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Allonsanfàn
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Michele Mari. I convitati di pietra della III A

Un gioco al massacro nasce da una divertita e cinica partita con la morte, quando questa è così fuori vista che si crede di poterla sbeffeggiare impunemente o quasi.

Siamo nel 1975. Gli studenti della III A di un liceo milanese, presa la Maturità, stringono un patto che si rivelerà abbastanza scellerato: monitorarsi nel tempo a venire, ritrovandosi a cena una volta all’anno, fino a scoprire chi tra di loro sarà l’ultimo a lasciare (il mondo).

I compagni di scuola compiono anche la leggerezza di legare alla macabra gara un premio in denaro, basato su regolari contributi, che vedranno aumentare a dismisura grazie all’abile gestione finanziaria di uno di loro, e che dovrebbe finire in tasca, secondo regolamento, ai tre superstiti.

Michele Mari I convitati di pietra

Non siamo in un un noir qualsiasi, per carità, o in un Ten Little Indians rivisitato, ma nel nerissimo, questo sì!, nuovo tour de force letterario di Michele Mari (Milano 1955). Ne I convitati di pietra (Einaudi), ha messo a punto un veloce e potente flusso narrativo in cui si aprono e chiudono come stazioni di una irridente Via Crucis un cumulo di storie e di caratteri, di tic e di ossessioni (dei personaggi e dello scrittore stesso e viceversa), di intrecci del caso e del destino, senza contare quelli provocati da disinvolta mano terrestre.

Sull’umorismo cupo di un travolgente divertimento, Mari firma un grottesco racconto morale e immorale di sventatezza borghese e di pochezza (in ogni senso) umana. Morale, immorale, e pagina dopo pagina sempre più nichilista, avvicinandosi la fine – la fine più o meno naturale dei suoi protagonisti, ma anche del vivissimo libro stesso -, I convitati di pietra arriva a lambire l’horror, inscrivendolo in una puntigliosa e impassibile guida stradale e sociale di Milano.

Nel corso del tempo, mentre aggiornano i compagni sulle loro malattie, gli ex ragazzi sembrano soccombere ai loro ruoli e alle loro nevrosi, all’illusione di fare (di vivere?) o all’impotenza, dandosi inutilmente (forse) alla magia nera o tentando riscatto nel sesso, svanendo depressi in clinica o votandosi a dubbie strategie di sopravvivenza e complotti.

Va detto che la partitura contempla quasi da subito l’omicidio, anzi più d’uno. Ma gli invecchiati liceali che si ammazzano tra loro per denaro o per futile motivo (pure il denaro lo è), presentono o sanno che l’unico premio possibile, la giovinezza, è già stato loro sottratto. O forse no, poiché Mari ci mostra, e sarebbe un’eventualità agghiacciante, che in realtà nessuno dei convitati è davvero mai uscito o ha fatto un passo da quel 1975 in cui è stato stipulato il patto. Il passato non è “dietro di noi” ma “dentro di noi”, come da azzeccato aforisma.

Comunque. I convitati di pietra (Einaudi) porta un bel titolo mozartiano – siamo tutti commendatori, l’uno per l’altro -, e pure suona vicino a Dürrenmatt. Mi stupisce quasi che lo svizzero non sia nominato in un testo attraversato, come consueto in Mari, da un’orgia di rimandi e dettagli coltissimi e pop, alti e bassi, autorizzatigli dalle vite e dalle manie dei suoi compagni di classe – si può passare al volo da Gombrovicz a Krazy Kat vittima del topo Ignatz, dal kafkiano Max Brod allo Scarafo nella brodazza di Mario Marenco, oppure ripassare fino allo sfinimento la filmografia di un attore entrato nel mito – qui Mari riepiloga generosamente per noi, tramite il nerd Semprini, la carriera di Gene Hackman, facendone rifulgere la figura e riverberandone sulla storia la smemorata e simbolica scomparsa.

Nel romanzo si trova cioè di tutto ed è un tutto che corre verso la fine o in tondo magari su un calcinculo del luna park delle ex Varesine, insieme a pezzi di Gogol’, legami erotici ispirati a Sacher-Masoch, battute icastiche dai western di Leone e imitazioni porno di dimenticati registi polacchi.

Le ultime magistrali pagine di questo romanzo divertentissimo e spietato, ambientate attorno al 2050, conquistano definitivamente e forse consolano riguardo allo scacco, a fronte della morte, di ogni difesa razionale o folle elaborata dagli umani. Si evidenzia infatti come la casualità di un legame tra estranei accomunati solo da una sorta di sigla (III A) – un avvenimento questo che è accaduto a tutti quelli che sono stati compagni di classe – possa dar vita a un rapporto profondo e persino commovente in uno spettrale ma intenerito (proprio così!) finale di partita.

In apertura, Michele Mari in una foto del 2007

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