Perfetto, siamo in una botte di ferro. Il nostro Alberto è: «il numero 1, siete molto fortunati!». Non continuano a giurarlo tutte le altre guide turistiche, tra un “habibi basha” e l’altro?
Lo scopriremo solo viaggiando, che Alberto dice la stessa cosa ai colleghi che traghettano altri italiani per i siti archeologici egiziani più belli e famosi. È un rito, una cortesia, un giochino affettuoso tra loro, eppure quell’habibi, che se innamorati significa “amore mio”, e tra amici “mio caro” (seguito da basha è come dire “mio caro signore”) culla, rasserena. Sarà perché viviamo tempi cupi, in cui alcuni umani sono così poco habibi tra loro, ma dopo qualche giorno, se questa gag mancasse, quasi ci resteremmo male.

Le guide in Egitto abitano un gradino alto della scala sociale: benestanti, parlano fluentemente tre o quattro lingue straniere e non vivono certo con lo stipendio medio, attualmente sui 300 euro al mese circa.
Le guide sono uomini e donne di mondo, hanno studiato egittologia, hanno figli universitari che frequentano Odontoiatria o Farmacia, e se non abitano nella capitale, ecco il problema di dover affittare per loro casa al Cairo, esattamente come un modenese che intende mandare la figlia alla Bocconi di Milano.
Quando la tipica turista occidentale si commuove davanti al bimbo tanto caruccio che chiede un euro, con dolce fermezza fanno notare che finché ci saranno le tipiche turiste occidentali che si commuovono davanti al bimbo tanto caruccio, il bimbo penserà tutta la vita di poter campare così, chiedendo l’elemosina, anziché lottando per emanciparsi dalla povertà. Le guide sono moderne, spiegano il passato, ma guardano al futuro.

L’entusiasmo di Alberto – deve il nome a un amico italiano di suo padre – davanti alla diga di Assuan è quasi pari a quella che ci regala quando ci illustra l’amato tempio di Karnak nella sua Luxor, o la Valle dei Re dove gattonava da bambino.
Per arrivarci si deve passare dalla periferia, dalla zona universitaria in piena trasformazione, che promette di diventare un quartiere elegante. Si asfaltano i marciapiedi, si costruiscono nuove case, pubblicizzate con grandi fotografie di coppie di sposi che osservano il loro potenziale luminoso avvenire: due locali più servizi, parco giochi per i bimbi, scuole e campi sportivi.

“La più grande sfida dell’uomo alla natura”, recita un cartello vicino all’opera d’ingegno che cambiò per sempre le sorti economiche e geografiche dell’Egitto. Voluta fortemente dal presidente Nasser, quello della rivoluzione che liberò il Paese dai coloni inglesi, la diga fu realizzata con denaro proveniente dall’Unione Sovietica di Nikita Krusciov, tanto che ancora oggi in zona troneggia un monumento che celebra l’amicizia tra i due popoli. Ho cercato vanamente notizie dell’architetto Yuri Umelitar Shenko, che lo realizzò nel 1967, in puro stile brutalista. Lascia perplesso anche Alberto, questa citazione del fiore di loto in cemento armato, eppure oggi forse trova qualche amateur.
La diga venne inaugurata nel 1971, Nasser era morto un anno prima e non riuscì a vederla finita, ma il lago artificiale creatosi in seguito, che si estende fino al Sudan per oltre 500 chilometri, porta il suo nome. Vederla è fare un’escursione nei libri di storia contemporanea, gli egiziani tengono molto a questa tappa, per loro rappresenta un Paese che non è solo piramidi e tracce del glorioso passato.

Sarà un caso, ma subito dopo Alberto ci parla dell’automobile tutta autarchica che sta per essere varata, con la rinata Al-Nasr, che aveva cessato l’attività nel 1990. Nello stabilimento si stanno creando linee di produzione con una capacità progettuale di 20.000 auto all’anno per turno. L’orgoglio è palpabile, la necessità di auto che non costino troppo in un Paese sovrappopolato, evidente: in giro, vediamo una marea di macchine straniere vecchissime, sulle quali è applicata alla bell’e meglio la targa egiziana. Sono quelle vietate in molte città italiane in seguito alle direttive europee anti-inquinamento. Ammaccate, piene di graffi, le uniche che la maggior parte della popolazione può permettersi e con le quali gruppi mai inferiori alle quattro unità scorrazzano ad ogni ora del giorno e della notte, prendendo a bordo gente che chiede un passaggio sul ciglio delle strade.

