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Elisa di Di Costanzo. Un delitto da ricordare

In Ariaferma, Leonardo Di Costanzo indagava sulla relazione che si stabilisce in un carcere (fatiscente) tra detenuti e secondini, tra controllati e controllori, lasciando fuori campo la natura dei crimini commessi.

Dimenticata la prigione ottocentesca dove duellavano, non solo verbalmente, i mattatori Orlando e Servillo, con Elisa il regista di Ischia (ma residente tra Parigi e Napoli) cambia il fuoco del suo lavoro. Punta la telecamera sull’incontro tra un’assassina abbastanza priva di memoria (ma poi davvero?) e un illustre criminologo; relega invece allo sfondo la vita spicciola che si svolge in una struttura penitenziaria modello, un enorme hotel di pena, locato tra i monti della Svizzera italiana al termine di una strada dai ripidissimi tornanti. Di Costanzo lo inquadra spesso dall’alto forse per darci l’effetto di come noi (soprattutto se colpevoli di qualcosa) siamo formiche che stanno sotto un occhio superiore.

Elisa
Roschdy Zem e Barbara Ronchi

I fatti: Elisa, 35 anni, da dieci è in carcere, poiché ha ammazzato la sorella maggiore e, presa dal panico o da un improvviso furore, ne ha bruciato il corpo, il tutto senza un motivo apparente.

Elisa sostiene adesso di ricordare poco o niente del delitto, come se avesse alzato un muro protettivo di silenzio tra sé e il suo terribile passato. Passato sempre presente come un incubo: Elisa non sembra neppure intenzionata a chiedere la semilibertà…

Un giorno, però, dopo aver assistito alla lezione del criminologo Alaoui, accetta di partecipare ai suoi studi con una serie di colloqui e il film diventa una sorta di seduta di psicoterapia. Alaoui accende il registratore e tra lui e Elisa inizia un colloquio inesorabile, che avrà i suoi stop and go nella difficoltà del dire della donna e, più avanti, si incaglia su una domanda che Elisa rivolge al professore, riguardo il vero motivo dell’interesse al suo caso.

Ecco. Non si pensi neppure per un attimo che il pur sentenzioso Alaoui abbia loschi scopi legati alla notorietà, come un qualsiasi esperto o ospite del nostro quotidiano zoo tv. La partitura di Di Costanzo non ha nulla a che spartire con le varie Italie in diretta. Qui siamo da un’altra parte – oltretutto nelle sedute, tenute in una zona di confine, si parla in francese – e la risposta di Alaoui sarà molto umana e misurata sull’umanità dolente di Elisa.

Il film soffre però di una certa staticità, questa sì un po’ televisiva, negli incontri e in genere nell’impaginazione. Ciò può essere imputato a un eccesso di didascalismo e all’intenzione di amalgamare il presente della quest con i flashback del passato, senza fare spettacolo con questi ultimi, ed evitando di allestire uno show che sarebbe inutilmente compiaciuto. Di Costanzo, che si avvale di una autunnale fotografia di Luca Bigazzi, collega anche formalmente i due estremi del film (il delitto e il dialogo su di esso).

Elisa
Di Costanzo con Valeria Golino e Roschdy Zem

Come spiega lo stesso Di Costanzo: «Elisa si ispira agli studi dei criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, che conducono ricerche sull’agire violento e sugli autori di crimini efferati, compresi quelli, come in questo caso, non derivanti da marginalità sociali, né da patologie psichiatriche». E ancora: «Elisa è un personaggio di cui percepiamo la sofferenza, ma anche la freddezza e la capacità nel manipolare le persone a lei vicine. Seguendo la sua vicenda, oscilliamo tra la comprensione del suo percorso interiore e il rifiuto profondo».

Accade così. Roschdy Zem è l’impeccabile professore, Barbara Ronchi la donna smemorata: le basta uno sguardo o una smorfia per accennare alla complessità psicologica di Elisa, per farla ritornare al purgatorio di prima del delitto o reimmergerla nel suo inferno (giusta la candidatura alla Coppa Volpi). Valeria Golino si distingue nel cameo di una madre che non può perdonare e nemmeno parlare con gli assassini di suo figlio.

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