Nero abissale e arancione esplosivo. Quarti di bue appesi con un gancio accanto a corpi umani dalle carni tumefatte. Ritratti di volti in cui la somiglianza del modello è aggrappata a un unico tratto riconoscibile; ma a contare c’è altro, la resistenza dell’artista alla morte.
Guardare la pittura di Francis Bacon ha sempre l’effetto della punta di un chiodo che incide il vetro, capace com’è di sintetizzare in un quadro il dolore e l’angoscia di un singolo, come pure di un’epoca. Questo talento assoluto, però, da un po’ di tempo è entrato in una zona d’ombra. Poche mostre significative raccontano l’artista anglo-irlandese nato nel 1909 e scomparso nel 1992. Ecco che un libro strano, inaspettato come La balia di Bacon, scritto dalla francese Maylis Besserie e di recente uscito per Voland (214 pagine, 19 euro), colma almeno in parte quest’assenza.

La scrittrice immagina che Jessie Lighfoot, la nanny del pittore realmente esistita, ne narri la vita tormentata. Da quando lo incontra per la prima volta nella casa di Cannycourt House, a Dublino, lei ventenne d’origine contadina che prende servizio in una famiglia altamente problematica come i Bacon: «Francis, l’amore mio, striscia ai suoi piedi, lucida il parquet con la saliva per poi asciugarlo con la pancia». Jessie diventa per Bacon il riferimento irrinunciabile attraverso i decenni, salvifica in molte circostanze.
Lo consola dalle violenze di un padre che ne punisce sadicamente l’omosessualità e lo cura dalle rimozioni di una madre indifferente. È poi con lui nelle peregrinazioni a Londra, una volta che il giovane vi arriva dopo i turbolenti soggiorni di Berlino e Parigi. Diventa la custode dei suoi atelier, complice delle scorrerie tra i gigolò di Soho e, quando ancora è lontano dall’affermarsi come artista, lo aiuta a organizzare delle roulette casalinghe e clandestine per sbarcare il lunario… Ancora: lo assiste nei suoi devastanti accessi d’asma cronica; è la testimone apprensiva e al tempo stesso divertita degli amanti che si susseguono, come il mecenate Eric Hall. Presenze che passano, spesso in modo drammatico, e che vanno tuttavia e popolare l’opera di Bacon. L’invenzione del romanzo s’intreccia così con elementi biografici, in accensioni di un potente espressionismo.

Racconta Jessie: «E intanto sempre quei singhiozzi tremendi. Un’ansia, non ve lo potete immaginare. Sono schizzata fuori dalla cucina come una palla di cannone, ero preoccupata, capirete, volevo sapere chi versava tutte le sue lacrime così, andare a consolare… Ho visto una luce sotto la porta del bagno, ho riconosciuto la voce soffocata di Francis. Dio mio, mi ha fatto così male, non avete idea, non lo sentivo piangere da lustri. Sembrava il pianto di un bambino intrappolato in una voce adulta, amplificata da corde vocali poderose… La sua figura, molle per la sbronza, è venuta faticosamente fuori… Uno spettro malfermo. Senza vedermi, senza sentirmi, ha sbattuto il corpo nudo, insanguinato, contro il muro, lo ha rotolato sull’intonaco freddo, neanche fosse un animale».
Alle cronache della nanny – in una prosa tutta accelerazioni e sarcasmi, che è tridimensionale per le continue chiamate in causa del lettore e i nostri complimenti al traduttore del libro Daniele Petruccioli – Maylis Besserie fa corrispondere i monologhi affilati che pronuncia Francis Bacon. L’artista racconta il lavoro sui quadri e il complicato rapporto che spesso intrattiene con essi: «Certi giorni, l’impulso ti prende all’improvviso. Afferri il rasoio anche se finora la sua faccia non ti dispiaceva – amavi quel ritratto infedele, il volto sformato, schizzato di lividi, screziato di nero. Uno sguardo di traverso, uno sguardo di troppo ed ecco, lo schianti senza preavviso. Crac. Anche di fronte a testimoni… Lo assassini lì davanti a loro».
Ecco che conviene leggere La balia di Bacon con il cellulare a portata di mano, per cercare in Rete, sezione immagini, l’opera che viene descritta. Ci sono i ritratti, tra cui quello leggendario che reinterpreta papa Innocenzo X di Diego Velázquez. Quindi gli Studi per le figure alla base di una crocefissione o le Figure in paesaggio. Per arrivare ai capolavori degli anni Sessanta dedicati a Peter Lacy e a George Dyer, compagni del pittore entrambi morti suicidi.

Attraverso un punto di vista laterale e originale, il libro di Maylis Besserie ha la forza narrativa di ricreare il mondo di Bacon. Ci si addentra così negli angoli oscuri da cui può balzare in un attimo il mostro che azzanna alla gola, prima di diventare a sua volta materia di rappresentazione sulla tela. O, ancora, c’è la marea caotica negli atelier dell’artista, dove si stratificano alla rinfusa barattoli di vernice, giornali e pagine di riviste, brandelli di fotografie, pennelli e colate di colore, cataste di tele. Sembra di vedere uno scatto di John Deakin: l’amico fotografo che ha documentato gli anni della fama di Bacon. Questa Balia è dunque un romanzo capace di tagliare il suo traguardo ambizioso.

Cosa succede poi alla protagonista nanny? Fatale che la sua parabola si compia: «Buon Dio, questo cuore nel panico, mi sembra di avere un coniglio imprigionato tra le costole, non sente ragioni il coniglietto, corre da far salare le valvole – sentite qua, bumbumbum». E quel cuore-coniglio si ferma, mentre Jessie rivolge le sue ultime parole – «Batte per te, figlio, per te, vita mia» – all’uomo al quale si è consacrata e che tuttavia non c’è, perché arriva in ritardo a quell’appuntamento cruciale. La Jessie Lightfoot della realtà è mancata nel 1951.
Bacon si tortura per il nuovo vuoto che si spalanca (Maylis Besserie in questa parte del libro sceglie per lui gli accenti della disperazione). Definitiva è la separazione da Jessie che – anche lei – è entrata in un dipinto del pittore, la bocca spalancata, i denti come fauci, nell’esplicito rimando all’urlo straziato della bambinaia sulla scalinata, nella scena più celebre della Corazzata Potëmkin.

La tensione che fa vibrare le pagine finali si scioglie – ma poi si scioglie davvero? – con l’esposizione dell’artista al prestigioso Grand Palais di Parigi, nel 1971. È il riconoscimento dovuto che però, quale contrappasso, pare esigere comunque la privazione degli affetti più profondi: molti anni prima c’è stata la morte di Jessie, vera madre, e in quello stesso momento di gloria si toglie la vita l’amato George Dyer.
D’altra parte, Bacon non si faceva illusioni sul destino che accomuna tutti. E lo stesso romanzo, ancora prima di cominciare, ne riporta il pensiero ustionante: «Alla fine rimane un mucchio d’ossa e qualche dente», c’è scritto nell’esergo. Ma il pittore, che di sicuro pensava anche a sé, ha omesso qualcosa che noi ci sentiamo di aggiungere: «…insieme a un po’ di arte immensa».
In apertura, Francis Bacon negli anni Cinquanta, foto di John Deakin (part.)
(Credit: Tre studi per figure alla base di una crocefissione e Trittico maggio-giugno 1973, artwork copyrighted to Tate, London. Studio per la bambinaia, Städelsches Kunstinstitut Francoforte)
- Giornalista scrittore e fotografo, Mauro Querci ha pubblicato il libro Extralarge – microstorie dal lato lungo del mondo. Noi ne abbiamo parlato qui



