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Allonsanfàn
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Orme di tigre nella polvere: sulle tracce di Davide Brullo

Certi autori tendono a nascondersi, altri a mistificare. Davide Brullo, scrittore e poeta difficilmente classificabile, appartiene a questa seconda categoria. Forse. Il punto, come dicevo, è che si tratta di un autore che sfugge a ogni definizione: appena tenti di incasellarlo in un genere Brullo si ribella e passa altrove, e se cerchi ancora di incastrarlo è già da un’altra parte, chissà dove. Potrebbe essere definito uno scrittore, ma anche un falsario delle lettere. Alcuni lo considerano un “poeta prestato al giornalismo”, come si legge nel risvolto di Stroncature (Gog), tuttavia si è sempre tenuto ben distante dall’attualità che tanto attira i suoi contemporanei. In effetti Davide Brullo – scrittore, poeta – preferisce la compagnia dei morti, meglio se maledetti, a quella dei vivi. O almeno così mi sembra di capire dai suoi scritti.

Fu una poetessa, Maria Lo Conti, a parlarmene per prima. Mi disse che uno dei suoi libri del cuore, che rileggeva spesso, di cui conosceva perfino alcuni brani a memoria, era S (Marietti1820), di Davide Brullo: la incantava. Aggiunse che secondo lei con Brullo sarei andato d’accordo, e di lì a poco mi spedì una copia di S, visto che ne aveva due. Non riuscii a leggere il libro, e ancora adesso mi è quasi impossibile finirlo. Non lo confessai a Maria, ma mi sembrava – per usare una bella definizione che Michele Mari riservò a un proprio libro – un “brutto libro pieno di belle pagine”, e se è vero che un “brutto libro pieno di belle pagine” è preferibile a un “bel libro pieno di brutte pagine”, io in ogni caso non riuscivo a leggerlo linearmente.

Tuttavia mi affascinava. Mi affascina ancora. Ci sono alcuni romanzi, o supposti tali, che vanno letti come libri di poesia, talora persino aprendoli a caso e cercando un paragrafo o un periodo come si cerca un verso o una parola. Decisi di sospendere il giudizio su Brullo, almeno finché non avessi letto un altro suo libro.

Davide Brullo

Non aspettai a lungo. Il suo secondo libro che lessi fu Stroncature, e allora capii che – oltre a essere uno scrittore e un poeta – Davide Brullo era un kamikaze. Per anni aveva scritto stroncature su diversi giornali, ma stroncature vere, che erano innanzitutto dei gesti estetici, non i meri esercizi di (mediocre) bravura settoriale che sogliono fare alcuni supposti critici fintamente trasgressivi.

Brullo scriveva: «L’unica cosa che raccogli scrivendo stroncature è livore altrui e un buon carico di nemici – la stroncatura ha valore, d’altronde, se, devoti alla forma, all’entità letteraria, si colpiscono anche gli amici. Ti fanno il vuoto. Se scrivi una stroncatura – ne ho le prove – se la legano al cuore per anni. Ti tagliano fuori da tutto, i valvassini e i vassalli del potere culturale». Brullo è stato querelato da un autore per un suo articolo, che infatti nel libro compare pieno di tagli. Scrive anche: «La stroncatura, se praticata con rigore, ha dei limiti. Dopo aver disintegrato i falsi idoli è bene tornare al deserto e cercare Dio».

Restai di sasso. A differenza di Brullo non ho mai amato troppo le stroncature, perché chi le pratica mi ha sempre ricordato il Bel Ami di Maupassant, Georges Duroy, cioè un arrampicatore più o meno spericolato e colto ma in fin dei conti – pensavo (penso?) – più insincero che ribelle. Non ho mai amato i falsi ribelli. La sola, fluviale stroncatura che abbia mai scritto è su un critico, Harold Bloom, perché se un libro non mi piace in genere non mi piace neanche parlarne. Brullo invece stroncava Busi, Baricco, Giordano, Di Paolo, Murgia, Ferrante, Citati e tanti altri scrittori – e sapeva farlo. Di più: se ne infischiava e rischiava sempre, mentre di solito, a saperle leggere, gran parte delle “stroncature” non sono meno prudenti dei libri che pretendono di stroncare. Brullo, al contrario, ne faceva una questione estetica e non settoriale, direi persino una questione di sopravvivenza, nient’affatto politica. Era solo. Voleva esserlo. Un kamikaze fatto e finito, mi dicevo: soprattutto finito. Però meritava di essere letto.

Davide Brullo

«Dopo aver disintegrato i falsi idoli è bene tornare al deserto e cercare Dio» scriveva dunque Brullo, e così mi procurai un paio di suoi libri che trattavano di Dio, Rinuncio (Guaraldi) e Selah (Raffaelli e poi San Paolo). Rinuncio è un falso romanzo e anche un falso tout court, l’opera di un audace falsario, perché contiene gli scritti di papa Benedetto XVI dopo la rinuncia al pontificato, mentre Selah è un racconto lungo scritto proprio dall’autore di quel “romanzo” sul papa, Rinuncio, cioè un io che è e al tempo stesso non è Davide Brullo, e anche in questo Brullo è un mistificatore.

