Se cito Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy), saranno sicuramente tanti a ricordarsi del film cult della fine degli anni Sessanta, con interpreti diventati poi leggendari, come Dustin Hoffman e Jon Voight e un’altrettanto magistrale regia di John Schlesinger, che ne ricavò l’Oscar nel 1970.
Forse anche il leitmotiv della colonna sonora risulterà abbastanza familiare, nonostante la tanta acqua passata sotto i ponti. Everybody’s Talkin’, cantata da Harry Nilsson, ottenne all’epoca un enorme successo commerciale e ancora nell’edizione del 2004, risultò 22esima nella graduatoria stilata dall’AFI (American Film Istitute) sulle migliori canzoni di tutti tempi, incluse nella colonna sonora di un film. Non ho mai creduto a questo genere di catalogazioni, ma considero il brano molto bello e significativo, sia per il testo sia per la parte musicale. E pensare che nelle intenzioni iniziali, c’era tra le opzioni del regista Lay, Lady, Lay di Bob Dylan, che così avrebbe esordito nel cinema parecchi anni prima di Pat Garrett & Billy the Kid.

Pochi però sanno che Everybody’s Talkin’, è stata scritta nel 1965 da un oggi sconosciuto, quanto talentuoso cantautore, Fred Neil, nato nell’Ohio, ovvero in quell’America profonda che tante soddisfazioni e altrettante cocenti delusioni ha negli anni regalato. Fred da ragazzo gira quasi tutti gli Stati del Sud, al seguito del padre, che fa un mestiere al giorno d’oggi completamente dimenticato. Ripara jukebox. Lo ritroviamo, con il suo inconfondibile sguardo imbronciato e triste, poco più che ventenne, a New York, dove entra nel giro del Brill Building, al 1619 di Broadway, allora centro della nuova nascente industria musicale americana. Ha con sé la sua mitica Gibson J-45, una chitarra acustica che è garanzia di un suono forte e avvolgente. Però nella versione quasi esclusiva a 12 corde, che solo alcuni grandi si concedevano, come per esempio il reverendo Gary Davis, che certo di blues si intendeva.
Neil a New York diventa subito una garanzia. E non solo perché scrive alcuni brani a nome Freddie – per Buddy Holly e Roy Orbison, allora giovani promettenti – che immediatamente scalano le classifiche dei 45 giri, ma per quella sua voce baritonale inconfondibile. Dylan, in una intervista del 1984, affermò che «Aveva una voce forte e potente, quasi una voce di basso e un senso del ritmo formidabile». Arrivato a New York, nel gennaio del 1961, il giovane Bob suonò l’armonica per Neil, allo Wha? del Greenwich Village, continuando poi almeno per un paio di anni a far coppia con lui, Dave Van Ronk e Ramblin’ Jack Elliott in diversi altri locali.

Ma Fred non arrivò mai alla popolarità di massa, al di fuori della ristretta cerchia del Village. Non era un tipo da palcoscenico e da riflettori. Come ricordò David Crosby poco dopo la sua morte, avvenuta nel 2001, «(Neil) non si adattava a questo mondo commerciale», anche se la sua influenza fu grande su molti musicisti dell’epoca. Un solo esempio: quando si costituirono in trio Crosby, Stills e Nash (CSN) pensarono di chiamarsi Sons of Neil e fu Fred a dissuaderli e a scartare l’idea. Arrivato a New York nel 1957, dove come abbiamo ricordato ottiene un contratto come compositore di canzoni, le sue collaborazioni e interessi musicali evidenziano uno spirito “anarchico” e la voglia di non restare ingabbiato in una sola definizione. Prima di segnalarsi come compositore “di successo”, lavora come chitarrista in studio, partecipando a sessioni di registrazione con due futuri re del pop, Paul Anka – noto anche in Italia per le sue fortunate partecipazioni al Festival di Sanremo – e Bobby Darin. Nel 1960 arriva a registrare, pur senza essere poi selezionato, un demo addirittura per un film dell’astro nascente del rock and roll americano, ovvero Elvis Presley. Ma contemporaneamente suona musica folk e blues, esibendosi con i musicisti più interessanti nei tantissimi locali del Village.
Una manciata di dischi e poi il silenzio
“Tutti mi parlano
Non sento una parola di ciò che dicono
Solo gli echi della mia testa”
Sembra il riassunto dell’esperienza newyorchese di Fred Neil. Invece è l’incipit del suo maggiore successo, Everybody’s Talkin’, il brano i cui diritti d’autore probabilmente gli consentirono di ritirarsi dalle scene musicali dopo una manciata di dischi, alla fine degli anni Sessanta.

