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Allonsanfàn
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Il gelso di Gerusalemme. Se la storia del Medio Oriente la raccontano gli alberi

Un tempo a Gaza, prima dei confini blindati, delle divisioni e dei check point, c’erano i sicomori. Dove oggi vediamo solo macerie e polvere e gente affamata e disperata, c’erano mille fichi sicomori che costeggiavano a destra e a sinistra, con grandi rami che arrivavano a toccarsi come in un arco, un tratto della strada a nord di Rafah verso la città di Gaza: tutti potevano cogliere i frutti di quegli alberi e mangiarli all’ombra dei loro rami, ma (per un’antica tradizione ispirata al concetto di “condivisione” e non  di “possesso”), nessuno poteva portarseli via, i fichi, altrimenti, essendo il sicomoro un albero sacro, qualche divinità si poteva arrabbiare

Sicomori, ulivi, aranci. Erano gli alberi di quella terra allora rigogliosa (adesso resta solo da vedere quali piante ci verranno messe – se la nefasta coppia Trump/Netanyahu riuscirà, fatti fuori i palestinesi, a trasformarla nel grande Resort de Luxe per turisti miliardari che i due, a quanto pare, hanno in mente).

caridi gelso gerusalemme

Comunque, gli alberi. Che Paola Caridi, esperta di storia politica del mondo arabo – vive nei paesi del Medio Oriente da oltre vent’anni – rende protagonisti nel libro Il gelso di Gerusalemme (Feltrinelli 2024), un titolo che può sembrare più “da romanzo” che da saggio storico: però non c’è nulla di inventato, qui, no fiction, solo rigorosa documentazione, attraversata, questo sì, da ricordi personali, episodi quotidiani che sciolgono, per così dire, la scrittura densa, da saggio, in passaggi empatici fuori dagli schemi dei testi “accademici”.

Certo l’idea è singolare: mettere da parte, per una volta, gli umani, e lasciare che a dire come è andata la Storia (Maiuscola) siano gli alberi. Che vivono più a lungo di noi, e più di noi ne vedono e patiscono, di cose terrene, eventi epocali, giravolte politico/economiche che lasciano brutti segni anche su di loro, testimoni senza tempo, silenziosi eppure crudamente eloquenti, a saperli ascoltare e davvero guardare.

Caridi lo sa cogliere, il loro linguaggio “non umano”, forse per ricordi d’infanzia legati ai nonni materni, emigrati dalle Marche a Roma nel quartiere della Balduina che pur essendo dentro la città era già aperta campagna (Scola ci ha girato il film Brutti, sporchi e cattivi), dove il nonno coltivava frutti e ortaggi che lei bambina vedeva crescere.

Gelso Gaza
Gaza dopo un bombardamento (foto di Jaber Jehad Badwan)

Quando (dopo il fatidico 7 ottobre 2023), torna nella casa di Gerusalemme dove aveva vissuto dieci anni prima, del grande gelso di more rosse che stava presso il muretto del cortile ritrova solo un tronco bruciacchiato. Annerito, ferito, ma non del tutto sradicato dal suo pezzo di terra, quel moncone è tuttavia ancora parte viva di un albero che aveva probabilmente un secolo e mezzo di vita: “centocinquanta anni: l’intero percorso – umano – della questione israelopalestinese, a partire dall’immigrazione sionista fino all’oggi”, considera, da storica.

Così le vengono in mente altri gelsi “storici”: quelli del Libano sottoposti a coltivazione superintensiva (ventotto milioni di gelsi) a discapito di altre colture, per nutrire i voraci bachi che fornivano il filo richiesto dalle seterie di Lione: alla fine una moria dei bachi avvenuta in tempo di guerra provocò una carestia (non c’erano frutti né ortaggi) che fece letteralmente morire di fame migliaia di persone.

E le arance di Jaffa, diventate emblema universale dell’imprenditoria agricola israeliana (color arancione persino le divise delle hostess dell’El Al), in realtà erano nate negli agrumeti creati in origine dagli agronomi palestinesi intorno a Jaffa, la città-simbolo della terra perduta.

E c’è la storia dei pini di Aleppo, un esercito di sessanta milioni di pini “colonizzatori”, conifere a crescita rapida voluti dal Fondo Nazionale Ebraico: un modo ”botanico” di occupare il terreno.

caridi gelso gerusalemme
Paola Caridi (credit: Marco Giugliarelli per Civitella Ranieri)

Ecco, leggendo dei pini di Aleppo mi sono trovata a guardare con occhi più attenti la pineta che sta alle pendici del Monte Penice, appena sopra Bobbio dove vivo. Sono stata sempre vagamente incuriosita da quelle conifere che mi sembravano come “fuori luogo”, estranee al paesaggio intorno.

Finalmente ho chiesto e saputo la loro storia. Quei pini, migliaia di pini, sono stati piantumati durante il Ventennio del secolo scorso dai contadini del luogo incaricati e pagati per conto del governo di Mussolini su suggerimento dell’“amico Hitler” perché anche noi italiani avessimo, qui ai confini tra Emilia e Lombardia, la nostra piccola “Foresta Nera”: chissà se qualcuno dei gitanti che adesso si fermano sotto i pini per il picnic conosce la loro storia.

  • In apertura, un particolare dellopera Not Everywhere But Anywhere di William Kentridge (2021)
  • Jonne Bertola ha pubblicato il romanzo Fuori Copione (LuoghInteriori)
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