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Allonsanfàn
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A House of Dynamite: il nucleare secondo Kathryn Bigelow e molti “forse”

Aspettare che il mondo, il nostro mondo, finisca. O forse no. È quello che resta da fare a chi agisce (letteralmente, gli “attori”) in A House of Dynamite di Kathryn Bigelow (due volte Oscar e generosa quanto a suspense).

Solo loro sanno che un missile con testata nucleare è stato lanciato verso gli Stati Uniti non si sa da dove né da chi (forse la Corea del Nord, che è piccola e odiosa?). I “probabilmente”, i “se”, i “forse”, i “magari” inondano il film. E il fato, il destino, il karma arrivano come fantasmi nei pensieri di tutti.

Contromisure immediate: vengono lanciati, da una base in Alaska, due missili intercettori che impiegano parecchio a raggiungere quello atomico ma non riescono a centrarlo.

Lanciarne altri? «No, ne abbiamo solo 50 e ci potrebbero servire», dice una che conta. Così, la banda dei parsimoniosi capisce che l’attesa (miracolistica) è l’unica, insopportabile chance. Forse il razzo cadrà su Chicago, forse ucciderà dieci-dodici milioni di esseri umani.

E dopo? Forse, chissà... Intanto, l’attesa instilla ansia nello spettatore, il quale freme anche per un’altra angoscia. È la realtà che chiama: se si farciscono le viscere della Terra con 12.000 testate nucleari (anche in Paesi dove si fa la fame), ognuno dovrebbe sapere che è possibile/probabile che prima o poi qualcuno le userà. E sarebbe la vera Soluzione Finale.

dynamite bigelow
Idris Elba in AHOD

Il film richiama il leggendario Dottor Stranamore, di ben altra geniale fattura. E anche War Games, con cui AHOD condivide l’attesa del cataclisma ma non il finale, con il ragazzino Matthew Broderick che si dimostra ben più sveglio dei capoccioni e il serafico megacomputer più sensato dei potenziali assassini che hanno voluto questi arsenali e non vedono l’ora di utilizzarli.

Una particolarità: via via che il racconto si dipana, gli iniziali protagonisti scompaiono dalla scena. Svanisce, per esempio, la moglie-madre amorevole la cui bimba ha la febbre, quindi la affida all’altrettanto amorevole marito-padre che la porterà al pronto soccorso (e non se ne saprà più nulla), perché lei deve  correre al suo considerevole lavoro alla Casa Bianca. Scompaiono eccellenze e comprimari mentre ne appaiono di nuovi. Per primo il bel quarantenne che, da consulente, si ritrova arbitro di scelte che non dovrebbe prendere ma che gli altri, dal presidente in giù, gli rifilano volentieri.

Già, il presidente. Solo verso la fine entra in campo Potus (President of the United States), incarnato da Idris Elba, quindi nero (democratico?) e ben prestante, ma si capisce subito che non è l’ennesimo eroe risolutivo: è un uomo che incespica nella realtà e ne resta sconvolto, paralizzato come tutti “quelli che sanno”. Dovrebbe cambiare le sorti del mondo ma è solo terrorizzato. Per fortuna è almeno in disaccordo col ministro della Difesa (ora della Guerra) che vorrebbe rispondere all’attacco (di chi?). D’altronde, per decidere di premere il bottone della morte totale ci vorrebbe una metempsicosi globale, qualcosa che prende le anime nere di tutti i mostri, i carnefici, i serial killer della Storia e le convoglia in una sola persona. Se sei una persona “normale” (nessun riferimento a Trump, Putin, Xi Jinping, Kim Jong-Il e compagnia brutta), diventi uno qualunque tra tanti qualunque: ogni tua reazione è inutile e potenzialmente sbagliata, certamente più dannosa e criminale.

E veniamo al finale, con quel militare che in Alaska siede a terra, solo, davanti a un orizzonte grigio e vuoto che prefigura il destino prossimo futuro. O forse no, sotto sotto fino all’ultimo tiene corpo la vaga speranza che i megatoni non esploderanno, per guasto o chissà che altro, e l’umanità sarà salva. Ma questa speranza (un atto di fede? Però qui nessuno prega) è come un filo di seta di ragno, che gli scienziati affermano robustissimo anche se lo puoi rompere senza sforzo con un mignolo.

Questo The End è una soluzione scaltra, una paraculata per non scervellarsi a trovarne un altro? Forse. Eppure, qualche domanda: sarebbe servito far vedere Chicago rasa al suolo? Sarebbe stat(falsamente) consolatoria la mancata esplosione del missile? E non sarebbe stato ridicolo l’intervento dell’Eroe che rimedia a tutto?

L’ipotesi è che si tratti di un film realista, fors’anche impressionista. E infatti non è piaciuto («Non realistico e non documentato») ai “veri uomini” del Pentagono di Trump, che non hanno gradito («spazzatura woke») nemmeno Boots, il film su un marine gay. Con una certa probabilità, i delegati a visionare le pellicole “pericolose” sono spettatori entusiasti di Cattivissimo me o dell’opera omnia di Jean-Claude Van Damme. Ma avevano qualche (loro) ragione: i ministri, i capi, i vice-qualcosa-di-importante sono spiazzati, dubbiosi, sempre alla ricerca di qualcun altro che ne sappia di più e decida cosa fare. E le difese militari non funzionano.

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Rebecca Ferguson in AHOD

Il realismo sta nella concreta, spaventosa e rimossa verità che mette in forse l’esistenza di tutti. Per non ignorarla, AHOD si prende la briga di raccontarla senza spiegare, risolvere, consolare: si limita a additarla al giudizio di ognuno. Si può continuare a fare finta o combatterla con i mezzi di cui ciascuno dispone. L’avevano raccontata anche i due film citati prima, ma non è successo nulla, anzi. Perché è già tardi, i 12.000 pezzi di ferro della cosiddetta deterrenza nucleare sono lì e non si possono eliminare: «Costa troppo».

Nota: in questo testo ci sono dieci occorrenze del termine “forse”. Le scuole di scrittura creativa insegnano a non ripetere le parole, mentre il motto latino recita: “Repetita iuvant”. Chi ha ragione?

  • A House of Dynamite è disponibile su Netflix 
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