“En dépit de toutes les informations que je dispose, elle reste la personne la plus opaque que je connaisse” Julia Deck, Ann d’Angleterre
Anna d’Inghilterra (Adelphi) di Julia Deck parte un po’ alla Carrére, con la scrittrice di malumore (e per forza lo rimarrà) che narra i fatti propri, la quotidianità, tra la presentazione di un libro e qualche insofferenza per la realtà spicciola. Amori, amicizie, incontri di lavoro.
I fatti propri si allargano, nel momento in cui accade una disgrazia, alla genealogia di una famiglia: la routine giornaliera si coagula attorno al corpo inerte della madre, ottantenne, che la figlia ha trovato vittima di un ictus sul pavimento del bagno nell’appartamento di Tolbiac e che poi segue nel ricovero in ospedale.
Può aver detto fin che vuole di avere tante storie di fantasia, la figlia, cioè Julia Deck, e che non vergherà mai una pagina di autofiction: invece ecco che, quasi costretta dall’inevitabile che accade agli umani – la perdita dei genitori -, si butta (ancora “quasi” e subito vedremo perché) a piedi pari in un memoir. Il corpo della madre, sofferente in ospedale, si trova appresso tutte le domande e i non detti di un passato comune.

Ma chi è Julia Deck? Classe 1974, anglo-francese ma molto più francese, vincitrice con questo testo del prestigioso premio Médicis 2024 (prestigioso davvero), ha pubblicato per anni, meritatamente, per le leggendarie edizioni Minuit – debutto con Viviane Élisabeth Fauville tradotto anche da noi nel 2014, sulle orme dell’amato Jean Echenoz, e si capisce, fin da quel libro, che anche Deck subisce l’appeal della costruzione e della decostruzione dei personaggi. E poi: Deck ha un gusto noir nel narrare le vicende degli estranei (reali o immaginari che siano), e ora le sue… Anzi, più esattamente, quelle di sua madre, la sconosciuta braccata in biografia fin dall’infanzia, trascorsa da qualche parte in Inghilterra.
Certo: deve’essere una scelta difficile per uno scrittore decidere di cambiare rotta e l’intenzione è certificata anche dal cambio di editore francese (Seuil). Ma Deck fa un passo importante quando mette nelle sue pagine “la realtà [che] è altrove. È all’ospedale, dove torno a vedere morire mia madre”.
La realtà, l’altrove, inizia con Eleonor Ann, che nasce nel 1937 a Billingham, nord est di Londra, dove si appresta per la classe operaia il “mondo nuovo” descritto da Aldous Huxley… Ma Eleonora Ann non si lascia intrappolare dal gigantesco complesso industriale che sorge nella sua cittadina, e riesce a intraprendere un cursus di studi che la porta lontano: coronato dalla laurea in Letteratura francese, acquisisce una nuova identità in Francia.
Il romanzo trova il suo equilibrio nel rapporto tra l’immobilità della vecchia malata e il movimento della giovane che era, con la figlia Julia Deck a costruire il tessuto connettivo che la porta a unire le due persone e a scoprire una sua verità.
Torniamo alla “realtà” che è “altrove”, secondo Deck. Ecco il valore del libro: la qualità di questa realtà, e la scrittrice lo sa bene, non deriva da ciò che è raccontato, per quanto tipico o eccezionale che sia, ma dalla forma con cui lo si racconta.
La scommessa di Julia Deck, figlia e soprattutto scrittrice, in Ann d’Inghilterra sarà quindi creare un congegno narrativo dove «le categorie del reale e della finzione non sono così distinte […] all’incrocio fra queste […] sta la verità». Ben detto, ben fatto.
Traduzione di Yasmina Melaouah