Mi piacquero entrambi (Rinuncio e Selah sono i suoi libri che prediligo, con – come si vedrà – il suo Nabokov) e decisi di continuare a leggerlo; passai a Un alfabeto nella neve (Castelvecchi), che contiene un carteggio apocrifo fra Boris Pasternak e Marina Cvetaeva, e poi alle poesie contenute in Lince (Crocetti Editore), nelle quali trovai lo stesso tipo di visioni assolute e favolose che mi avevano spiazzato in S, alcune di difficile interpretazione. Perché non è un poeta comune, Davide Brullo. Per accedere alla bellezza dei suoi versi bisogna credere nell’esercizio di una parola sempre tesa al rischio di essere mal compresa. Le sue poesie non sono delle filastrocche aforistiche bensì, direi, la rivelazione di un segreto che non si rivelerà mai appieno. Davide Brullo fa poesia, non (come tanti, ahinoi) astuti paragrafetti messi in versi per i pigri lettori contemporanei.

Davide Brullo

In seguito mi è capitata sottomano una sua antologia della poesia russa, 1917, I poeti che fecero la rivoluzione (Interno4), che in qualche maniera può esemplificare il lavorio culturale di Brullo, gli articoli che ogni tanto va scrivendo sulla stampa e online. In esso compaiono Achmatova, Blok, Chlebnikov, Cvetaeva, Majakovskij e tanti altri, e l’approccio battagliero di questi poeti – come se la poesia fosse davvero l’unica maniera di vivere e morire degnamente – è stata l’unica scuola di scrittura del poeta Davide Brullo, credo.

In Un alfabeto nella neve Boris Pasternak si chiede: “Perché un uomo scrive poesie e un altro uccide?”. La domanda in realtà se la pone Brullo, mascherato da Pasternak. Ma più avanti, in un’altra lettera apocrifa, Brullo diventa Marina Cvetaeva che sogna lo stesso Pasternak, e nel sogno Pasternak è la ghigliottina che taglia le teste di Robespierre e di Maria Antonietta. Cvetaeva, la sognatrice, è la struttura in legno della ghigliottina, mentre Pasternak è la lama. «Il bisbiglio della lama quando scivolava tra le mie anche di legno» scrive Cvetaeva, cioè Brullo, «era meraviglioso, perfetto. Era come un segreto sussurrato, puro».

Chissà cosa avrebbe pensato Cvetaeva di un poeta italiano del secolo successivo che avrebbe immaginato un suo sogno che fa del fruscio della lama di una ghigliottina un segreto, cioè un verso.

Davide Brullo

L’ultimo libro che ho letto di Davide Brullo è Nabokov (Compagnia editoriale Aliberti), e anche qui Brullo c’è e non c’è e in ogni caso mistifica non soltanto la poesia e la letteratura ma anche se stesso. È forse il suo libro che prediligo ed è passato quasi del tutto inosservato dalla critica, anche perché Brullo tende a pubblicare con editori quasi invisibili e a promuovere poco le sue opere, preferendo consacrarsi a quelle degli altri, ai suoi tanto amati poeti e scrittori morti. Mentre leggiamo un suo libro Brullo è sempre altrove.

Il narratore di Nabokov scrive: «Per mestiere entro nelle vite degli uomini. Quando la biografia non mi soddisfa, impongo delle piccole correzioni, affinché sia armonico l’articolo che vendo a un giornale o a un altro. Sono il cartografo del caso: un mestiere affascinante, a patto che si preferisca sostare sulla soglia di se stessi, sul ciglio dell’irrisolto e del rimorso. Di ogni uomo esploro le estremità, sono polarizzato dagli estremismi». Il libro, come già Rinuncio e Un alfabeto nella nevecontiene una storia nella storia, una mise en abyme che altro non è che l’ennesimo sogno apocrifo messo in prosa da Davide Brullo, ossia un’intervista di tale Charles Kinbote a Vladimir Nabokov.

Davide Brullo

Charles Kinbote è un giornalista argentino ormai invecchiato e in carrozzella che si chiama come il bizzarro personaggio di Fuoco pallido che commenta il lungo poema scritto da John Shade, cioè da Nabokov; la finzione di Brullo quindi si appoggia su un’altra finzione ma crea un’opera ben più terrificante e ambigua dei libri di Nabokov, un libro nero, suicidario, osceno, incestuoso, pornografico, a tratti insopportabile nella sua ferocia estetica e narrativa.

Nabokov potrebbe essere un incubo che il sottile Borges avrebbe forse amato ma che di certo avrebbe negato di aver fatto. È un libro che avrebbe inorridito Sade e reso furioso lo stesso Nabokov. È un’opera che inquieta e ipnotizza, la più estrema – penso in particolare alla parte del Minotauro – di Brullo. Non se ne esce sani, non se ne esce liberi. Nabokov è un libro pericoloso per la nostra psiche.

Dei peculiari romanzi di Davide Brullo – la parte della sua opera che ritengo più importante e bella – parlano in pochi. Forse lui preferisce così; forse il suo gravoso lavorio culturale serve a mantenere intatto il segreto dei libri che più ha a cuore. O forse, più probabilmente, Brullo è uno scrittore fuori dal proprio tempo, che scrive per i morti e per gli sconfitti presenti e futuri, in un angolo polveroso e mal frequentato ma anche – soprattutto – nobile. Bisogna saper cercare le tigri nella polvere, direbbe Borges, la nobiltà nella derelizione. Temo che Brullo non ami gli elogi come questo, che pure sono necessari. Alcuni suoi versi non li capisco e altri mi affascinano. Le sue stroncature sono coraggiose e colte e sempre ben preparate, e meritano di essere lette. Però le finzioni apocrife mi sembrano le sue cose migliori, ripeto: sono sempre originali e a tratti irresistibili.

Davide Brullo è una voce che sussurra, come la lama che cade nella ghigliottina sognata da Marina Cvetaeva. Chissà che quel sogno la poetessa non lo abbia fatto davvero.

  • Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo. Ha collaborato con diverse riviste
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