Ma il caos frenetico del Cairo, una città che non dorme mai, anzi, proprio in piena notte trova la sua essenza più profonda, sulla più classica delle navi crociera obbligatoria per vedere le meraviglie archeologiche del Paese, sembra uno strano sogno. Qui tutto si addolcisce, la voce dei muezzin che chiamano alla preghiera è una colonna sonora lieve e avviluppante, il tempo torna indietro, anche se i crocieristi del 2025 non indossano le vesti eleganti dei compagni di viaggio dell’’ispettore Poirot nel famoso Assassinio sul Nilo, ma piuttosto short tecnici anti caldo; egizianerie da mercatino per la serata nubiana in cui si balla al suono dell’oud e dei tamburelli; costumi da bagno e tattoo quando si resta sul pontile a prendere il sole davanti alla piscina.
La storia del grande fiume si muove davanti ai nostri occhi, i templi, le spiaggette improvvisate con bimbi che fanno il bagno, le piantagioni di datteri e di mango, il deserto. Oltre il finestrino della cabina, qualcuno sulla riva risponde al mio saluto. La foto è sfocata, non ho avuto la prontezza di prepararla a dovere, l’istinto di scattare è venuto all’improvviso.

Si coglie solo una figura magra ed elegante, come sono spesso gli uomini che indossano la djellaba.
Non saprò mai chi è questo signore, ma fondo non è sempre così, con l’altro da sé? Qualcuno si avvicina, ma la sua riva resta un mistero, che solo in pochi istanti è dato attraversare.
A proposito di misteri, Alberto l’egittologo sceglie la via leggendaria, per raccontarci le meraviglie dei faraoni. Del resto non è terribilmente affascinante immaginare che davvero Cleopatra si fosse introdotta a casa di Cesare all’interno di un tappeto arrotolato, come racconta Plutarco? E quanto è suggestiva la psicostasia, la famosa cerimonia funebre dell’antica religione egizia? S’ipotizzava che il cuore del defunto venisse messo su una bilancia contro una piuma, per determinare il suo destino nell’aldilà. Se il cuore era leggero come la piuma, il defunto era considerato ammesso ai Campi dei Giunchi, se invece era più pesante, veniva divorato dalla mostruosa dea Ammut.

Il mito delle origini dell’Egitto parte da una trinità – sì, anche qui – Osiride, Iside e il figlio Horus. Osiride regna su un Egitto prospero, nell’età dell’oro, ma suo fratello Seth, geloso di lui, riesce con un inganno a rinchiuderlo in un sarcofago e a gettarlo nel Nilo, affogandolo. Ed ecco spiegate le annuali inondazioni del Nilo. Iside, con l’aiuto della sorella Nefti, riesce a riportare in vita Osiride grazie ai suoi poteri magici, ma Seth lo fa a pezzi, poi sparsi per tutta la Terra. Iside s’assicura la parte che serve a riprodursi e genera Horus, che fin dalla nascita cerca di vendicare il padre e più adulto viene portato in segreto nelle paludi del delta del Nilo per sfidare in battaglia Seth. La versione più pacifista dice che finisce in parità, e i due contendenti sono costretti a riconciliarsi. La loro riconciliazione rappresenterebbe l’unità tra il Basso e l’Alto Egitto, sono immagini che vedremo riprodotte molte volte.

«Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda», si diceva in L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford. Anche in Egitto è così, e allora facciamoli, i 6 giri in senso antiorario attorno allo Scarabeo Sacro di Karnak, per ottenere ciò che si vuole in amore… Proviamo anche con lo scarabeo non si sa mai, canterebbe Ornella Vanoni. Stupiamoci per l’antico test di gravidanza egiziano, che addirittura prometteva di scoprire il sesso del nascituro: la donna urinava su semi di grano e d’orzo, se cresceva prima l’orzo, la creatura sarebbe stata un maschio.
Ad Abu Simbel, la sindrome di Stendhal è dietro l’angolo. «Che megalomane questo Ramses II, eh?», scherza Alberto, di fronte alle quattro statue enormi del Faraone, che tra le mogli omaggiava solo Nefertari, la bella tra le belle – o almeno così lui la vedeva – degna di un tempio dedicato. Trentanove gradi, pochissimi turisti, privilegio dell’orario poco allettante, le 12.30, ma la brezza del lago di Nasser aiuta, c’è una sola panchina all’ombra, già occupata, chissenefrega, evitiamo anche le golf car che trasportano i turisti dai templi fino all’ingresso dei siti, ci allontaniamo piano piano a piedi. No, aspetta, torno un momento indietro, Dio santo, questa roba forse non la rivedrò mai più, un ultimo sguardo, ancora, ancora!

