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Ayşegül Savaş. Gli antropologi, senza patria, cercano una nuova casa

«In un momento di panico, decidiamo di cercare casa» Ayşegül Savaş, Gli antropologi 

Quello sopra è l’incipit del romanzo. Per una volta, l’antropologo Asya che studia il sacro e il profano ecc. ecc., spaesata e lontana da ogni protettivo concetto di Heimat, decide di osservare se stessa e trovare un riparo – una nuova casa.

Neanche fosse un esploratore del tempo che fu, Asya cerca di comprendere di cos’è fatta la sua routine di donna senza radici, che vive in un altro Paese – qui non si dice mai quale né si nomina quello di provenienza -, facendo coppia con un altro straniero. Desidera dare significato alla propria vita mentre applica i suoi studi a quella degli indigeni, realizzando un docu sulla gente che popola un parco.

A proposito del legame con Manu, il suo compagno, Asya constata: «Eravamo diventati patria l’uno per l’altra, anche se non conoscevamo una parola delle rispettive lingue madri». Rimediano spiegandosi i modi di dire intraducibili nei loro idiomi natali e creando parole che appartengono soltanto a loro.

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Abitudini e credenze, idee e oggetti, limiti e confini, apparizioni di genitori e di sciamani (visti nelle mostre)… che cosa dice un appartamento provvisorio o l’assenza di una rete parentale, a chi di solito si occupa del radicamento degli altri?

Asya e Manu collezionano piccole cose, le scovano nei mercatini delle pulci e poi le tengono accanto al letto, si tratti di candele, scatole laccate, ciotole piene di erbe aromatiche. Sì tratta di oggetti che hanno perso una precedente funzione, ma i due vi trovano frammenti di espressione, pure se per questo a volte si sentono degli impostori…

La prosa – questo romanzo in forma di indagine o saggio narrativo – de Gli antropologi (Gramma Feltrinelli) è divisa in capitoletti, quasi fossero piccoli oggetti anch’essi, e riproduce con apparente semplicità e una deliziosa misura l’incanto e il disincanto, il viaggio e la stasi di una giovinezza che deve divenire età adulta, e di una storia d’amore.

Ecco qual è il biglietto da visita di Ayşegül Savaş, nata a Istanbul, ma poi vissuta quasi dappertutto – ora sta a Parigi – e conosciuta per due romanzi e per racconti affidati a magazine raffinati.

Mentre leggo Gli antropologi mi domando perché Ayşegül Savaş ha scritto questo libro ibrido ma incredibilmente limpido: desiderava forse mostrare/conquistare la sua “unicità nell’ordinario” (più che nello “straordinario”), come fanno tutti, quando scelgono un vestito o un cibo, oppure mentre decidono in quale modo occupare il tempo libero?

Mi sembra significativo che il libro sia nato dalla costola di un racconto del 2021 intitolato Future Selves, e pubblicato sul New Yorker. Mentre si spiega al presente e al passato nei panni di Asya, Ayşegül Savaş fa delle ipotesi sul futuro di se stessa. Tesse un linguaggio di riconoscimento e di condivisione, crea una sorta di intimità con chi la legge e, come lei, ovunque si trovi, abita in un tempo di mutamento (personale e generale); con chi, come lei, tenta di condurre una vita che non sia “astratta” ma possa diventare un’esistenza “specifica”.

Così diceva dei future selves Ayşegül Savaş sul New Yorker: «There is the future self we yearn for, and there is the one that embodies our greatest fears. We try to make our way forward, scuttling back and forth between these two poles of hope and despair». È quello di cui ha scritto adesso ne Gli antropologi.

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Credit: Maks Ovsjanikov

Traduzione di Gioia Guerzoni

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