In scia a The Substance di Coralie Fargeat, ma anche a Alpha di Julia Ducournau, che inchioda il corpo umano alla croce di una spettacolare pestilenza – lo riduce a una sorta di sanguinante involucro marmorizzato – si presenta in sala un body horror, forse body più che horror, che vorrebbe andare al di là del genere, e per tre quarti del tempo ci riesce in modo egregio, o semplicemente desidera rendere il genere più intelligente, se non intellettuale, fate poi voi.
Il regista, questa volta maschio, è l’esordiente australiano Michael Shanks, che ha visto proiettare il suo Together al Sundance Film Festival 2025, con applausi per lui e per i due protagonisti, gli ottimi Dave Franco e Alison Brie, nei panni di una coppia sotto scacco di una strana e progressiva trasformazione.

Vi servo al volo la sinossi ufficiale: “Tim e Millie si amano. Musicista lui, insegnante lei, la loro relazione giunge a un punto di svolta quando si trasferiscono in un paesino sperduto tra boschi e campagna, lontani da tutto ciò che conoscono e che è loro familiare. Mentre i due cercano di adattarsi alla nuova situazione, l’incontro con una misteriosa forza sovrannaturale darà una brusca sferzata al loro rapporto…”.
Attenzione, però: il focus del film non è la maledizione di qualche nume malvagio (può starci anche quella), adorato dalla solita setta demoniaca di post hippy (idem). L’inquietudine e poi lo spavento sono concentrati sugli incidenti fisici che affliggono fin da subito la coppia, sospesa nei sentimenti tra incomprensioni, litigi e rappacificazioni. Legati alla sfera del sesso, i segni di un probabile disastro si evolvono, moltiplicando piccole ferite e appiccicose ulcerazioni, nonché casi imprevisti di labbra che non si staccano dopo un bacio – per non dire di incastri più ingenti e di più perturbante locazione.
Oltre alle due registe nominate sopra, volevo citare Ari Aster e scomodare Cronenberg padre per Gli inseparabili, ma forse mi piace di più accostare il film di Shanks al recente e riuscito Wolf Man diretto da Leigh Whannell. Quest’ultimo presenta un’estenuante trasformazione in belva del protagonista, che chiede alla compagna, più che nei consueti esempi del filone lupesco, un’accettazione intollerabile e impossibile della propria parte ferina…
Anche quella di Franco e Brie è a sorpresa una lenta e progressiva trasformazione ma, rispetto a Wolf Man, si svolge in coppia e mantenendo a lungo il film in un contesto ibrido sul tema della difficoltà di relazione, prima che Shanks getti la maschera (o se la metta) in un finale quasi esagerato.

Vale a dire: il regista australiano gioca tutte le carte dell’horror – carne, ossa e sangue, vicini di casa ambigui, grotte misteriose e cellulari che non prendono – ma mescolandole con abilità e con una svolta al the end molto metaforica e, invece che decadente, sfacciatamente romantica. Per cui, dopo, può permettersi di dichiarare serafico alla stampa: «Questo è un film sul potenziale orrore di condividere la vita con qualcuno, sulle ansie persistenti dell’impegnarsi. Parla di codipendenza, monogamia, storie d’amore e risentimenti… e del chiedersi se, a un certo punto, siamo davvero in grado di definire dove finisce la nostra vita e dove inizia quella della nostra metà».
(Credit: Germain McMicking, Ben King)