E ancora anche l’umano più autentico, che però devi cercare con vigore e tenacia, ché parliamoci chiaro, l’Egitto archeologico è una bolla turistica: gli alloggi a disposizione sono tutti categoria lusso oppure lontanissimi dagli standard igienici occidentali, te lo dicono senza infingimenti: al loro acquedotto devi essere abituato, devi avere gli anticorpi, altrimenti rischi pit stop poco piacevoli.
Non ne vivremo affatto, tutto viene scrupolosamente lavato con acqua di bottiglia, anzi, sul pavimento della cucina della nave ci si potrebbe mangiare, tanto è lindo. Gli hotel sono i classici monumenti all’asetticità internazionale che trovi un po’ ovunque, e quello sull’Isola Elefantina è circondato da un parco di piante esotiche curato da giardinieri indaffarati.
In cambio, quasi non riesci a uscirtene per conto tuo, è considerato bizzarro che il turista voglia farsi una passeggiata da solo, senza essere scortato.

Scopriamo che un villaggio nubiano, Siou, è appena fuori dal nostro parco, ma non troviamo il cancello d’uscita e solo dopo molto girovagare ci viene aperto. Vogliamo arrivarci da soli, ed eccoci tutto d’un tratto catapultati in un altro mondo, fatto di vicoli sterrati e casette colorate, poverissime, ma dignitose. Qui i coccodrilli del Nilo erano animali domestici, fuori dalle abitazioni i più vecchi e amati sono stati impagliati, per la gioia dei turisti. C’è una piccola scuola, bambini ovunque che giocano liberi, sorridono e si prestano a una fotografia, mentre gli adulti, alti, magri, più scuri di pelle rispetto all’egiziano-tipo, si fanno nobilmente i fatti loro.

L’Antica Bassa Nubia egiziana è stata in parte sommersa proprio dalle acque del Lago Nasser, creato dalla costruzione dell’Alta Diga di Assuan, mentre l’Alta Nubia corrispondeva invece al Sudan. Questa minuscola enclave di oggi accoglie qualche straniero un po’ hippie che ha deciso di aprire un B&B e turisti che vengono traghettati con la feluca da Assuan, per la consueta emozione dell’ingresso “in un’autentica casa nubiana”.

Sarà che ci arriviamo al tramonto, da soli, ma nonostante tutto respiriamo un clima incredibilmente autentico, come se questo popolo fosse impermeabile persino al turista che scatta la foto col coccodrillo. Scambiamo qualche parola con due signori alti ed eleganti in djellaba, vogliono offrirci un tè. Quello sulla cinquantina sembra il figlio di quello che di anni pare averne quasi 90, ed è visibilmente ammalato di Parkinson. Nomi di calciatori fanno da tramite tra i due e mio figlio, lui cita gli egiziani famosi, loro quelli spagnoli, che adesso vanno di moda più dei nostri italiani.

È il più anziano ad accompagnarci verso le sponde del Nilo, tremolante e gentile, per un tratto di strada. Gli auguro il meglio, lui tra mille sorrisi stringe forte la mano di mio figlio Michele, che si congeda dicendogli: «Maybe we’ll see each other again», forse ci rivedremo. È un saluto del tutto insensato, lo sappiamo tutti e due, quest’uomo non vivrà a lungo, noi abitiamo un luogo che neppure in sogno potrà mai visitare, ma che diamine, in fondo è appena finito il nostro viaggio in Egitto, la pesatura del cuore sarà tutta a suo favore, e se Michele vivrà anche lui da buono e giusto, forse invece sì, si incontreranno ancora.



