Forse mi sono abituato a sottovalutare Patrick Modiano, a incasellarlo da qualche parte e lasciarlo lì nel mio Pantheon annoiato. L’ho scambiato per un collettore di ricordi che finiscono per bruciare nelle pagine come cerini tra le mani di un mago malinconico. Così lo sottovaluto e insieme forse gli faccio un complimento: in verità, credo lui abbia saputo fin dal principio, fin dalla prima riga, che tutto ciò che fa è letteratura pura, invenzione di esistenze e di avventure, essendo Modiano un abile creatore di fantasmi di carta che diventano per un attimo reali e si stagliano all’orizzonte dell’insignificante niente che è la vita vera (illuminandola).
Oggi pescando da una bancarella un vecchio romanzo del premio Nobel francese, uno tra i primi a essere tradotti in italiano negli anni Settanta, Via delle Botteghe Oscure, mi viene incontro nel denso scritto dell’aletta un altro Modiano: si tratta di un neo romantico e disperato dandy, su cui si allunga l’ombra di una molto orribile storia, quella del collaborazionismo in terra di Francia.

Modiano sarebbe un parente (stretto?) di Pierre Drieu la Rochelle, riconvertito da un gusto “ironico-mondano” mediato dall’ussaro Paul Morand – che fu, sia detto tra parentesi, ultrareazionario, omofobo, razzista, antisemita e filonazista – e da un certo voyeurisme alla Alain Robbe-Grillet – un’influenza meno lugubre, questa, e per fortuna!
Il Modiano “alla Drieu” è evocato e forse un po’ inventato da Alfredo Cattabiani, l’intellettuale che firma la nota e che scoprì lo scrittore in Italia, lo tradusse e lo fece tradurre per la (molto reazionaria) casa editrice di Edilio Rusconi. Ma il dandy – un po’ orientale, delicato e raffinato atipico uomo di destra, per di più impolitico – forse era Cattabiani stesso, secondo un ritratto che ne fece Marcello Veneziani su Lo Scoglio. Cattabiani stesso si muoveva in quei luoghi dove non c’è nessuno, come avrebbe detto il suo prediletto Drieu la Rochelle.
E dunque: Alfredo Cattabiani (1937-2003), torinese, cattolico, laureato con una tesi su Joseph de Maistre (!), fu un oppositore della cultura marxista, dominante – forse è vero, e la cosa ossessionava cattolici di ogni risma, ex fascisti, conservatori pacati o incimurriti – nell’editoria del dopoguerra.

Trasferitosi a Milano nel decennio 1969-1978 Cattabiani divenne direttore editoriale della neonata Rusconi Libri, dove lasciò il segno soprattutto nella saggistica, scegliendo autori esoterici che sarebbero entrati più tardi a fare parte, questa volta senza polemiche o anatemi, dello “spiritualismo elitario di Adelphi” (sempre Veneziani).
Ma – ciò che ora ci interessa di più – non trascurò la narrativa e i suoi ibridi: pubblicò in quest’ambito J.R.R. Tolkien – il famigerato Signore degli anelli che noi settari ai tempi considerammo illeggibile anche e proprio perché edito Rusconi e perché non per caso fornì il nome ai Campi Hobbit, festival giovanili di neo fascismo nostrano. Comunque: Cattabiani fece stampare tra l’altro il primo Ceronetti e il pensoso Pomilio, Cristina Campo e qualcosa di Jünger, il suo amato Bernanos e un po’ di Modiano, appunto – e si vede a occhio che si tratta di battitori liberi che hanno in vario grado avvertito “la crisi dell’uomo occidentale”.
Del francese uscirono per Rusconi, in quest’ordine, I viali della circonvallazione (1973), Villa Triste (1976, tradotto dallo stesso Cattabiani) e appunto Via delle Botteghe Oscure (1979, nella versione di Giancarlo Buzzi), vincitore in patria del Premio Goncourt, tutti brillantemente inquadrati nel loro rapporto con l’interminabile notte dell’Occupazione, rimodulata e in qualche modo depenalizzata da Cattabiani nella promozione metafisica a incubo kafkiano. Villa Triste, conviene specificarlo, non c’entra niente con il famigerato covo di tortura milanese di via Paolo Uccello, anche se per un lettore italiano non è possibile evitare l’impressione destata da quel nome.

