Il regista Francesco Sossai avrebbe potuto metttere in esergo a Le città di pianura la frase di un suo nume tutelare, Gianni Celati: “Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dai codici familiari che porta con sé, ha bisogno di andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare a una foce, dove dovrà sentirsi smarrita”.
E spiega infatti: «Tanti dei posti dove abbiamo girato già non esistono più, i bar hanno chiuso, le vecchie case sono state distrutte per far spazio a qualche nuovo edificio. Le vecchie città stanno facendo spazio alle nuove e noi dobbiamo ancora una volta riscrivere la nostra mappa interiore. Intanto abbiamo questa, che spero serva a qualcuno…».

La mappa interiore è diventata un racconto on the road, un road movie aperto, quasi spalancato su una serie di avventure compiute sul “territorio” – il modo burocratico che abbiamo oggi di chiamare la terra. Gli eroi per modo di dire di Sossai compiono un viaggio al termine del Veneto, campielli di Venezia compresi, annegando nell’alcol dei “bicchieri della staffa” consumati tra una stazione e l’altra del loro peregrinare. A guardarli da vicino, Carlobianchi e Doriano, a bordo della loro improbabile Jaguar, sbuffano e ammiccano, biascicano e si sfottono, sognano e protestano ma non esistono più neanche loro, sono degli zombi. Sono due tipi di una nota Lost Generation: cinquantenni usciti dal ciclo della produzione, intesa come lavoro in fabbrica, e che non ci è più rientrata, gente che dopo la crisi del 2008 si è ritrovata a fare i conti con un mondo andato a gambe all’aria. A ben guardare, il bocia che prendono su, lo studente d’architettura Giulio, imbarcato sulla Jaguar col cuore dolente alla fine di una squallida festa di laurea, anch’egli in quanto “umanista” ha la scadenza sociale scritta addosso.
Non c’è nessun pericolo di annoiarsi durante il viaggio: Sossai ha resuscitato a modo suo, in maniera ispida, la commedia all’italiana, inscrivendovi dentro la mappa interiore di cui sopra. Carlobianchi e Doriano ci conducono in una piacevole (per lo spettatore) Via Crucis di ricordi e bravate, dove invano si sforzano di ritrovare bei vecchi tempi che forse non ci sono mai stati. Non a caso se cercano l’aeroporto di Treviso, non consultano Google maps – “Carlobianchi è contrario”, dice Doriano – ma logore cartine stradali su cui snocciolare nomi di paesini fantasma, dove si mangiavano le lumache all’aglio e si trovavano ragazze compiacenti.

Sullo sfondo del loro girovagare, si staglia un’antica storia di malavita spicciola, roba di furti di occhiali, sottratti in fabbrica per tirar su due lire, e di un favoleggiato tesoretto, la quale storia contempla la presenza di un terzo amico, arruffato come loro, che è appena tornato dall’Argentina…
Ma forse non conta arrivare, conta di più muoversi e bere, a costo di trangugiare birra analcolica e accorgersene dopo, e rimbalzare da un posto all’altro. Forse. Giulio, meridionale in alta Italia, segue Carlobianchi e Doriano facendo sempre il ritroso, un po’ come un timido Trintignant alle prese con due pericolosi Gassman – e noi temiamo sempre per lui, a ogni curva della Jaguar guidata dall’ubriaco Carlobianchi.
Mentre impara le dubbie materie della vita vera, Giulio ha però anche lui qualcosa da insegnare. Può condurre Carlobianchi e Doriano in uno strano posto fatto di aria e di cemento, la spettacolare tomba Brion disegnata da Carlo Scarpa, sepolcro che non solo è una sintesi di Italia e Giappone ma un ottimo luogo dove elaborare il lutto di paesi e di un Paese che non ci sono più.
Attori strepitosi e naturalissimi: Sergio Romano, trattenuto e sfrenato a un tempo, ghigna sotto i baffoni. Pierpaolo Capovilla – proprio lui, il frontman rock del Teatro degli Orrori – è scuro e sornione. Fa loro da contraltare Filippo Scotti, che ben rimesta inquietudine e introversione. Cameo iniziale di Roberto Citran, gaglioffo padrone di fabbrica, e partecipazione straordinaria di uno stralunato Andrea Pennacchi: gli bastano tre battute e un brutto golf per raccontare un deragliamento….

Le città di pianura, presentante a Cannes 2025, sezione Un certain regard, è un Film della critica per il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI con questa motivazione: “Unica possibile parafrasi italiana di Shakespeare a colazione, Le città di pianura è un road movie imbevuto di alcol, di ribellismo e di una malinconia che non cede mai al disfattismo e al nichilismo. Sossai mescola la commedia all’italiana con Jarmusch e Kaurismaki, e traccia una mappa geografica, antropologica e psicologica di un territorio tanto fisico (la provincia veneta) quanto interiore, per raccontare la voglia testarda e sventata di vivere una vita di cui sfuggono sempre segreti e significato“. Ben detto.
- Le città di pianura arriva dal 2 ottobre al cinema e in anteprima nelle sale di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige dal 25 settembre (Credit: photo by Simone Falso © 2025 Vivo film, Maze Pictures)



