Quest’anno saranno venti anni dalla sua prematura scomparsa. Era un cantautore della prima ora, abbastanza famoso tra gli anni Sessanta e Settanta, quando il fenomeno era esploso, dalla Francia e successivamente dal mondo anglosassone, in primis gli Stati Uniti, ma anche l’Inghilterra. Nel 1968, il primo dopo il suicidio di Luigi Tenco, vince il Festival di Sanremo con Canzone per te. L’anno dopo arriva secondo e manco a dirlo, nel 1970, terzo.

Chissà perché, lo associo a Zoff, il grande portiere della Nazionale, di origini friulane. Forse perché proveniva da una terra assai vicina, per cultura e storia, l’Istria. Forse per la stessa espressione distaccata e nobile, di chi non deve giustificare a parole il proprio valore e la propria correttezza. Nella convinzione che dovrebbero essere i fatti a parlare. E però su Sergio Endrigo è calato un totale silenzio, ben prima della sua dipartita. Un silenzio che in questi ultimi anni sembra essersi incrinato – forse per l’avvicinarsi del ventennale dalla scomparsa – con l’uscita in libreria di diverse opere a lui direttamente collegate.
La sua parabola artistica, dalle stelle alle stalle, è sorprendentemente riassunta in un romanzo, l’unico con la sua firma, scritto quando era già stato completamente “dimenticato” e uscito nel 1995 per un piccolo editore di Lugano. Ristampato meritoriamente da Stampa Alternativa quasi dieci anni dopo, e ancora ad agosto di quest’anno da Baldini&Castoldi, Quanto mi dai se mi sparo? è una storia totalmente inventata, come recita l’ultima di copertina, ma purtroppo intrisa di forti colorazioni autobiografiche.
Nel 2016 è anche diventato uno spettacolo: Sergio Endrigo. L’ultimo concerto, portato sulla scena da Nicola Pecci, che per quella sua trasposizione si è avvalso della collaborazione della figlia di Endrigo, Claudia.

Il romanzo racconta di Joe Birillo – nome che è già un programma – un cantautore che i suoi discografici non sanno come scaricare, perché ormai fuori dagli schemi dello spettacolo. «Aveva ragione Prezzolini: secondo la legge dell’economia liberale, domanda e offerta, la vita umana ha ormai poco valore…» dichiara con amaro cinismo il protagonista. «Sei come un vecchio albero, forse ancora bello da vedere, ma che non dà più frutti. Fa solo ombra. (…) Puoi scrivere le canzoni che vuoi, le più belle del mondo (si fa per dire), ma è la tua faccia che non funziona più, niente da fare».
Così Joe arriva a progettare il suo suicidio in diretta, al termine di quello che sarà l’ultimo spettacolo. E «Quanto mi dai se mi sparo?», domanda ai suoi discografici, pensando di uscire di scena con un finale che lo riporti alla ribalta e che perciò gli permetta di lasciare ai suoi familiari una sicurezza economica che da vivo non potrebbe più garantire.
«Non capisco più questo mercato» confessava Endrigo negli stessi anni, con riflessioni che sembrano quelle del protagonista del suo romanzo. «Non conosco la platea di ragazzini a cui si rivolge, non comprendo questo karaoke generale. La canzone come scambio, racconto di un’emozione, di un fatto, è morta. (…) Per me non vale la pena continuare. A questo punto oltre che amareggiato mi sento anche un po’ seccato. Tra i miei colleghi c’è chi ha più forza di me e gira per i locali. Io non ho più niente da dire» (tratto da Lontani dagli occhi di Enzo Gentile, Laurana, 2015).

Un j’accuse impietoso nei confronti di un mondo, quello dello spettacolo, che egli conosceva benissimo per esserne stato al centro nel momento del successo e poi in quello buio dell’emarginazione.
Quando esce la sua prima a grande prova discografica, nel 1962, con Io che amo solo te, 650mila copie vendute, il suo direttore artistico alla RCA, gli propone di provare a collaborare con Pier Paolo Pasolini.
«Anzi, lui voleva che Pasolini scrivesse i testi per delle ballate che parlassero del mondo che aveva descritto nei suoi romanzi, i ragazzi di vita, la Roma delle periferie, e che io le musicassi. Così ci incontrammo e io gli parlai di questa idea, ma lui in quel momento stava partendo per l’Africa, doveva fare dei sopralluoghi per un film che doveva girare, non aveva molto tempo e mi disse di guardare tra le sue poesie friulane, in una raccolta che si chiamava La meglio gioventù e che prendessi quello che volevo. La meglio gioventù è la storia di una famiglia friulana, la famiglia Colussi, la famiglia della madre di Pasolini, dall’età di Napoleone alla Resistenza. Io presi la prima parte, c’era già la traduzione, mi limitai a togliere qualche sillaba e ad adattarla alla metrica della musica che avevo scritto e così registrai Il soldato di Napoleone (da La voce dell’uomo, riedito nel 2016 per Alpes).
Qualche anno più tardi, nel 1966, in occasione di una comparsata alla RAI, gli viene chiesto di purgare alcuni versi della canzone, ritenuti addirittura “disgustosi”. In accordo con Pasolini, Endrigo rinuncerà all’esibizione, ma non si piegherà al diktat della censura. Che lo colpirà ancora, di lì a poco, per i versi, non suoi ma di Sergio Bardotti, della Ballata dell’ex. L’amara e coraggiosa denuncia di chi considera traditi gli ideali del dopoguerra.
“Se il tempo è galantuomo io sono figlio di nessuno
vent’anni son passati e il nemico è sempre lì”
Un dichiararsi troppo esplicito, che rivela senza fraintendimenti il suo essere controcorrente, nonostante la fama di cantautore “misurato” e adatto a grandi e piccini (ve lo ricordate Ci vuole un fiore, del 1974, frutto della sua prestigiosa collaborazione con un altro grande della nostra letteratura, Gianni Rodari?).
Con l’ultimo 45 giri Tango rosso, nel 1990, quando ormai è considerato fuori mercato, decide di entrare apertamente nell’attualità politica, nella feroce discussione che a sinistra segue alla caduta del Muro di Berlino. Fa coppia con un giovane cantautore, Max Manfredi, fresco vincitrice del Premio Recanati.
“Una volta si diceva
Ha da veni’ baffo’
Come un lungo sogno che il giorno porta via
E chi ha il coraggio di rinfacciare un sogno
Ma che malinconia
Quando muore un’utopia”.
Nella foto in apertura, Sergio Endrigo con la moglie Maria Giulia Bartolocci