In diversi hanno paragonato Neil a J.D. Salinger, l’autore del pluricitato Il giovane Holden, che dopo una manciata di racconti sparì letteralmente da tutti i radar. Come Salinger, Neil non ha mai rilasciato un’intervista vera e propria (quella apparsa su Hit Parader nel 1966 era frutto di una conversazione) e non ha mai accettato di partire per una tournée. Tre dischi in tre anni, il primo in coppia con l’amico Vince Martin, pure lui chitarrista, ascrivibile al folk, nel 1964. L’Elektra spera di farne un nuovo duo di successo, ma Fred è già oltre. Con Bleecker & MacDougal dell’anno dopo, eccolo presentarsi con una band tutta elettrica, affiancando così la famosa svolta di Dylan. Il terzo album è un capolavoro. Nuova casa discografica per Fred Neil, la Capitol, e almeno tre brani da ricordare: The Dolphins, Everybody’s Talkin’ e lo strumentale Cynicrustpetefredjohn Raga che per il titolo e la durata, oltre 7 minuti, è già azzardo.

Seguiranno Session nel 1968, un album che dà l’impressione di qualcosa fatta solo per onorare un contratto. E l’ultimo, tre anni dopo, Other Side of This Life, registrato in studio e dal vivo, che recupera in gran parte pezzi già editati e che probabilmente, dato anche il titolo, forse non casuale, esce quando Neil ha già deciso di dare una profonda svolta alla sua vita, trasferendosi in Florida, nei luoghi dove ha trascorso buona parte della sua infanzia. La copertina dell’Lp lo ritrae su una barca a vela, i capelli al vento, sorridente, finalmente libero. Era già tutto scritto in Everybody’s Talkin’:
“Vado dove il sole continua a splendere
Attraverso la pioggia battente
Vado dove il tempo si adatta ai miei abiti
Ritirandomi dal vento del Nord Est
Navigando sulla brezza estiva
E saltellando sul mare come un sasso”
Una vita ricominciata da capo
Nel 1970 insieme a Ric O’Barry, Neil fonda il Dolphin Research Project dedicandosi a tempo pieno alla tutela dei delfini, animali a cui aveva anni prima dedicato la bellissima The Dolphins, il brano che aveva fatto innamorare anche uno dei suoi più importanti ammiratori, ovvero Tim Buckley, che ne farà una interessante cover anni dopo. Nello stesso anno, sull’onda del successo seguito a un’altra ben più fortunata cover del suo brano più famoso a opera di Harry Nilsson, la Capitol ristampa il terzo album di Neil, cambiandone il titolo, da Fred Neil appunto a Everybody’s Talkin’. È il momento della massima popolarità, ma lui ha già staccato la spina. Perché:
“Questo vecchio mondo potrebbe non cambiare mai
Nemmeno con la guerra tornerebbe come prima
Non puoi cambiarlo di nuovo
Ho cercato i delfini nel mare”
recita la prima strofa di The Dolphins (la traduzione libera è mia).
Ric O’Barry negli anni Sessanta era un addestratore di delfini. Fu lui a catturare e a seguire i cinque delfini che interpretarono il ruolo di Flipper nella omonima serie televisiva, che tanto successo riscosse in quegli anni sulle televisioni americane.

«Sono cambiato quando Flipper (interpretato per la maggior parte del tempo da Kathy, una dei delfini che aveva addestrato per la serie televisiva, ndr) mi è morto suicida tra le braccia. Uso il termine con una certa apprensione, ma mi sembra il più appropriato per descrivere l’asfissia che questo animale scelse di autoinfliggersi» (da The Samurai Dolphin Man uscito sul The Japan Times il 21 febbraio 2017) L’intervista integrale è riportata qui. La storia di Ric e del suo progetto è narrata nel libro Behind the Dolphin Smile, pubblicato nel 1989 e solo qualche anno fa, nel 2017, tradotto e pubblicato anche nel nostro Paese con il fedele titolo di Dietro il sorriso dei delfini.
Quella della seconda vita di Neil non sta invece da nessuna parte. All’inizio del nuovo millennio, la rivista Mojo cercò di contattarlo per saperne qualcosa, pubblicando una sorta di lettera aperta. E Neil rispose nello stesso modo, per iscritto, chiedendo sostanzialmente di contribuire al progetto in difesa dei delfini, ma non rivelando nulla del proprio presente. Così resterà solo il ricordo delle sue ultime sporadiche comparsate live. A New York nel 1971 con Stephen Stills. Al Montreux Jazz Festival del 1975 insieme a John Sebastian, Harvey Brooks e Peter Childs. E per una raccolta fondi relativa al Project, nel 1981 sul palco con il vecchio amico del Village, Buzzy Linhart.
È morto di cancro nel 2001. L’anno prossimo faranno 25 anni. Se ne è volato via come le famose anatre di Holden:
“Io abito a New York, e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South”. “Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta”.

- Alberto Poggi scrive e collabora con varie testate, tra cui il giornale online Periscopio. L’informazione verticale, occupandosi di musica e tematiche ambientali. È chitarrista e da alcuni anni ha intrapreso la difficile ma stimolante arte della liuteria