Comunque, Drieu la Rochelle è collegato biograficamente a Modiano almeno per un incrocio cinematografico, tramite Louis Malle – nei primi anni Settanta Modiano sceneggia per il regista Lacombe Lucien, la storia nera di un ragazzotto francese che, rifiutato dai partigiani, si mescola sventatamente ai nazisti. Dieci anni prima, Malle aveva portato sullo schermo proprio Fuoco Fatuo, tratto dal romanzo testamentario di Drieu la Rochelle.
Così, mentre rileggo il mio Via delle Botteghe Oscure “usato”, sovrappongo alla figura dell’investigatore senza memoria di Modiano, che finalmente e un po’ meccanicamente decide di sapere chi è, il fascino d’antan di Maurice Ronet (indimenticabile viso altero) nel film Feu Follet, di cui guardo spezzoni su YouTube per avvicinarne/allontanarne la suggestione… Va detto: nel film, la cui azione è trasposta da Malle al 1963, c’è un borghese che si sente finito e, dopo aver provato a liberarsi dall’alcol (nel romanzo era droga), vaga senza speranza per le stanze di una vita in cui non si riconosce più. Compie delle prove di sopravvivenza che, deludendolo, lo conducono al colpo di pistola. Siamo da un’altra parte rispetto alla nostalgia seppure ghiacciata del personaggio creato da un Modiano allora meno che trentenne. Riapriamo pure il breve romanzo di Drieu, cui Malle è stato parzialmente fedele: ispirato dal suicidio di un altro scrittore, Jacques Rigaut, credo prevalga il disgusto per la mancanza di ideali forti.
Il neo romantico, decadente, fascista e molto confuso Drieu cercava una ricomposizione comunitaria, era alla “…ricerca disperata di un ambiente, di un gruppo in cui poter trovare un porto, un lembo di terraferma” (Pol Vandromme, Drieu la Rochelle, poeta della decadenza, che Cattabiani pubblicò per Borla, la casa editrice che diresse dal 1966 al 1969). Ecco: più che essere disgustato da crisi valoriali e tentare di imbrancarsi tra ideali e sodali, il detective di Modiano cammina da solo e, nel vuoto di un personale oblio, evidenzia piuttosto una molto contemporanea e letteraria insignificanza dell’io…
Non riconosco Modiano in questo scritto di Cattabiani per Drieu, soprattutto nella anamnesi del francese suicida: “La consapevolezza della decadenza non era per lui un alibi, una giustificazione per accomodarsi nella poltrona di un nichilismo senza speranza. In lui era viva l’esigenza di una rivolta per modificare una situazione personale e sociale che giudicava negativa” (dalla prefazione al libro di Vandromme).

Modiano versione Rusconi da noi vendette poche copie. Forse proprio perché legato – lo spiega in un illuminante post la francesista Mariolina Bertini – a “quell’impropria etichetta di ‘scrittore di destra’ che mal si adattava a un romanziere destinato a lasciare tutti insoddisfatti: tanto i nostalgici dell’eroismo fascista, di cui mostrava i lugubri retroscena, quanto i custodi del mito resistenziale, che non accettavano l’esistenza di ‘zone grigie’ tra partigiani e nazisti, tra il Bene e il Male”.
È più facile affermare che Modiano mostrava anche in Via delle Botteghe Oscure, come in tanti altri romanzi, il marchio indelebile lasciatogli in eredità da un padre mai conosciuto, ebreo tra l’altro, che con l’invasore tedesco fece loschi affari. Arrestato dalla Gestapo, era stato salvato dai suoi sodali della banda della rue Lauriston, delinquenti comuni al servizio dei tedeschi.
Altri romanzi come Dora Bruder (Guanda 1998) chiariranno qui in Italia, molto più tardi ma in modo perentorio, la posizione (storica? politica?) del futuro premio Nobel che, ripulito della sua nefasta fama, poté imboccare (per il disdoro di Cattabiani) proprio la strada di Einaudi, rientrando nel campo progressista. Va precisato: in Francia, se ve ne furono, gli equivoci su Modiano andarono dissipati quasi subito.
Certo che – e qui Cattabiani aveva ragione – la capacità di inventare un’altra realtà, come dicevo all’inizio, ha portato il parigino a prolungare nella sua opera in un tempo sognante e quasi infinito il periodo del collaborazionismo e il dopoguerra a Parigi… Come se questa tranche di vita non potesse terminare fino a che Modiano non avesse saputo – nella realtà, una cosa impossibile, in letteratura forse no – la verità su di sé oltre che sulla sua rete familiare impossibile da ricostruire e restaurare. L’io personale smarrito e quello in crisi della letteratura del Novecento coincidono senza forzature, in una temperie che ha già superato ogni tentazione (neo) romantica.
La notizia in fondo. In Francia è uscito 70 bis, entrée des artistes, firmato da Patrick Modiano con Christian Mazzalai. Dalla presentazione di Gallimard: “Un racconto-inchiesta dedicato a un indirizzo dimenticato di Montparnasse, quando il quartiere era ancora un villaggio e una fucina di artisti. Grazie agli archivi, alle fotografie e agli annunci ritrovati da Christian Mazzalai, Patrick Modiano riporta in vita La Boîte à Thé e gli atelier al 70 bis di rue Notre-Dame-des-Champs che, dal Secondo Impero al dopoguerra, videro pittori, scrittori, poeti, uomini e donne, famosi o sconosciuti, giungere dall’America, dal Giappone o da altrove per tentare la fortuna a Parigi…”. Ne parleremo prossimamente.



