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Allonsanfàn
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L’America di P.T. Anderson. Tutti a vedere Una battaglia dopo l’altra

Premessa: ogni riferimento a me stessa e a fatti realmente accaduti è puramente voluto. Se si deve recensire il film di un coetaneo che trasuda da ogni fotogramma e da ogni battuta un’infanzia nei Settanta, è decisamente impossibile mantenere il giusto distacco dalla materia come professionalità vorrebbe, e non lo voglio neanche.

PTAnderson Una battaglia dopo l'altra

Del resto, credo fermamente che gustarsi veramente qualcosa è la premessa per poterla consigliare, quindi abbiate la gentilezza di seguirmi. Una battaglia dopo l’altra, l’ultimo grande film di Paul Thomas Anderson, da aiutare proprio adesso, adesso che al botteghino è in calo a favore di roba che a mio parere merita molto di meno, è davvero una festa mobile, per dirla alla Hemingway. Perché ci sono dentro tutti i problemi di un’America sempre più assurda, piena di pazzi scatenati che organizzano sette di suprematisti bianchi e del loro contrario, pazzi aspiranti Pantere Nere o giù di lì, ma c’è anche, soprattutto, un’ironia meravigliosa, che attinge ovunque, dai cartoni animati, alle vecchie canzoni romantiche che ascoltava la generazione dei nostri genitori e nonni, dagli albori dei videogiochi d’antan, appunto quelli di noi bambini Settanta, fino ad arrivare, ovviamente, al citazionismo di colleghi come i fratelli Coen, Spike Lee, Sam Peckinpah. Restando però tenacemente Paul Thomas Anderson nel riuscire, lui solo, a preparare con tutti questi ingredienti una cena completa, persino troppo abbondante, ma va bene così.

PTAnderson Una battaglia dopo l'altra

Si inizia con un gruppo di terroristi rivoluzionari che s’è dato il nome di un cocktail (tra l’altro molto buono: gin, champagne e succo di limone, altro che “proletari di tutto il mondo”…) il French 75. Lo guida con sensuale stronzaggine Perfidia Beverly Hills (Teyana Taylor), che amoreggia con Ghetto Pat (un Leonardo DiCaprio sempre più sublime), palesemente soggiogato e inadatto a gestire gli umori e gli ardori della sua donna. Sotto sotto, lui sognerebbe la famigliola e la casetta col tagliaerba da passare una volta la settimana, tanto che quando lei rimane incinta e partorisce la piccola Charlene, eccolo trasformarsi in perfetto paparino. Proprio il tipo di maschio che la donna detesta da sempre, tanto da aver cercato il sesso perverso che ama tanto da un bastardo tutto d’un pezzo come il capitano  Steven J. Lockjaw (Sean Penn, altra interpretazione da applausi), comandante di un centro di detenzione – lager per immigrati. Del resto, lo ipotizzava anche Sylvia Plath, “ogni donna ama un fascista”, e Perfidia purtroppo è tra loro, al punto da tradire la causa e far sgominare il gruppo di sodali. C’è chi muore, chi viene arrestato, e chi scappa cambiando identità, come Ghetto Pat con la figlia (Chase Infinity). Per loro fortuna, i due trovano rifugio a Baktan Cross, un paese enclave di sinistrorsi, suore che coltivano marjiuana, donne che aiutano i migranti messicani e un fantastico maestro di arti marziali come Sergio St. Carlos (Benicio Del Toro, altro applauso!).

Mi pare inutile entrare nei dettagli di una trama fitta e scoppiettante come la parte finale di uno spettacolo pirotecnico. Resta che quando il capitano Steve, per ammonire Perfidia, le dice di stare lontana dalle sue Josie and the Pussycats (non fate scherzi! Va visto in versione originale), m’ha pervasa l’allegria, al ricordo del fumetto televisivo di Dan DeCarlo e Richard Goldwater, premiata ditta Hanna & Barbera, creato nei favolosi Seventies, che mi guardavo religiosamente di pomeriggio su non so più quale canale; che DiCaprio sul divano col cellulare in mano che chiede alla figlia come attivare il flash per scattare una foto è così giusto, così vero! Che un inseguimento in macchina girato come i primi videogiochi, nel tipico paesaggio da western americano, con le strade che sembrano finte, è divertentissimo. Questo è un film che azzecca la contemporaneità più totale, l’America in pezzi, i ragazzi in transizione sessuale che pretendono il pronome neutro, le terribili derive da Ku Klux Klan, e insieme la difficoltà di chi non è contemporaneo a decifrarla, questa contemporaneità che cambia alla velocità adrenalinica delle situazioni che PTA, non a caso, ci propone.

PTAnderson Una battaglia dopo l'altra

Ma siamo onesti: quanti altri registi saprebbero girare un film modernissimo, ma con stilemi tanto classici da attingere persino dai fratelli Grimm («Cacciatore, porta nel bosco Biancaneve e uccidila!») mica solo da Hanna & Barbera? Paul Thomas Anderson è il grande regista americano nato dopo Scorsese, Spielberg, Altman (Allen, si sa, gioca in un altro campionato, a New York). Il che, da coetanea, mi dà soddisfazione, cercate di capirmi, togliendo gli impresentabili e innominabili, della mia generazione, io in politica ho Enrico Letta, in musica Jovanotti, in letteratura Nevo, bravi ragazzi, per carità, ma incontrare la vera creatività è diverso, che poi è il motivo per cui amo anche Paolo Sorrentino, ma questo è un altro articolo.

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