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Marisa D’Aloiso. Quante sono le donne in stand-by

Fateci caso: quando una storia, foss’anche nobile e bella, viaggia sulle trafficate strade social, conquista sì visibilità, diventa mainstream, ma perde in autorevolezza. In quel marasma, troppa fuffa impedisce di prendere sul serio tutto ciò che si legge, a meno di iniziare un serio percorso di verifica, il cosiddetto fact checkinge siamo già a due termini anglosassoni, ma d’altro canto i social non li hanno inventati gli americani?

A un certo punto, per esempio, è esplosa su Facebook la mania di raccontare la storia di Hedy Lamarr, vero nome Hedwig Kiesler, nata a Vienna, ma poi attrice hollywoodiana negli anni Trenta, “la donna più bella del mondo”, slogan con cui la lanciarono soprattutto perché in Europa aveva recitato persino senza veli, in un film intitolato Estasi. Hedy, che in Europa aveva studiato Ingegneria, in America divenne attrice amatissima e simbolo di sensualità, ma quando l’eco del nazismo divenne un terribile spettro anche Oltreoceano, ecco che Lamarr si ricordò dei suoi studi e creò, letteralmente, un sistema per guidare via radio i siluri dei sottomarini, evitando che venissero individuati dai nemici tedeschi. Era l’invenzione madre del Wi-Fi.

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Peccato che questa storia, paradigmatica di come spesso le ricerche al femminile e il talento delle donne siano misconosciuti, sul Web sia raccontata a grandi linee e spesso con grandi lacune. Per questo si esulta quando ci si imbatte in un libro rigoroso, che non salta sul carro della moda del momento, ma tratta con il rispetto dovuto un tema ancora attualissimo: Donne in stand-by sottotitolo Storie di donne in attesa di un riscatto (Verdechiaro Edizioni) della giornalista Marisa D’Aloiso.

Qui Hedy Lamarr non c’è, ma troviamo nomi come la first lady del Pakistan Benazir Bhutto, che negli anni Novanta rappresenta un fulgido esempio di potere politico declinato al femminile, per paradosso nel paese dei Talebani, degli uomini padroni, e che smacco per gli Stati Uniti che pretendono di esportare democrazia, ma che non hanno mai eletto presidente una donna! Intendiamoci, D’Aloiso compie una disamina precisa, senza negare le contraddizioni del periodo Bhutto, è poi il lettore ad avere gli strumenti per poter trarre le sue conclusioni.

Troviamo Lozen, una donna Apaches, che dopo la “Cerimonia dell’Alba”, le mestruazioni che in teoria disegnano per le ragazze una vita stabilita a priori, decide invece di diventare una Wachusa Wakan, una donna di medicina; Ada Byron, che prima del famoso Alan Turing aveva anticipato l’idea del computer; la commovente Henrietta Swan Leavitt, nata nel 1868, che all’Osservatorio Astronomico di Harvard fece scoperte clamorose nella più assoluta modestia e mancanza di riconoscimento; la pittrice Marietta Robusti, figlia del Tintoretto e autrice, con ogni probabilità, di molti dei ritratti attribuiti al padre; Emily Warren, senza la quale probabilmente il ponte di Brooklyn a New York non esisterebbe. Oppure le “beghine”, che non erano certo le donnette represse che il termine in seguito ha finito per simboleggiare, ma al contrario, ribelli che già nel Trecento pretendevano autonomia dal controllo maschile, e per questo venivano perseguitate e messe al rogo.

Il volume racconta donne di potere, di scienze, d’arte e di religione, le libera dal cono d’ombra in cui la Storia le aveva relegate quando gli studi di un certo tipo per il “gentil sesso” erano vietati; quando l’unica strada percorribile, socialmente accettata, era quella del matrimonio e della maternità; quando una donna che manifestava talento, intelletto, autonomia di pensiero era sempre un po’ strega oppure un po’ matta.

La domanda di D’Aloiso è di quelle che mettono i brividi: siamo tutte ancora oggi in stand-by? Stoppate a comando da un maschile che visceralmente non accetta di agire alla pari, oppure di cedere il comando, se occorre? Leggendo leggendo, queste storie del passato, che oggi ci ricordano i grandi e innegabili progressi fatti anche grazie a quelle donne schiacciate e non valorizzate, il dubbio viene. D’Aloiso cita la Virginia Woolf di Una stanza tutta per sé: “Per secoli le donne sono state gli specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell’uomo raddoppiata”.

In apertura, Ritratto di Ada Byron, contessa di Lovelace di Alfred Edward Chalon, 1840

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