Sapevo ben poco del Manifesto di Julian Rosefeldt, solo ciò che ne avevo sentito dire. E cioè. Che si tratta di un’opera-video considerata tra le più notevoli degli ultimi decenni. E che è anche un film del 2015 girato da Rosefeldt nei dintorni di Berlino. E infine che Manifesto, a detta di molti, comunque «è un’altra cosa».
Be’, qualunque cosa sia, la si può vedere, fino al 25 novembre, a Piacenza. È per questo che mi trovo in via Santa Franca – nel cosiddetto “quadrilatero dell’Arte” tra il Conservatorio Nicolini e la Galleria Ricci Oddi – nel palazzo XNL che ospita l’allestimento realizzato ad hoc per la sede piacentina con la consulenza dello stesso Rosefeldt.

Dunque. Oltrepassata la porta d’ingresso al primo piano, ti trovi di colpo in uno spazio buio tipo sala cinematografica/caverna platonica disseminata di grandi schermi (sono tredici, per la precisione) che simultanei proiettano filmati diversi, situazioni e personaggi che nulla hanno in comune se non il senso delle parole in sceneggiatura: frammenti di un discorso rivoluzionario composto di frasi (tutte in lingua inglese) tratte da una cinquantina di proclami programmatici delle avanguardie politiche e soprattutto artistiche del secolo scorso, associate in maniera straniante e pertanto paradossalmente suggestiva a contesti ambienti e figure sociali, ovvero tipi umani, dei nostri giorni.
Per dire: brani dei manifesti Dada degli anni ’20 del secolo scorso li pronuncia un’oratrice funebre molto glam al cimitero durante la tumulazione del parente defunto; altri sull’Architettura li dice un’operaia stressata che arriva in bicicletta al lavoro in un inceneritore di rifiuti; il Sono per un’arte… del 1961 di Claes Oldenburg sulla Pop Art lo mormora educatamente una castigata pia madre di famiglia: tutti personaggi interpretati da una strepitosa (aggettivo abusato ma qui proprio ci vuole) Cate Blanchett, di volta in volta homeless–manager–cantante rock-maestrina-ubriacone-perfetta casalinga madre di famiglia-ferrea coreografa–oratrice funeraria.

Comunque è un profluvio di immagini (molte le riprese aeree – su desolati paesaggi urbani, abitazioni e fabbriche, interni e dettagli – predilette da Rosefeldt, artista concettuale che evidentemente non dimentica di avere conseguito un master in architettura) e di parole che ti arrivano addosso da tutte le parti e immediatamente ti coinvolgono dentro la storia eliminando di colpo la “quarta parete” tra l’opera e tu che la guardi, tu che anzi, ormai ci sei “dentro” in pieno, magari un po’ frastornata ma anche abbastanza contagiata dall’energia di quei visionari del secolo scorso che proclamavano il rude disordine di un’arte senza regole.
In effetti Manifesto non si “visita” seguendo un percorso prestabilito come al museo. Nella oscurità lattiginosa della sala puoi spostarti da uno schermo all’altro, sederti su una panca davanti all’uno o all’altro filmato, tornare indietro, ripetere il percorso fino a quando le voci dei vari canali a un certo punto si mescolano, la faccenda diventa qualcosa di corale e ti senti davvero parte di qualcosa.

Si inizia comunque dal Prologo con una frase tratta dal Manifesto del Partito comunista di Marx e Engels del 1848: All that is solid melts into air. Già, tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, finisce per appartenere a tutti, accomuna tutti, cambia un po’ tutti… Dopodiché si procede a capriccio ad libitum a casaccio e ognuno coglie più o meno consciamente una frase o l’altra. A me rimangono in mente quelle tratte dalle Regole d’oro per fare cinema del 2002 di Jim Jarmush (le enuncia in classe ai suoi piccoli alunni una maestrina che non punisce i “copioni”, anzi): «Niente è originale. Ruba da qualsiasi cosa che risponde all’ispirazione e alimenta la tua immaginazione […] E ricorda ciò che ha detto Jean-Luc Godard: ”Non importa dove prendi quello che prendi, ma dove lo porti”…».
A questo punto verrebbe da ricordare tutti i testi citati, ma mi fermo qui (segnalando invece la pubblicazione di Electa concepita come una guida ai manifesti presenti nell’opera di Rosefeldt).

Intanto in una sala attigua si può seguire il video (con provvidenziali didascalie in italiano) in cui Rosefeldt racconta il backstage, sia del film che dell’opera–video, spiegando che la maggior parte dei testi citati sono stati scritti quando gli autori erano artisti non ancora famosi ma principianti appassionati pieni di giovane energia. E ci fa anche sapere che ha voluto che tutti i personaggi che pronunciano quelle frasi fossero femminili (tranne l’ubriacone interpretato anche quello da Blanchett) per “controbilanciare”, per così dire, il fatto storico che quei testi erano stati tutti scritti da artisti uomini.
Alla fine Rosefeldt definisce la sua opera una call of action, una chiamata a fare qualcosa insieme agli altri, a credere ancora di poter cambiare il mondo anche con la forza della parole. Per cominciare (questa la mia sommessa call to action) non perdetevi questo Manifesto. Per informazioni, infomostre@xnlpiacenza.it e qui
Nella foto in apertura, il video dedicato al Situazionismo (Credit: ©Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015-2025, installation view at XNL Piacenza Arte, ph. Daniele Signaroldi, courtesy the artist and XNL Piacenza Arte; Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015, ©Julian Rosefeldt and VG Bild Kunst, Bonn 2019)
- Jonne Bertola ha pubblicato il romanzo Fuori Copione (LuoghInteriori)



