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Matteucci, Cartagloria: cercando un segno da un Dio latitante

Con funambolici sbalzi di tempi e di luoghi Rosa Matteucci ripercorre la sua vita su questa Terra e la racconta, come fosse un romanzo che lei stessa sta leggendo, in Cartagloria (Adelphi 2025), dove cerca di svelare attraverso la scrittura la verità ultima che si cela nel profondo, sotto la superficie della realtà quotidiana. Una scrittura fluida irriverente incurante dei “trend (anglismo che Matteucci non userebbe mai: sostiene di non aver messo una parola straniera nei suoi libri), che dà l’idea di nascere immediata lì per lì dal suo respiro alla pagina, un mix senza filtri di alto e basso, antiche parole auliche ormai in disuso e parole mai sentite che le si creano dentro tra lampi di comicità che riesce a cogliere con spietato senso dell’umorismo anche in disgraziatissimi eventi.

Rosa Matteucci Cartagloria

Si segue dunque in Cartagloria il travagliato pellegrinaggio della protagonista narrante Rosa Matteucci sulle impervie strade della devozione religiosa più o meno organizzata, alla ricerca di qualche “segno” da parte di un Dio che resta tuttavia muto latitante e, nelle rare volte che si manifesta, si rivela parecchio avverso, foriero di incidenti malattie e altri sciagurati eventi. Perlopiù assente, comunque, come l’amore – nella fattispecie di amore materno detto e dichiarato che le è mancato da bambina, cresciuta trascurata malvestita e malnutrita in una magione di splendido passato ma ormai in disfacimento, con madre bellissima, colta e anaffettiva incapace di dirle le semplici parole “ti voglio bene” che (forse?) lavrebbero salvata dalla fragilità e dal senso di esclusione che l’hanno fatta soffrire nella vita, mentre il padre amatissimo, “dal petto ampio e possente, sconfinato come l’altopiano del Tibet”, affascinante sognatore distratto dal miraggio di vincite milionarie che avrebbero riportato la famiglia agli antichi splendori e salvato la casa dagli sfratti esecutivi, era compulsivamente occupato a dedurre da ogni piccolo evento quotidiano i numeri da giocare al lotto.

Cartagloria è il punto di arrivo di un dichiarato percorso letterario “nella memoria” iniziato col suo primo libro adelphiano Lourdes (1998), scritto a cominciare dal ’96 per dare dignità” al ricordo del padre morto sotto i suoi occhi, a causa di un’endovena sbagliata al pronto soccorso dell’ospedale dove era stato portato dopo un incidente stradale.

Questo episodio, così come la successiva esperienza di avventizia dama di carità accompagnatrice di pellegrini in carrozzella nella Lourdes dei miracoli affollata di malati e non, orde composite di fedeli, infermieri, barellieri, soldati e puttane in libera uscita, è ricordato anche in quest’ultimo libro. Nel quale il viaggio verso il trascendente si estende fino all’India dei santoni, nella città di Allahabad alla confluenza dei tre fiumi sacri Sarasvati Gange e Yamuna dove ha luogo il cruento rituale del battesimo collettivo di alcuni milioni di devoti convenuti per il bagno lustrale atto a spezzare la catena delle reincarnazioni in uno scenario desolato che, scrive“somiglia al bacino del porto commerciale di Genova Voltri”.

Rosa Matteucci Cartagloria
Rosa Matteucci

A Genova, invece, dove vive, approda a un centro buddhista, in un’atmosfera mortifera che le provoca una crisi di pianto e tanto piange che qualcuno degli accoliti la mette alla porta senza troppe cerimonie avvertendola che è troppo carica di dolore, che dentro di lei c’è tanto di quel dolore che farlo sgorgare sarebbe pericoloso, potrebbe farla schiattare. Fine dell’esperienza buddhista.

Ma non della ricerca del divino che culmina con la Messa in latino, ovvero l’antico rito tridentino cui assiste sopportandone stoicamente dall’inizio alla fine – e si tratta di ore – le celebrazioni tanto complicate da richiedere l’ausilio di uno strumento che ricordi via via agli officianti quel che devono fare; si chiama cartagloria come il titolo (incantevolmente inattuale) del libro: tre tavolette incorniciate contenenti le formule liturgiche poste sull’altare come promemoria, un “aiutino”  per i sacerdoti (come il “gobbo” della tv, suggerirebbe il blasfemo subconscio televisivo che è in noi).

Alla fine, dopo tanto infruttuoso viaggiare religioso, trova consolazione sotto casa, come si suol dire: in una piazzetta maleodorante occupata dai detriti e dal bagnetto chimico di un cantiere edile dove, in una sorta di stato di grazia o di incipiente ascesi mistica, si ferma di nascosto a salutare con il segno della croce la statua di gesso bianco di una Madonna che, in quel posto un po’ così, ”risplende nella sua nicchia scalcinata”.

In una recente intervista Matteucci ha dichiarato che con Cartagloria ha chiuso definitivamente il capitolo dedicato “alla memoria” e ora potrà finalmente scrivere anche per divertirsi. Il che sembra cosa buona e giusta.

P.S.: la bambina della foto di copertina “con un golfetto infeltrito abbottonato sul davanti”… “che vaga in solitudine nel giardino della casa di Orvieto” è la stessa Rosa Matteucci.

  • Jonne Bertola ha pubblicato il romanzo Fuori Copione (LuoghInteriori)
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