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Enzo. Un ragazzo “difficile” e Favino francese nell’ultimo film di Cantet

Prima che i film della Mostra di Venezia la facciano da padroni assoluti, vale la pena non perdere Enzo, diretto da Robin Campillo su indicazioni di Laurent Cantet (La classe, Risorse umane), purtroppo scomparso nel 2024 senza aver il tempo di realizzarlo personalmente.

È la storia toccante di un ragazzo di 16 anni, trapunta della veridicità che solo i francesi sanno regalare a piene mani, innanzitutto grazie alla recitazione, sempre misurata, mai sopra le righe, coerente, e un plauso va senz’altro anche al nostro Pierfrancesco Favino, nel film il padre del protagonista, che recita in un disinvolto francese, con lieve accento italiano come dev’essere, visto che interpreta un oriundo. Del resto, chi ricorda la sua meravigliosa performance in Nostalgia di Mario Martone non si stupirà: là l’esotico accento arabo-francese lasciava posto, a poco a poco, alla cadenza dell’infanzia, il dialetto napoletano. Qui il suo sguardo in allarme, come può esserlo solo quello di un padre che tenta disperatamente di capire il figlio “difficile”, è da grande attore.

Favino e Bouchez

Gruppo di famiglia in un interno, delizioso, una villa vista mare sulle colline di Marsiglia: Paolo, il padre (Favino), professore universitario; Marion, la bella madre ingegnere (Élodie Bouchez); Victor (Nathan Japy), il vitale primogenito, intento a preparare con gli amici l’esame di maturità e il test per l’università e Enzo (Eloy Pohu), il piccolo di casa, bravissimo a disegnare, ma che di studiare invece non vuol proprio saperne e sta facendo il praticantato come muratore, ché i genitori sono progressisti, comprensivi, e nonostante tutto lo assecondano, pur senza capirlo.

Il ragazzo, timido, impacciato, ha i calli alle mani, fatica tutto il giorno in cantiere, fa amicizia coi colleghi, che ovviamente provengono da ben altro milieu.

In particolare lega con Vlad (Maksym Slivinskyi), un ucraino bello come il sole, chiamato alle armi in patria, ma restio ad andare in guerra. L’ambiente diverso affascina Enzo tanto quanto il suo mondo gli appare al contrario respingente, estraneo, così proteso a chiedergli prestazioni che in ogni senso lui non può o non vuole dare. Eppure, hanno tutti ragione, e anche il padre cerca solo di fare il suo mestiere senza abdicare, nonostante la miopia sua e del resto della famiglia verso qualcosa che allo spettatore appare lampante.

Enzo è in uno stadio da crisalide, anima sotto pelle, non sa valorizzare quel che il destino gli ha regalato, di notte guarda i video della guerra in Ucraina, cerca l’eroico e il sublime. Enzo a casa sua non c’entra, Enzo si sente straniero ovunque, giacché inevitabilmente Vlad gli invidia un padre attento che gli riserva telefonate apprensive anziché botte.

Eppure tocca tutti noi, non solo gli adolescenti, l’anelito all’iperbole dell’epica, in un mondo occidentale benestante che di epico ha poco o nulla, e il cui massimo gesto da celebrare è l’ingresso in un’università prestigiosa.

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