Il 15 ottobre sono novant’anni. Ne aveva appena trenta quando nel 1965 vinse un Festival di Sanremo, come componente dei The New Christy Minstrels – una denominazione che sembra profetica per le scelte fatte in seguito – e qualche mese dopo, da solista, portò al successo una delle canzoni più famose nel movement che negli Stati Uniti si opponeva alla guerra nel Vietnam.
Di chi stiamo parlando? Ma del vecchio Barry McGuire, sparito totalmente dai radar, dopo un’ultima tournée negli Stati Uniti risalente a una decina di anni fa.
Un Barry totalmente cambiato dagli anni del suo successo e ovviamente non solo per l’età. In quella tournée presentava una versione per così dire attualizzata di Eve of Destruction, la hit pacifista con cui nel 1965 scalzò Help! dei Beatles dalla vetta della classifica dei 45 giri più venduti negli Stati Uniti nell’importante Billboard Hot 100.

«Nel maggio del 1971, mi arresi a Cristo e mi misi a fare ciò che potevo fare dentro di me» ha raccontato alla rivista inglese Cross Rhythms in una intervista del settembre 2009. Si converte dunque al cristianesimo evangelico. Questa volta prima di Dylan, che con le canzoni di Freewheelin’ Bob Dylan aveva anticipato la sua hit contro la guerra di almeno un paio d’anni. La sua postura da allora non è più cambiata e il suo maggior successo discografico, con oltre tre milioni di dischi venduti (Eve of Destruction ne aveva venduti un terzo) arriva nel 1978, quando partecipa come ospite al brano per bambini Bullfrogs and Butterflies, prodotto da Agape Force, della Chiesa Evangelica del Texas. Segue una lunga e fortunata tournée in Inghilterra, Scozia e Galles, in cui interpreta San Pietro in un musical religioso, The Witness.
Negli anni Ottanta lascia la scena musicale, ma non il suo attivismo confessionale. Si trasferisce in Nuova Zelanda con la moglie, partecipando, con video musicali alle scuole bibliche promosse dalla Gospel Light Publishing, una casa editrice della galassia evangelica. Raccoglie fondi per l’infanzia povera del Terzo mondo, ma diventa critico nei confronti di quella che lui definisce la sottocultura musicale cristiana.
«Sono stanco di fare dischi generici… hanno tutti le stesse parole… è tutto “Alleluia, lode al Signore”, il che è meraviglioso nel contesto, ma ci deve essere di più. Dobbiamo uscire dal solo ambito d’ascolto cristiano». Torna negli Stati Uniti e in coppia con Logan White pubblica il romanzo In the Midst of Wolves, una storia di redenzione ambientata tra i motociclisti.

Gli anni Duemila rappresentano il ritorno alle origini. Ripropone infatti e in più occasioni il suo cavallo di battaglia pacifista, ma attualizzandolo soprattutto ai problemi ambientali. Nel 2008 facendo coppia con un ex Byrds, John York, ha portato in tournée lo spettacolo Trippin’ the ’60’s, un viaggio negli anni Sessanta che ha descritto come «prendere la verità che c’era in quelle canzoni degli anni ’60 e portarle nel momento presente… Non è un pacchetto di cover, siamo noi che cantiamo canzoni che abbiamo cantato con molti dei nostri amici che non ci sono più» (potete saperne di più qui).
D’altra parte, nel 1965, anno in cui Barry cantava l’alba della distruzione, il Doomsday Clock – l’orologio dell’Apocalisse, ideato alla fine della seconda guerra mondiale dal Bulletin of the Atomic Scientists dell’università di Chicago per sintetizzare la gravità della situazione in cui ci troviamo – segnava 12 minuti dalla fine del mondo. Oggi, secondo questa efficace metafora, siamo a soli 89 secondi.
Buon compleanno, Barry (nella foto in apertura, McGuire in concert nel 1979)



