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Allonsanfàn
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Chi si ricorda Karen Dalton. Una vita come un blues

If I was where I would be
Then I’d be where I am not
Here I am where I must be
Where I would be, I cannot”
(Se fossi dove sarei / Allora sarei dove non sono / Eccomi dove devo essere / Dove vorrei essere, non posso)

Con questi splendidi versi termina Katie Cruel uno dei brani della tradizione americana che Karen Dalton aveva inserito nel proprio repertorio, pubblicandolo nel suo secondo Lp In My Own Time del 1971. In effetti nessuna biografia sintetizza meglio la sua irrequieta e travagliata vicenda umana.

Karen Dalton

Ma chi era Karen Dalton? Un recente documentario Karen Dalton: In My Own Time (reperibile a questo link ma purtroppo solo se si risiede in Gran Bretagna), presentato nell’ottobre del 2021 proprio in occasione del cinquantennale dall’uscita del suo Lp, prova a raccontarne la vita e la parabola artistica. Diretto da Robert Yapkowitz e Richard Peete e prodotto da Wim Wenders, Light in the Attic Records e Delmore Recording Society, questo lungometraggio contiene molto materiale inedito dell’artista e interviste con Nick Cave, Vanessa Carlton, l’ideatore di Woodstock Michael Lang e molti altri.

“La mia cantante preferita al Wha? nel Greenwich Village era Karen Dalton”, ha scritto Bob Dylan nelle sue Chronicles – Vol. 1 “(…) Karen aveva una voce come quella di Billie Holiday e suonava la chitarra come Jimmy Reed. (…) Ho avuto il piacere di cantare con lei diverse volte”.

Molti affermano che Katie’s Been Gone, brano contenuto nei famosi The Basement Tapes registrati da Dylan con la Band dopo il famoso incidente motociclistico, ma pubblicati dalla Columbia solo nel 1975, per via dei tanti bootleg che nel frattempo erano fioriti su quelle registrazioni, sia dedicato a lei.

Katie’s been gone and now her face
Is slowly fading from my mind
She’s gone to find some newer places
And left the old life far behind
Dear Katie, don’t ya miss your home?
(Katie se n’è andata e ora il suo viso / si sta lentamente sfocando nella mia mente / È andata a cercare posti più nuovi / E si è lasciata la vecchia vita lontano alle spalle / Cara Katie non ti manca la tua casa?)

Karen Dalton

Anche Karen, come la Katie della canzone, aveva lasciato il Greenwich Village, dove si era accompagnata stabilmente con il musicista folk Richard Tucker. “Le portavo la chitarra per strada, ero il suo groupie”, ricorda nel documentario. Una relazione burrascosa. Per qualche anno si spostano in continuazione, facendo la spola tra New York e Boulder in Colorado, dove si sistemano in una baita. “Abbiamo litigato in macchina a Denver” racconta ancora Tucker “sono sceso e da allora non l’ho più rivista.”

Karen Jean Cariker, questo il suo vero nome, era nata nel 1937 in Oklahoma, a Enid, una delle tante piccole città di cui è costellata la corsa alla terra del 1893, quando un enorme territorio, prima assegnato ad alcune tribù indiane, venne distribuito ai coloni bianchi, attraverso una vera e propria gara, con tanto di cannonata di via.

Funky, lanky and sultry” – così l’aveva definita Bob Dylan – con lunghi capelli che le scendevano sulle spalle ossute, a ventun anni Karen Dalton era già stata sposata e divorziata due volte. Un figlio, Johnny Lee, lo aveva avuto a quindici anni, con il primo marito. Due anni dopo era arrivata Abralyn Baird, con il secondo marito, che aveva lasciato per trasferirsi con la figlia a New York, pensando di trovare la sua strada nella musica. “Collezionava… testi e canzoni fin da piccola. (…) La musica era il fulcro della sua vita” racconta l’amico di lunga data Peter F. Walker nella sua prefazione a Songs, Poems and Writings, la raccolta da lui curata dei manoscritti e diari della Dalton edita nel 2012.

In quegli anni Karen scrive molto, anche canzoni, rifiutandosi però pervicacemente di registrarle. Nel documentario il bassista e produttore Harvey Brooks la ricorda come “non interessata a giocare ai giochi dell’industria musicale in un’epoca in cui i musicisti avevano poca altra scelta”. L’album tributo Remembering Mountains, uscito anni dopo la sua morte, nel 2015, a testimoniare il grosso influsso che la sua figura ha avuto sulle musiciste più giovani, probabilmente non le rende abbastanza giustizia. Forse perché l’obiettivo ambizioso di chiedere a interpreti diverse di musicarne alcuni testi inediti, mancava di una produzione e quindi di una visione unitaria.

Karen Dalton

La progressiva dipendenza da alcol e droga, così come l’indigenza in cui visse buona parte della sua vita, non fecero che acuire i tratti spigolosi e borderline del suo carattere. Per riuscire a registrare il suo primo album It’s So Hard to Tell Who’s Going to Love You the Best nel 1969, l’amico Fred Neil dovette convincerla che il nastro della bobina era bloccato. Solo allora Karen cantò e suonò. Aveva una voce languida e molto blues, che la sua amica e cantante country Lacy J. Dalton, descrive in un modo piuttosto colorito come “poltiglia di mais (cornmeal mush), con un suono che ricorda quello di un corno”. È una vocalità straordinariamente simile a quella di Billie Holiday, e in questa prima prova discografica dimostra tutta la sua forza espressiva, interpretando brani del grande Lead Belly, di Jelly Roll Morton e dello stesso Fred Neil. Forse, per coglierla al meglio, non mediata dalla registrazione in studio, bisogna ascoltarla in 1966, album postumo del 2012, fatto di una presa diretta su di un semplice due piste.

Michael Lang, oltre a produrle il primo disco, era riuscito a ottenere per lei l’apertura dei concerti di Santana nella tournée europea del 1969. Ma ancora una volta tutto era andato a monte. Nella data di apertura di Montreaux in Svizzera, Dalton si era infatti rifiutata di uscire sul palco e la band che la accompagnava si era dovuta esibire senza di lei.

Due anni dopo, nonostante tutto, ecco il suo secondo album, appunto In the Own Time. Questa volta c’è anche uno strepitoso violino ad accompagnarla in diversi brani. Quello di apertura Something on Your Mind, scritto da Chet Powers, in arte Dino Valenti, voce dei mitici Quicksilver Messenger Service, è superlativo. Non a caso Nick Cave lo inserisce tra i suoi brani preferiti.

Karen Dalton

Ma Karen è un’anima in pena troppo sensibile ed esigente con se stessa per restare alle regole dell’industria discografica. Gli anni Settanta e Ottanta passano tra New York e Woodstock, dove Lang continua in qualche modo ad aiutarla. Di questo suo calvario si trova traccia nei diari contenuti nel libro curato da Walker: discussioni accese con vari padroni di casa, disavventure con ladri e tossici di ogni genere, situazioni degradanti di vera miseria. Poi l’Aids, destino inevitabile per chi come lei si buca e vive ai margini. Rischia di finire in un ospizio per poveri, ma proprio il vecchio amico Walker la assiste e la ospita vicino a Woodstock, dove muore all’inizio del 1993, come racconta lui stesso, continuando a scrivere e a leggere, pur nella sofferenza della malattia.

A typewriter smashed upon a rock
A shepard leading his faithful flock
This is our love
A morning spent waiting for the sun
A nasty thief left for to run
This is our love, this is our love
Così in This is Our Love, interpretato da Diane Cluck nell’album tributo del 2015. E chissà come l’avrebbe cantata Karen.

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