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Allonsanfàn
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Chissà chi è Randy Newman. Biografia di un songwriter inattendibile

Ma chi è Randy Newman? E che cosa fa esattamente nella vita di tutti i giorni? Ora poi – e parrebbe impossibile che un uomo così si sia fatto infinocchiare dal tempo – ora poi che è diventato vecchio e (forse) non indossa più camicie sgargianti, né si cela più dietro giganteschi occhiali da vista, quelli che portava a fine anni Settanta per celare un invincibile strabismo (Four Eyes!).

Chissà chi è davvero Randy Newman, il caustico songwriter, l’entertainer geniale, lo scaltrito musicista, Randy Newman l’artista outsider, fuori dai cliché e imparagonabile oppure semmai paragonabile a qualche sveglio scrittore delle sue parti, chissà come se la passa Randy Newman a ottant’anni.

Randy Newman
Randy Newman canta Alabama

L’ho appena visto in preistorici video postati dai fans su YouTube, la bocca piegata in giù in un ghigno naturalmente sdegnoso, mentre canta The Blues – che sfottitura amabile della musica nata dal dolore! – o Political Science – purtroppo attualissima, parlando di bombardamenti a cazzo, molto molto americani – o God’s Song (That’s Why I Love Mankind), l’incredibile saggio di teologia in tre minuti e mezzo che sarebbe piaciuto a Nietzsche o ad altri good old boys come lui… Randy Newman ovvero The King of Coolness, guardatelo in una puntata del Letterman Show (con Letterman giovanotto), lui filosofico ma anche assai pratico. È uomo capace di stilare in un’atipica canzone di protesta (Rednecks), neanche fosse un abbecedario, l’elenco dei quartieri ghetto nelle meravigliose e progressiste city of dreams statunitensi – sul razzismo Randy Newman è sempre stato ed è un’autorità.

E poi, riassumendo, l’ha detto lui, e pure seriamente: “I’m interested in this country: geography, the weather, the people, the way people look, what they eat, what they call things … maybe American psychology is my big subject”. Non è un caso se il magazine Rolling Stone ha scritto che una singola canzone di Randy Newman, Sail Away – gli USA visti da un commerciante di schiavi – racconta di più sull’America che The Star-Spangled Banner. Randy Newman è un professore in specie se si concentra su Los Angeles, su New Orleans e sugli stati del Sud – e New York? “I newyorchesi vestono come scimmie”. Letterman giovanotto ride.

Randy Newman
Sulla cover di Sail Away

Comunque. Chissà mai se oggi Randy Newman accarezza un pianoforte dalla coda sterminata in una lustra magione di L.A., pensando con nostalgia a un’anziana moglie che si è rifatta una famiglia da qualche parte in Idaho.

Qui sono assai ingenuo: credo sempre che I Miss You, apparsa su Bad Love, derogando per una volta alla costante regola del “narratore inaffidabile”, sia autobiografica, e dedicata alla prima signora Newman, Roswitha Schmale.

Eh sì, Randy Newman l’ha detto chiaro: “I don’t write love songs, and I don’t write in the first person” – due modi certi per andare contro mano sull’autostrada del facile successo. È questa scelta estetica che gli dà, come si diceva, un’allure da scrittore (Mark Twain, William Faulkner, quelli lì) più ancora che da songwriter intellettuale, e gli consegna un’autorevolezza che dura dall’esordio su Lp nel lontano 1968 – sarà pure perché quell’album, R.N., che portava in copertina la faccia seria e pulita di un ragazzo con occhiali dalla montatura tanto highbrow, era un debutto straordinario per sicurezza e maturità.

Randy Newman
Il primo Lp

Oppure… Chissà se Randy Newman oggi sta scrivendo a matita sul pentagramma, come facevano i suoi nobili antenati musicisti, gli zii e i cugini – da solo, Alfred Newman ha composto ben 200 soundtrack, e sembrava un mito irraggiungibile al giovane Randy, ma poi no, è finita che ha preso due Oscar anche lui. Chissà, dicevo, se sta abbozzando il tema principale di un film hollywoodiano per i bambini buoni di tutto il mondo, marmocchi di cui credo non gli freghi niente – in fondo sono piccoletti anche loro, come la Short People arrogante e limitata di fisico e comprendonio di una sua beffarda canzone. Ma no, che dico, Randy Newman non è cinico, semmai è disincantato.

Una volta seguii Randy Newman (in carne e ossa!) per le assolate strade di Sanremo, era stato invitato a una edizione del Club Tenco. Passeggiava con Gretchen Preece (la seconda moglie) e due figli ancora piccoli col cappellino a visiera. Rimasi incantato nel sentire poi, al sound check pomeridiano, il suo tocco nitido e elegante da pianista da Steinway & Sons, mentre provava New Orleans Wins the War. Un pianista così – e pensavo a You Can Leave Your Hat On – si distingue anche se improvvisa uno stacchetto da strip club.

Punto e capo: la notizia. Da qualche mese c’è finalmente un libro che racconta tutto quello che non so su Randy Newman – cioè: tutto quello che ho immaginato di lui in questi anni, magari in modo sbagliato, mentre ripetevo come mantra le parole delle sue canzoni. Le due citazioni tra virgolette, nelle righe precedenti, vengono dal nuovo, prezioso volume.

Randy Newman si era sempre rifiutato di parlare con potenziali biografi e invece “in A Few Words in Defense of Our Country (Hachette Books), veteran music journalist Robert Hilburn presents the definitive portrait of an American legend. Hilburn has known Newman since his club debut at the Troubadour in 1970, and the two have maintained a connection in the decades since, conversing over the course of times good and bad”.

Mi sono deciso a ordinare il libro in inglese su Amazon, dopo l’inutile attesa (ma vorrei essere smentito) di una traduzione italiana. Oltretutto nel volume ci sono guest artists di primo piano: Paul Simon (che firma una pagina intera di lodi), Bob Dylan, John Williams, Linda Ronstadt, Don Henley, Bonnie Raitt, Chuck D, James Taylor, eccetera eccetera.

Randy Newman
Randy Newman nel 2014

A metà lettura di A Few Words in Defense of Our Country, ho già cancellato molti dei miei “chissà” e consiglio il libro così come consiglio di ascoltare le canzoni di Newman, magari nei tre album che ha inciso per il nuovo secolo in una nuda versione piano e voce.

Io ricomincio l’ascolto da Guilty, uno dei track che amo di più, dove il narratore inaffidabile, sperso in una notte dell’anima, dice che ha preso a lot of medicine per sembrare qualcun altro – ci voleva un’amica intellettuale di New York, tanti anni fa, per spiegarmi che il testo non era melodramma come pareva a me italiano ma finissima ironia – sulla mentalità di un uomo medio, un perdente medio, e sul suo bisogno d’amore – tant’è vero che cantava Guilty pure John Belushi travestito da Blues Brothers, poco prima di morire per overdose, va be’ (forse continua).

Nella foto in alto, Randy Newman in concerto nel 1979 (Credit: RandyNewman1979 by Hans van Dijk for Anefo is marked with CC0 1.0. Randy Newman, 2014 by protestphotos1 is licensed under CC BY-SA 2.0. TV programma Music All Inn zanger Randy Newman in actie, Bestanddeelnr 927-8127 by Rob Bogaerts / Anefo is marked with CC0 1.0.)

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