Chissà che cosa direbbe o scriverebbe oggi Leonard Cohen, il grande cantautore canadese di origini ebraiche, su quello che sta succedendo nel Medio Oriente in questi quasi tre anni dall’inqualificabile attacco di Hamas al confine con la striscia di Gaza, attacco seguito dalla rabbiosa, altrettanto ingiustificabile reazione dello stato israeliano.
L’azione terroristica di Hamas, come è noto, è avvenuta a cinquant’anni esatti dallo scoppio della guerra arabo-israeliana del 1973. Guerra a cui Cohen si sentì in dovere di partecipare, anche se solo come supporter delle truppe israeliane, lasciando l’isola greca di Hydra dove si era rifugiato in un momento particolarmente travagliato della sua vita e interrompendo la relazione con Marianne Ihlen – sì, proprio quella che gli aveva ispirato la bellissima So Long, Marianne – iniziata ben sette anni prima.
Non scandalizzatevi. So benissimo che domande di questo genere non hanno senso. E poi a quale Cohen faremmo riferimento? A quello che con la camicia color cachi e l’aria ispirata, venne immortalato in una famosa foto d’epoca, attorniato dai soldati dello stato di Israele? Quei soldati che, come ricostruito ampiamente e con dovizia di documenti da Matti Friedman, nel suo Who By Fire, ovvero Il canto del fuoco, uscito per Giuntina nel 2022 in traduzione italiana, aveva deciso di andare a sostenere nella loro battaglia.

Come recita la strofa di Lover Lover Lover, la canzone da lui scritta per l’occasione, ma poi cancellata nella successiva registrazione del brano sul disco New Skin for the Old Cerimony del 1974:
“Sono andato nel deserto / Per aiutare i miei fratelli a combattere / Sapevo che non avevano torto / Sapevo che non avevano ragione / Ma le ossa devono alzarsi in piedi e camminare / E il sangue deve circolare / E gli uomini vanno, tracciando delle brutte linee / Su un terreno sacro” (Citato da M. Friedman nel libro)
Oppure dovremmo riferirci al Cohen di circa dieci anni dopo? L’uomo che scriverà nel suo Book of Mercy (Libro della misericordia, minimum fax), pubblicato a ridosso della guerra del Libano iniziata nel 1982:
“Israele, e tu che chiami te stesso Israele. La Chiesa che chiama sé stessa Israele, e la rivolta che chiama sé stessa Israele, e ogni nazione scelta per essere una nazione, nessuna di queste terre è vostra, voi tutte siete ladre di santità, voi tutte siete in guerra con la Misericordia. Chi lo dirà? (…) Pertanto voi dominate sul caos, issate le vostre bandiere senza alcuna autorità, e il cuore che è ancora vivo vi odia, e ciò che resta della Misericordia si vergogna a guardarvi”

Parole inequivocabili, che risuonano con forza anche oggi. Per fortuna o per disgrazia, di Leonard Cohen ce ne sono diversi, come accade per ognuno di noi. Quindi, quando qualche giorno fa ho iniziato a leggere La danza dei lebbrosi (Bompiani 2023, traduzione di Marco Rossari), il suo romanzo postumo, confesso che ero piuttosto curioso. Poi ho scoperto che il testo era stato scritto tra il 1956 ed il 1957, praticamente in concomitanza con l’uscita del suo primo libro di poesie, Let Us Compare Mythologies (1956, in italiano Confrontiamo allora i nostri miti, minimum fax).
Forse al Cohen maturo, quest’opera non piaceva. Non credo infatti che, se successivamente avesse voluto darlo alle stampe, avrebbe avuto le stesse difficoltà incontrate da giovane semisconosciuto. Potrebbe però anche averlo dimenticato in qualche cassetto. La sua eredità artistica in effetti è sterminata: taccuini, brogliacci e fogli sparsi dappertutto. Il suo manager Robert Kory, al centro di una disputa legale con i due figli su tutta la gestione di questo imponente lascito, ha valutato che volendo digitalizzare tutto servirebbero qualcosa come 550 terabyte di memoria.
Comunque, il libro, piuttosto corposo, è composto da un romanzo breve (che dà il titolo alla raccolta), una quindicina di racconti e un copione teatrale. Il materiale è abbastanza eterogeo come qualità. Mi è piaciuto il romanzo. Un po’ meno diversi racconti. Sesso e violenza la fanno da padroni nel romanzo. Così come nelle poesie della sua prima raccolta, che non a caso è stata scritta nello stesso arco temporale. La mitologia del primo Cohen è profondamente segnata da questi due temi.

Come ha scritto in proposito e molto acutamente lo scrittore Michael Ondaatje (autore del pluripremiato Il paziente inglese) singalese, ma canadese di adozione:
“Il libro (quello di poesie) rivela un delicato mondo vergine dove stupro, assassinio, intrigo politico e crocifissione sono viste come circondate da un velo. La bellezza è tutto e la violenza è una delle fonti della bellezza…” (dalla prefazione a Let Us Compare Mythologies)
Ne La danza dei lebbrosi la violenza è ossessiva, così come il sesso, pervaso di un prorompente vitalismo. Sembra di essere agli antipodi dei versi che Cohen scriverà qualche anno dopo nella sua famosa Suzanne:
“And you want to travel with her / And you want to travel blind / And you know that she will trust you / For you’ve touched her perfect body with your mind”
Ma in perfetta linea invece con il Cohen che durante i concerti, renderà spiacevolmente pubblica la sua relazione sessuale al Chelsea Hotel con Janis Joplin.
“We were runnin’ for the money and the flesh / And that was called love for the workers in song”

Ne chiederà scusa più volte (come qui). Come sembra voler fare nella digressione de La danza dei lebbrosi, quando fa dire al protagonista senza nome della storia:
“Ho esagerato. Vi ho raccontato troppo. Voi direte che è una storia folle raccontata da un folle. (…) È successo, tutto qui, è successo proprio come è successo Buchenwald e Bergen-Belsen e Auschwitz e succederà di nuovo”
Un fatalismo che, questo sì, è una costante nella visione del mondo di Leonard Cohen. Una sfaccettatura della sua complessa personalità che non ha mai abbandonato.
Credit: Leonard Cohen – tribute cover by Taranak is marked with Public Domain Mark 1.0.



