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Allonsanfàn
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I reportage di Simenon nell’Africa che dicono misteriosa

Chi ha come vocazione quella di scendere nelle stanze più oscure dell’anima – anche attraverso una storia «in giallo» – non può che fuggire a gambe levate dai facili esotismi. Ecco che un giovane Georges Simenon, stufo di «romanzi d’avventura capaci di trasportarti … in paesaggi popolati da serpenti, bufali, elefanti, pantere e cannibali quanto un giardino zoologico», si mette in viaggio con la prima moglie Tigy e parte alla scoperta dell’Africa «vera». Ne ricaverà alcuni reportage narrativi, usciti su riviste negli anni Trenta,  che ora Adelphi pubblica in un volume dal titolo programmatico: L’Africa che dicono misteriosa (traduzione di Francesca Scala e Maria Laura Vanorio, con una nota di Ena Marchi, pp. 171, 16 euro).

All’inizio della sua carriera, come un Salgari nostrano, Simenon narra del Continente nero dal suo appartamento parigino di Place des Vosges, enciclopedia Larousse alla mano, infarcendo romanzi come I nani delle Cateratte con gli ingredienti dell’avventuroso, appunto, e del supposto mirabile. Animali feroci e «negri» (secondo la definizione dei tempi), quali Ottentotti e Pigmei.

Insoddisfatto – e anche non riconosciuto dai giornali a cui proponeva quei suoi scritti – prende però la decisione di andare sul posto e affrontare direttamente «il grande triangolo, quasi disumano, dell’Africa».

Così le nuove pagine descrivono una traversata del Mediterraneo verso l’Egitto: nella «quarta classe», osservata da un ponte superiore della nave, ci sono persone che viaggiano ammassate ovviamente all’aperto («Due giorni dopo si fa scalo a Napoli, e la famigliola è sempre lì, sul ponte, muta, paziente, a rosicchiare qualche tozzo di pane», e conclude Simenon, implacabile: «Neanche in Italia la vogliono»).

Simenon Africa
Una guida locale in Egitto con Tigy, prima moglie di Simenon e spesso sua compagna nei viaggi

Si cambia poi mezzo di trasporto, con un itinerario a tappe stavolta raggiunte in aereo dal Nilo attraverso il deserto del Sudan, fino al «cuore di tenebra» del Congo. E qui lo scrittore incontra i bianchi naufragati tra fatiche, noia, malattie e alcolismo: questi, poco alla volta, sono piegati – e piagati da quel luogo che dovevano sottomettere e rendere finalmente a misura di civiltà.

Drammatica e simbolica è l’immagine della costruzione di una ferrovia che collega Matadi a Léopoldville, nel Congo belga, e richiede il suo tributo: «Oggi, nell’Africa equatoriale, la linea Congo-Océan uccide in media un negro per traversina e un bianco per chilometro»

Simenon Africa
Ponte di barche tra Wamba e Stanleyville, Alto Uele, Congo belga

Già: cinico fino all’irrisione riguardo alle magnifiche sorti e progressive dell’Occidente coloniale, Simenon dettaglia le vite disperate degli europei alle prese con il Continente nero. Ci sono quelli che, tra i fumi del Pernod e i bassi istinti, sfogano la propria frustrazione intrufolandosi di notte nelle capanne degli africani; e, letteralmente, buttano fuori dal letto un marito per approfittare della consorte, alla cifra di dieci franchi che poi incassa l’uomo. È un racconto antiesotico, antiretorico, contro tutti gli stereotipi del luogo (tanti cliché sul quale sono alimentati anche oggi: è uno dei motivi per cui il libro di Simenon va letto, come fosse un efficace vaccino).

Il ritratto dell’Africa che alla fine ne esce è quella di un gigante totalmente indifferente alle vicende misere, in genere – degli umani, che siano neri oppure bianchi. Ricorda l’insensibile Natura che dialoga con l’islandese, nelle Operette morali di Giacomo Leopardi.

C’è da notare che Simenon adotta un tono talmente sarcastico rispetto al pittoresco che, a sua volta, alimenta pure qualche stereotipo, in questo caso non avventuroso ma negativo (e comunque tiene a professarsi «antirazzista convinto», come rileva l’ottima nota di Ena Marchi). Eppure l’Africa, con la sua smisuratezza e diversità, non si lascia incasellare. Ed è lo stesso scrittore belga che evidenzia una somma verità, intuitiva sì ma mai sufficientemente ricordata quando si parla del continente: «Non c’è una sola Africa, ce ne sono un’infinità». Questa è la notizia restituita dal «reportagista» Simenon, valida negli anni Trenta quanto ai giorni nostri.

Prezioso e per molti aspetti illuminante risulta inoltre il corredo iconografico in chiusura dell’edizione adelphiana: si tratta di una quarantina di immagini che lo stesso scrittore ha scattato dal Sudan al Gabon e al Congo, dimostrandosi anche un discreto fotografo e aggiungendo un’ulteriore dimensione alle sue rappresentazioni.

Simenon Africa
Fattoria per elefanti, Gangala-na-Bodio, Congo belga

Allora c’erano da stigmatizzare le follie coloniali francesi, con i giovani ingegneri mandati allo sbaraglio per domare i luoghi selvaggi e regolarmente schiantati. Nel 2025, un colonialismo 2.0 – per esempio quello degli Emirati arabi – sfrutta l’infinita guerra civile del Sudan e sostiene una fazione. Obiettivo: pompare verso il Golfo le preziose risorse del Paese, a cominciare da oro e petrolio. Tutto cambia, molto si ripete.

Riescono dunque queste pagine scritte quasi cent’anni fa a illuminare anche qualche aspetto della realtà odierna? Di sicuro, l’Africa smisurata di cui sopra può accogliere anche questo ritratto di Simenon. Intanto, la storia procede come sempre, come un bulldozer, quando a farla è il genere umano.

E alla fine dei reportage d’autore l’interrogativo che viene spontaneo è sempre il solito, per chi abbia un po’ a cuore e magari frequenti questo continente-mondo: troverà l’Africa (si spera finalmente degli africani) una sua dimensione e un suo miglior destino? Ai posteri la sentenza. In assenza di certezze, oggi, anche Simenon può tornare utile.

Nella immagine in apertura, Georges  Simenon fra i Pigmei

  • Giornalista scrittore e fotografo, Mauro Querci ha pubblicato il libro Extralarge – microstorie dal lato lungo del mondo. Noi ne abbiamo parlato qui
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