitori morire bruciati in un incidente d’auto; che è stata cresciuta con il fratellino minore da Dewall (il motto di Beau alla sorella chiarisce bene i vari ruoli: «Siamo io, te e il diavolo»); che da più giovane ha quasi staccato con un morso un dito a Broussard, già promessa del football che voleva allungare le mani sotto la canottiera della ragazza e come conseguenza ha dovuto ripiegare sul mestiere di sceriffo di Jacknife; che ha anche dovuto vivere e gestire da sola una maternità segreta e impossibile da portare avanti; dopo tutto questo, Cutter, che è «una spranga di donna», come un’Ofelia nel territorio più scabro d’America viene ritrovata morta, nell’acqua di una roggia.

All’inizio la polizia, con lo stesso Broussard, fa trapelare la versione che si sia trattato di un suicidio: la cattiva ragazza che in fondo ha voluto una fine cattiva, quasi la meritasse.

A non accettare la facile spiegazione, però, è Loyal May. Amica del cuore di Cutter, è scappata da Jacknife dopo una drammatica rottura con lei e in Texas è diventata una brava reporter; ha dovuto però far ritorno tra le paludi cajun – dove c’è anche una fabbrica di materie plastiche che inquina più dell’Ilva di Taranto – per assistere la madre colpita da una malattia degenerativa.

Ecco che, nel piccolo giornale online della città, Loyal comincia un’inchiesta pericolosa ma cruciale. Scoperchia così inconfessabili orrori familiari, corruzione di dipendenti pubblici, traffici di spacciatori neonazisti che assai somigliano ai personaggi che il 6 gennaio 2021, dopo la sconfitta di Donald Trump alle elezioni Usa, dettero l’assalto al Campidoglio.

anna bailey selvaggi
Uno sguardo sul bayou

La trama che Anna Bailey intreccia, come si vede, è complessa, fitta, avvolgente. È come il Kudzu, il rampicante che ricopre tutta Jacknife, e che oltre a stringere d’assedio cose e case, sembra voler soffocare le vite dei suoi abitanti. Eppure il romanzo funziona benissimo e la scrittrice dei Giorni selvaggi è capace, attraverso la forza delle descrizioni, di dare spessore a un’atmosfera che avvince il lettore. Si respira l’aria greve dei canali, se possibile resa più pesante dai veleni prodotti dall’industria locale, ben più nocivi dei rettili anfibi sempre in agguato.

«Non si va in giro per i boschi nel buio pesto» sa bene la tenace Loyal. Perché tra gli alberi della Louisiana ci si può imbattere nei Rugaru (i licantropi della tradizione sudista). Perché sulle acque torbide aleggia la presenza del grande alligatore albino, che come Moby Dick colpisce gli umani e poi scompare. Perché qui il paesaggio, oltre a evocarli, gli spettri li crea davvero: con quelle vie «laterali che si perdono in campagna o portano a una piccola cerchia di case, circondate dai boschi ornati di muschio, dove i bayou e i canali scorrono silenziosi tra gli alberi, e gli spiriti buoni e cattivi, camminano a quattro zampe».  

È la scenografia dove si combattono lotte titaniche tra gli uomini e la natura (come quella di Dewall con l’alligatore di tre metri da caricare a forza di braccia sulla barca), o dove avviene il duello finale tra l’assassinio di Cutter e la stessa Loyal…

anna bailey selvaggi
Anna Bailey (@Lyra e Moyh Photography)

A parte qualche incertezza nella traduzione e qualche veniale concessione hard boiled («Affezionarti troppo ti indebolisce. Offre agli altri una leva per metterti sotto»), I nostri ultimi giorni selvaggi è quel genere di libro che fa tornare felicemente sulle righe che si sono appena lette. E infatti: «Per ora, sente solo l’odore del terriccio e il grido degli aironi. Il turbinio dell’acqua, che scorre all’infinito. Solo il flusso inesorabile di ogni cosa vivente, che prosegue la sua corsa».  

È raro trovare passi similie ce ne sono molti, tra le paginein un romanzo che è «di genere», ma solo nominalmente (ci si sente di dubitare di tale definizione e perciò si è utilizzato questo avverbio).

Ai reati narrati Anna Bailey preferisce la vita vera, anche la più selvaggia.

Mauro Querci, giornalista scrittore e fotografo, ha pubblicato il libro Extralarge – microstorie dal lato lungo del mondo. Noi ne abbiamo parlato qui

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