Sembra una impuntatura, una roba un po’ spocchiosa da puristi o da ciucci che non vogliono spostarsi, questo lamentarsi tra leggenti del Portnoy riedito da Adelphi, cioè del Portnoy che ha lasciato cadere il Lamento (Complaint) dell’originale. E questo mentre, inchinandosi, il mondo della stampa culturale ha suonato la fanfara per la ricomparsa di un romanzo seminale e spassosissimo e bla bla bla…, un romanzo da prendere e mettere in mano al giovin lettore, come se fosse uscito per la prima volta nel 2025 – così pensa giustamente Matteo Codignola, editor principe di Adelphi e agile traduttore delle celebri sedute di Alex Portnoy dal quasi muto psicoanalista dottor Spielvogel.
L’impuntatura di cui sopra, io sono certo che non recherà alcun danno economico alla prestigiosa maison che fu di Roberto Calasso. Chi si lamenta non rappresenta infatti il cosiddetto lettore 2025, quello che le porterà guadagno dopo il (presumo) costoso acquisto del catalogo del fuoriclasse di Newark.

Chi non gradisce il Portnoy secco – e concorda con Emanuele Trevi che su La lettura esprime un dubbio critico, basato sull’evidenza che complaint non indica solo lagnanza ma pure un genere letterario – chi non gradisce il Portnoy secco, dicevamo, ha già letto e straletto Roth, lo conosce (abbastanza) bene, perché magari ci è cresciuto insieme, lo ha prediletto anche negli anni delle contorsioni più nevrotiche e sopportato nelle necessarie (per lui) battute a vuoto (ci sono state, eccome!), e forse anzi sicuramente lo ha pure compreso a modo suo – in fondo, non capita così con tutti gli scrittori che ci accompagnano a lungo, con quelli che amiamo di più? Siamo gelosi di quello che hanno contato nella nostra vita (addirittura: di quello che hanno fatto della nostra vita).
Per questo lettore zero, Roth è di propria e egoistica, non condivisibile proprietà. Insomma: per lui, rivelatosi assai geloso, non è un prodotto di casa Adelphi – del resto, Roth non crea “libri unici” secondo il gusto di Bazlen e neanche, ma questo punto è più discutibile, libri tutti uguali. Per questo geloso lettore zero Roth non è neppure un autore Einaudi, essendo semmai un alfiere del catalogo Bompiani, del quale il lettore zero si è fatto andar benissimo cose discutibili, in quanto acconce al linguaggio del tempo, come le traduzioni di Pierfrancesco Paolini – adesso appaiono vecchiotte, eccessivamente arrangiate su una medietà letteraria italiana (per non dire di quando Paolini, già anziano, ha tradotto un po’ così, aggiustandolo e segando pure dei pezzi, American Psycho di Brett Easton Ellis).

Per esempio, io ho in libreria il sempre sottovalutato Il grande romanzo americano, stampato da Editori Riuniti nel 1982 – in USA uscì nel 1973 – e approdato in Einaudi, nella traduzione di Vincenzo Mantovani, soltanto nel 2014! La colpa di tanto disinteresse per questo titolo dell’uomo di Newark è legato al semplice fatto che Il grande romanzo americano non tratta di pippe universali come Portnoy, ma del molto poco internazionale gioco del baseball. Proprio perché è fuori dalla mischia del grande consumo me lo tengo così amorevolmente stretto…
Insomma. Non è al lettore zero e a me che gli eredi di Calasso venderanno il nuovo Roth, partendo da Portnoy, che io ho col titolo completo nella versione (improbabilmente gergale e un po’ antipatica, meccanica) di Letizia Ciotti Miller (Bompiani 1970) e in quella di Roberto C. Sonaglia (Leonardo 1989), efficace e in seguito venuta buona pure per Mondadori e per Einaudi.
Non è al lettore zero e a me che venderanno il nuovo Roth, ma ai ragazzi del 2025. O alla celebre classe media dei lettori italiani, se non deboli così così, che si lasceranno sedurre dall’imbattibile chiccheria di Adelphi… Gusteranno Roth ben cucinato in modo glamour, col fumetto e la pin up di modernariato di Al Capp in cover, e di sicuro un domani Adelphi farà ridiventare best seller pure il vecchio Sabbath – e chissenefrega se gli toglierà il “teatro” dal titolo. Portnoy, Sabbath… sono a un tempo più mitici e insieme amichevoli, più friendly.

Ecco tutto. Per questo, non starò a sproloquiare, appoggiandomi alla riscoperta dell’antico alter ego, di stand up comedy e di parentele con Woody Allen – chi è Roth? Il padre o il fratello maggiore? O Allen è il cugino primo, artisticamente assai meno dotato? -, né farò il prelievo alle urine, o il cherry picking, come si dice, alla brillante traduzione di Codignola – il web è già colmo di lodi e di rimostranze – liberissimo lui di dare più gas alla prosa rothiana, di aggiungere giochi di parole, di scrivere figa con la g e di far dire a Alex pure uno “sticazzi”. Al lettore del 2025, questo Portnoy piacerà molto, e chi mugugna farà, come al solito, finta di leggere sempre tutto in originale (ma va).
Credit: Philip Roth by Wolf Gang is licensed under CC BY-SA 2.0.



