In tutti i sensi è un libro da record, Saggisti italiani del Novecento (Quodlibet) ha 1.442 pagine espanse in 993 grammi. Cosa che indubbiamente solleverà le rimostranze del mio amico G. (lui è dell’idea che, dizionari esclusi, oltre le duecento pagine non si debba andare). Tuttavia il primato di questo libro è di natura qualitativa: è la prima antologia dedicata alla saggistica italiana del Novecento. La ragione di questa diciamo così assenza sta nel fatto che nella teoria della letteratura la forma “saggio” non è contemplata e non se ne parla, sicché nessuno nel paludato mondo dell’accademia ha avuto il coraggio di affermare che un saggista può avere più importanza letteraria di un narratore o di un poeta. Coraggio che invece ai curatori dell’antologia Alfonso Berardinelli e Matteo Marchesini non manca.
Provocato in un’intervista pubblicata sul Venerdì di Repubblica Berardinelli non ha remore nel fare nomi e cognomi: “Tra fine Novecento e primi due decenni del Duemila quale poeta o narratore è stato importante e influente come Roberto Calasso, Carlo Ginzburg, Carlo Magris?”. Insiste con malizia l’intervistatore, si può affermare che la grande tradizione letteraria italiana è saggistica anziché narrativa? “Penso a Machiavelli, Guicciardini, Vico, Galileo” risponde sornione Berardinelli. “Storicamente l’Italia non ha avuto rapporti molto brillanti con il romanzo, ma ha avuto prosatori di altissima qualità. Le Operette morali di Leopardi non sono inferiori alla sua poesia. In più il fondatore della critica letteraria italiana… Francesco De Sanctis è con Manzoni, Leopardi e Verga uno dei quattro autori dell’Ottocento più importanti. La sua Storia della Letteratura è il romanzo letterario-morale dell’Italia e della sua identità”.

Ma cos’è un saggio (e cos’è un saggista)? La saggistica, spiega Matteo Marchesini, è il “genere moderno di chi non possiede una verità sistematica ma la cerca per tentativi, mescolando autobiografia e teoria, racconto e dialogo, ritratto e aforisma… Il saggista è un poeta del concetto… un individuo che non possiede una verità che deve esporre a chi lo legge come in un trattato, ma è un individuo che cerca la verità dei fenomeni e ragiona sulle visioni del mondo, raccontando come le idee si formano dentro di sé, come si muovono e interagiscono con la sua stessa vita. Una verità in situazione. Un elemento personale – un rapporto con l’io – che si riscontra fin dalla fondazione del genere, tradizionalmente fatta risalire a Montaigne, che nei testi cosiddetti scientifici è escluso per statuto, abolito”.

Saggisti italiani del Novecento è una silloge di centosei autori: uno strumento indispensabile per comprendere le correnti di pensiero che hanno contribuito a formare il paese in cui viviamo. Se fossi un insegnante acquisterei di tasca mia una copia dell’antologia di Berardinelli-Marchesini; e – non me ne vogliano gli autori – ne farei una versione digitale da distribuire in classe. Sono certo che la discussione dopo ogni lettura sarebbe molto più formativa di qualsiasi programma ministeriale.
Un’ulteriore piccola considerazione sulle introduzioni a Saggisti italiani del Novecento. Se lo scritto di Alfonso Berardinelli si distingue per la sintesi (efficacissima e, come suo solito, di sapore aforistico) riguardo all’essenza del saggio, il contributo di Matteo Marchesini – giustamente intitolato “biografia delle idee” – definisce in modo più diffusamente analitico il significato dell’opera e la sua struttura. Meglio: in poche pagine ricostruisce il percorso storico delle idee e dei concetti che hanno segnato il Novecento italiano. Documento che se fossi l’insegnante che non sono mai stato diverrebbe materiale ideale per far scoprire il “secolo breve” (che breve non è stato) ai ragazzi degli anni duemila. Non conosco i programmi ministeriali dell’ultimo anno; a spanne ho l’impressione che nulla sia cambiato dal cambriano dei miei tempi, quando del Novecento – avanguardie artistiche, pittura, architettura, cinema, romanzo, poesia, guerre mondiali, massacri, totalitarismi e Shoah – non si parlava mai.
Una cosa mi ha particolarmente pensare/penare: i giornali. Molti di quei saggi citati nell’antologia comparvero su riviste e giornali quotidiani, veicoli prediletti dalle più acuminate penne polemiche nella diffusione delle idee. Oggi i giornali versano nello stato pre-comatoso delle imprese che stanno per essere sopraffatte da un nuovo paradigma tecnologico che non hanno saputo prevedere e neppure voluto cavalcare. Come le pellicole fotografiche e i gettoni del telefono, i giornali su cui scrivevano le intelligenze del Novecento sono destinati a diventare oggetti di modernariato. Il guaio grosso è che – per il momento almeno – nessun giornale digitale, nessuna fanzina, blog o rassegna stampa ha la diffusione, il peso specifico e la credibilità (vera o presunta) che la carta stampata del Novecento ha avuto. Leggeremo sempre meno e scriveremo sempre di più. Nella maggior parte dei casi, spero non questa, banalità e sciocchezze.
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