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Allonsanfàn
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Nello sport il gruppo fa la differenza, ma in un caso no

Si dice spesso che il “gruppo” fa la differenza, è determinante nei successi di una squadra, sia essa una squadra sportiva oppure un team di lavoro.

Vale per una redazione giornalistica, dove spesso si sviluppano dinamiche figlie dell’ambizione e della voglia di emergere, di far carriera. Vale, naturalmente, anche per un’azienda per gli stessi motivi. Di solito è vincente la squadra che riesce a mettere da parte i personalismi per agire e lavorare in termini di collettivo impegnato verso lo stesso obiettivo.

Nello sport questo concetto di gruppo è ancor più esasperato, anche se esistono delle eccezioni clamorose che dimostrano come non sia necessario lottare “tutti per uno e uno per tutti” per vincere.

La prima conferma dell’importanza del gruppo è arrivata qualche giorno fa dalle ragazze del tennis che hanno vinto la Billie Jean Cup, il campionato del mondo, per il secondo anno consecutivo, il sesto negli ultimi 19 anni.

Jasmine Paolini, la numero uno italiana, è stata la trascinatrice, ma decisive sono state le vittorie di Elisabetta Cocciaretto, oltre all’apporto di Sara Errani, autentica dominatrice del doppio.

Le nostre ragazze hanno dimostrato che cosa significa essere una squadra in uno sport super individuale come il tennis. Nei quarti di finale hanno eliminato la Cina padrona di casa vincendo entrambi i singolari. In semifinale il match più duro, con la Cocciaretto presa a pallate dalla Kostjuk e la Paolini miracolosamente vincitrice sulla Svitolina rimontando un set e un break di ritardo. Poi il punto decisivo è arrivato dal doppio Paolini-Errani.

Ma la grande impresa è stata la finale contro gli Stati Uniti. Sulla carta non avrebbe dovuto esserci partita, invece… La Cocciaretto, n. 91 del mondo, ha giocato la partita della vita battendo Emma Navarro, n.18. E poi il capolavoro della Paolini contro la Pegula, n.7 del mondo, con la quale non aveva mai vinto nei cinque precedenti incontri. Jasmine ha giocato il suo miglior tennis e stracciato ogni pronostico: l’Italia è di nuovo sul tetto del mondo grazie a “una squadra – parole della capitana Tathiana Garbin – che ha scritto la storia del tennis italiano”.

Passati pochi giorni, l’idea della team che vince è stata ribadita dal trionfo dei nostri pallavolisti nel mondiale di Bulgaria.

Sport Gruppo Lazio
Giogio Chinaglia sulla bandiera

Nel calcio, lo sport di squadra per eccellenza insieme con il rugby, il concetto di gruppo viene richiamato spesso dagli allenatori per spiegare successi importanti. E questo è sicuramente vero in linea di massima. Ma esistono delle eccezioni, la più clamorosa delle quali è sicuramente la Lazio di Tommaso Maestrelli, che conquistò il primo scudetto della storia biancoceleste 51 anni fa, nel 1974.

Una squadra di matti, gente che andava in giro con la pistola e magari sparava ai lampioni. Il concetto di gruppo unito calpestato in continuazione: quella Lazio era divisa un due clan, da una parte Chinaglia, Wilson, Pulici, Nanni, Oddi, dall’altra Martini, Re Cecconi, Frustalupi, Petrelli e D’Amico, giovane talento emergente. Al campo di allenamento di Tor di Quinto, periferia nord di Roma, i parcheggi delle auto erano separati, così come gli spogliatoi.

Un freddo giorno d’inverno alla fine dell’allenamento si guastò lo scaldabagno del gruppo di D’Amico, che fu mandato dai compagni, in quanto più giovane, per cercare di impietosire Giorgione Chinaglia e i suoi “compagni di merende”. “Abbiamo l’acqua fredda – mi raccontò qualche anno fa il compianto D’Amico – ci fate fare la doccia da voi?”. “Non se ne parla proprio” fu la risposta gelida, è il caso di dirlo, di Chinaglia. E così presero abiti, scarpe e borsa e andarono a farsi la doccia ognuno a casa propria.

Nelle partitelle del giovedì si menavano di santa ragione come se non ci fosse un domani, tanto che il povero Maestrelli a ogni intervento in scivolata temeva di perdere un titolare per il campionato. Erano sfide epiche, all’ultimo sangue (probabilmente condite da scommesse) di fronte alla quali la partita della domenica era una passeggiata, che quella Lazio affrontava da squadra vera, come se fossero tutti amici per la pelle.

Si parlava anche di squadra maledetta, perché alcuni dei protagonisti di quella straordinaria cavalcata finirono male.

Sulla destra, Luciano Re Cecconi

Peggio di tutti finì Luciano Re Cecconi, che il 18 gennaio 1977 fu ucciso da un colpo di pistola di un gioielliere del quartiere Fleming in circostanze mai del tutto chiarite. Secondo una prima ricostruzione si disse che Re Cecconi, che conosceva bene il proprietario della gioielleria ed era insieme con il compagno di squadra Pietro Ghedin e il profumiere Fraticcioli, avrebbe architettato uno scherzo tragico. Sarebbe entrato nel negozio con il bavero del cappotto alzato urlando: “Fermi tutti, questa è una rapina”. Il gioielliere, che era già stato vittima di numerosi furti, avrebbe estratto la pistola e sparato verso Re Cecconi uccidendolo.

Qualche anno più tardi mi trovai a cena a La Valletta prima di una partita del Campionato Europeo Under 21 tra Malta, il cui CT era Pietro Ghedin, e l’Italia di Cesare Maldini. Tra un bicchiere di vino e l’altro cercai di chiedere a Pietro cosa fosse realmente accaduto, ma mi scontrai contro un muro di silenzio e mi arresi.

Secondo Luigi Martini, terzino di quella Lazio prima di diventare comandante dell’Alitalia, le cose non andarono così come vennero raccontate. Re Cecconi non ebbe un atteggiamento minaccioso e non disse mai: “Fermi tutti, questa è un rapina”. Per Martini si trattò di un tragico incidente e il colpo parti per errore.

Sport Lazio Gruppo
Festa scudetto: Tommaso Maestrelli, il 12 maggio 1974

Qualche anno dopo, nella stagione 1999/2000, la Lazio di Eriksson si apprestava a conquistare il secondo storico scudetto rimontando 9 punti di ritardo sulla Juventus a otto giornate della fine. Uno dei leader indiscussi di quella squadra era Diego Pablo Simeone, oggi allenatore dell’Atletico Madrid. Il 18 aprile 2000 la Lazio affrontò all’Olimpico il Valencia nei quarti di finale di Champions League. All’andata due settimane prima era finita 5 a 2 per gli spagnoli e per ribaltare la situazione sarebbe servita un’impresa che non ci fu: la squadra di Eriksson vinse solo per 1 a 0 e fu eliminata. Meno di un mese dopo, il 14 maggio i biancocelesti avrebbero vinto uno degli scudetti più incredibili del calcio italiano, battendo all’Olimpico la Reggina, mentre la Juventus di Ancelotti crollava a Perugia.

All’epoca Mediaset trasmetteva la Champions e quella sera io feci il bordocampo, mentre la telecronaca era di Sandro Piccinini con la voce tecnica di Arrigo Sacchi. Dopo la partita andammo tutti a cena al Caminetto, storico ristorante dei Parioli e si unì a noi Luca Marchegiani, il portiere della Lazio, che a tavola era seduto proprio di fronte a me. E questa è la storia di uno scoop finito prima ancora di cominciare.

A un certo punto Sacchi si rivolse a Marchegiani: “Luca, ma voi ci credete nel sorpasso, il gruppo è unito?”. Dopo un momento di silenzio, Marchegiani mi guardò e mi fece: “Daniele, sto per dire una cosa che non sa nessuno, tranne noi della squadra e se esce di qui, so chi è stato”. Giurai all’istante davanti al mio direttore Ettore Rognoni, a tavola con noi, che non ne avrei fatto parola con nessuno.

Mister – attaccò il portiere della Lazio – le racconto un episodio che risponde alla sua domanda. La settimana scorsa durante la partitella del giovedì, come al solito molto accesa, c’è stata un’entrata pesante di Fernando Couto su Simeone, i due sono venuti alle mani ed Eriksson li ha cacciati entrambi. E adesso arriva il bello. Couto e Simeone entrano discutendo animatamente in spogliatoio, dove si trovavano dei vassoi pieni di frutta. Simeone impugna un coltello e comincia a inseguire Couto urlando: Te mato! (Ti uccido). Fortunatamente interviene qualcuno che riesce a fermare l’argentino e i due si placano. Ecco, questo è il nostro gruppo”.

A quel punto Sacchi rimase basito ed esclamò: “Ma insomma, siete come la Lazio di Chinaglia!”. E una risata di tutta la tavolata sciolse la tensione.

Naturalmente non potei mai raccontare nulla di quella serata. A distanza di qualche anno incontrai Marchegiani, che nel frattempo aveva appeso i guanti al chiodo per intraprendere la carriera di opinionista a Sky, e Luca mi ringraziò per la mia riservatezza.

Di solito i giornalisti tutelano le loro fonti anche a costo di finire in tribunale. Ma in quel caso Marchegiani non fu una fonte e io non ebbi alcun bisogno di tutelarlo perché il mio scoop era rimasto nel cassetto.

Nella foto di apertura, una formazione della Lazio del 1974, anno in cui vinse il primo scudetto (Credit: Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia!” by David Macchi is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.)

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