UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

Carlo Rovelli facile e difficile, sull’eguaglianza di tutte le cose

Da fisico quantistico a filosofo del pensiero relativista, con lontane (ma neanche tanto) influenze taoiste e quasi buddiste, divulgate con la serafica ostinazione di chi ha compreso la struttura intima dell’universo e l’essenza di ciò che siamo, esseri intessuti nella rete di tutto ciò che esiste intorno a noi.

Così, davanti a quel pubblico di circa mille persone che qualche sera fa si era riunito al Teatro dal Verme di Milano per la presentazione del suo ultimo libro, Sull’eguaglianza di tutte le cose – Lezioni americane (un amabile piccolo Adelphi dalla copertina blu), Carlo Rovelli demoliva sorridendo e con manifesta soddisfazione il concetto di Verità finale, di Scienza assoluta, di Principio ultimo, di Certezza: tutti concetti che aveva precedentemente discusso, talora scontrandosi, con quelli che lui definisce “i metafisici” di Princeton, l’Università americana dove un anno fa era stato invitato dal dipartimento di Filosofia.

Carlo Rovelli Lezioni americane

Ora, molto di ciò che abbiamo ascoltato, e Rovelli sa essere incantatore abilissimo, voce suadente ed eloquenza a portata di mano, è del tutto condivisibile, a meno di non essere invischiati in pensieri angusti e un po’ rétro. E che cosa dice il fisico quantistico più amato d’Italia (che da giovane aveva pensato, per un attimo, di studiare filosofia)? Che tutte le cose sono, appunto, una variante dello stesso modo di essere nella natura, che in fondo non c’è una distinzione radicale e netta tra le galassie, gli esseri viventi, i processi fisici e mentali, i virus, le bottiglie (e così facendo sollevava la bottiglietta di acqua sul tavolino davanti a lui).

«È più una questione di prospettiva con cui guardiamo le cose» assicurava (e ribadisce nel suo saggio) «i numeri, i sassi, gli unicorni delle fiabe e i gatti esistono tutti in modi diversi, sono forme e concetti differenti di esistenza. Anche la ragione non esiste al di fuori, astratta, non è qualcosa che guarda il mondo ma è parte del mondo».

Abbandoniamo l’illusione consolatoria della prospettiva unica, esorta Rovelli, e neppure  fidiamoci delle certezze apprese (troppo sopravvalutate), della sola scienza, delle regole del mondo, delle equazioni fondamentali, dell’idea di una soluzione globale di ogni cosa. Per capire il mondo, e pure noi stessi, dobbiamo rimettere tutto felicemente in discussione, «siamo un continuo divenire. Ogni verità ha una zona cieca perché manca sempre di qualche prospettiva».

Rovelli presenta questa fallibilità, questo moltiplicarsi di prospettive (parola che ama e ripete spesso), queste relazioni e processi che si influenzano l’un l’altro e, come un tessuto fitto e pervasivo, uniscono tutto l’esistente, come qualcosa di rivoluzionario. Una circolarità «dove ogni mito di fondamento della realtà è un’inutile illusione».

Manifestazione quasi epifanica, così come ce la offre lui seduto davanti alla sua bottiglia d’acqua, che però, in fondo, tanto rivoluzionaria non è. Si sentono echi, come si diceva, del Tao della fisica, dell’interdipendenza buddista, del fatto che «ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia». E siamo, più che folgorati e turbati dalla Rivelazione, serenamente d’accordo con lui.

Poi, tornati a casa, iniziamo a leggere il libro. E qui, almeno per due terzi del saggio, è un’altra faccenda. Finalmente facciamo un po’ di fatica a seguire ciò che scrive, spesso leggiamo due volte lo stesso paragrafo perché, da fisico quantistico purosangue, Rovelli ci porta in sentieri impervi dove le idee di «sovrapposizione di stati», di «contestualità di fenomeni quantistici di interferenza», di spazio inteso come «relazione di adiacenza di entità» sono altrettanti sassi che ci impediscono un cammino fluido e accelerato.

E per fortuna. Passeggiare mentalmente con Rovelli è sempre meraviglioso, e ci piace farlo soprattutto se, in fondo al percorso, sentiamo i nostri neuroni un po’ indolenziti, come quando scendiamo da una montagna sentendoci stanchi ma più allenati di prima.

Poi, certo, i suoi ragionamenti sullo spazio-tempo, sugli esperimenti scientifici, sulle anomalie quantistiche, sulle convergenze fra quanti e relatività generale (uno zaino di concetti che riusciamo a sollevare solo con un certo sforzo), portano esattamente là dove voleva arrivare sin dall’inizio: ossia che i nostri strumenti conoscitivi «sono potenti ma imperfetti, da maneggiare con saggezza, consapevoli dei loro limiti». Che «non ci servono fondamenti ultimi, modelli assoluti, linguaggio perfettamente chiaro. Non ci servono certezze assolute. Ci serve la leggerezza della circolarità, della complessità, dell’ambiguità, delle emozioni, dell’incertezza, del cambiamento».

Allora, se Rovelli continuerà a scardinare convinzioni comuni parlandoci sempre però di fisica quantistica e dei suoi magnifici labirinti concettuali, dove «il pensiero sprofonda in quest’immensità» e La realtà non è come appare (era il titolo di uno dei suoi saggi, edito da Cortina prima dell’era Adelphi), noi lo seguiremo senza alcuna perplessità. O meglio, con tutti i dubbi e le incertezze di cui ci saprà mostrarci l’infinita bellezza.

Credit:Carlo Carlo Rovelli no Fronteiras do Pensamento São Paulo 2017  by fronteirasweb is licensed under CC BY-SA 2.0.

I social: