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Allonsanfàn
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Eliza Macadan. Poesie per essere sempre esattamente altrove

Non so che senso hanno e da che parte stanno i poeti di oggi, dove trovano i loro argomenti, e naturalmente la lingua, la sintassi intellettuale e emotiva, per scrivere versi.

E poi: scopro di avere la casa zeppa di libri di poesia (di miei contemporanei!) che non apro più da anni e che, da anni, osservo e spolvero sempre più distrattamente come se fossi una vecchia casalinga neanche troppo inquieta.

Mi sono abituato a pensare – se non come la casalinga dello stereotipo, alla stregua di un piccolo borghese della parola – che oggi le poesie sono inutili, “letteratura scaduta”, non più di un vezzo, sono puro o impuro autocompiacimento, poco altro.

È uno sbaglio, e ancora con il piumino in mano, me ne accorgo mentre apro la nuova raccolta di una poetessa romena – ma sa scrivere e dividersi in tre lingue: la sua (posto che sia sua, poiché lei fa mostra di non possedere niente, ritenendo il possesso cosa fatua e persino ottusa), l’italiano, il francese.

Leggo infatti Eliza Macadan (Bacău, 1967), che ha affidato Esattamente altrove ai tipi di Di Felice. Esattamente altrove è stato composto in italiano che per Eliza Macadan rappresenta pressapoco la lingua della resa dei conti interiore e quello della ricerca di un equilibrio che scappa come l’orizzonte.

Non so dove stia d’alloggio la poesia contemporanea, dicevo, ma leggendo, mi sono ricordato che so quasi sempre dove si trova Eliza Macadan. Per me, sta su una panchina da qualche parte a Bucarest – la panchina della fotografia messa in apertura di questo post – dove, tra una sigaretta e l’altra, scrive Lettera da Bucarest, il suo testo per me più bello, uscito ormai da quasi un decennio in Passi passati (Joker, 2016).

Comprensibile anche a un somaro, la Lettera mi ricorda tra l’altro, come dice Eliza, che «la poesia è una forma di concentrazione estrema e insieme un atto di resistenza in un’epoca in cui il linguaggio è sottoposto a un logoramento costante: parole vuote, ripetute, deformate dalla velocità».

Potete leggere la Lettera in rete, è quella che comincia così: “Oh, caro, / non chiedermi come sto oggi / sto male / tornando dalla biblioteca dell’accademia / lasciate lì le poesie di un connazionale / scomparso da tempo / mi sono presa un caffè dal distributore all’angolo / e mi sono seduta su una panchina / per scriverti queste righe”. E termina in post scriptum con “non so per quanto tempo rimango ancora”…

Eliza Macadan Esattamente altrove
Questo per mettere due cordinate al discorso. Le altre poesie di Eliza Macadan
, comprese quelle nuove di Esattamente altrove, sembrano meno politiche – nella semplice accezione di “civili” – e non sono in apparenza così didascaliche, forse perché si muovono anch’esse “da” e “verso” un posto geografico che si vuole reale ed è tuttavia posizionato “a nord della parola”.

In questo possibile luogo dell’impossibilità, Eliza più che rivivere il non detto passato di chi ha patito la vita in un regime, celebra il non dicibile presente e futuro. È la sfida della sua arte e mai come nelle pagine recenti sembra innervarsi della presenza/assenza del Sacro. Le sue parole, prive di censura, possono venire da un altrove, appunto, essere quasi sotto dettatura, messaggio che scaturisce da una postura mistica. Sostiene Eliza: «Per me il Sacro è la sorgente da cui sgorga anche la poesia. L’ho detto ripetutamente, “queste non sono le mie parole“, sono parole donate che io accolgo nel silenzio e nell’ascolto. Per ogni persona, la preghiera resta il privilegio supremo… e la poesia le si avvicina, come un’eco. Il Sacro è la luce che attraversa la mia voce senza appartenermi… ed è ciò che sostiene il respiro del mio tempo».

Allora, Eliza nei suoi versi può presentarsi così: “… una come me, inaffidabile, perché / se ne andrà esattamente / altrove, proprio lì dove, / aspettando Te, vedrà / che nulla, proprio nulla, / tanto meno la Terra, / si muove”.

In questa sorta di universale, quasi impudente stop – uno stop davvero resistenziale, come si diceva – riscopro il senso dello “scrivere andando a capo”. E posso per un attimo pormi distante dal quotidiano della “comunicazione”, dalle parole trafitte da violenta stupidità e da quelle imballate in ogni patetica retorica.

Eliza Macadan Esattamente altrove
Macadan legge

Nelle nuove poesie di Macadan trascorrono, come luci intermittenti in un antro buio, nostalgia e speranza, preghiera e irrisione – c’è n’è moltissima in Macadan, nascosta dal velo della sua buona educazione -, viste sul deserto (una delle parole chiave) e paurosi temporali, e molta più guerra naturalmente, molta più guerra che pace. E però Eliza è sempre se stessa, per chi la conosce o ha voglia di conoscerla: è a un tempo ilare e molto triste.

È proprio questa l’impressione che dà quando legge se stessa in un reading e, se verrà in Italia, sarà opportuno andarla a sentire e poi magari chiederle dei poeti di casa sua (ma di quale casa, poi?). Lei li sa spiegare benissimo, come sa illustrare con poche parole le gesta più difficili di tutte le letterature del mondo. Aggiungo che Macadan conosce a fondo la poesia italiana contemporanea perché ha tradotto in romeno, in riviste e antologie e in titoli singoli, il meglio dei nostri versificatori, i più famosi e i meno (Bertoni, De Angelis, Magrelli, Piersanti, Serragnoli…).

Intanto, leggendo Esattamente altrove, faccio un altro pezzo di cammino con Macadan, fermandomi nell’incubo di un siffatto e raggelato perfect day:

(…) e troviamo l’essenza / di ogni tempo /
proprio in una giornata / come questa: //
senza partenze, / senza arrivi, / senza allerta meteo, / senza il silenzio delle armi.

E poi, poco più avanti, guardo dove:

(…) i razzi / a centinaia, passano /
un confine finto / e uccidono per davvero. //
Volano però dappertutto / uccellini di foglie bianche.

Credo che si comprenda perché queste poesie – poesie che servono a guardare delle cose insieme a chi le ha scritte, condividendo una quotidianità mai banale, dialogante con temi sterminati – possono farmi compagnia in questi giorni grami.

A margine. Leggendo Macadan, mi sono ricordato anche che nelle poesie “le parole […] cozzano tra loro, si rincorrono anche foneticamente, a volte fino all’assonanza e alla rima, che arriva spesso inaspettata, ricomponendone, o anche dirottandone, il senso”, come afferma scrivendo di Esattamente altrove Fabrizio Dall’Aglio.

Nota. La frase virgolettata sulla concentrazione e sulla resistenza, appartiene a una bella intervista, che potete recuperare qui

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