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Allonsanfàn
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Storia di una barca a vela e dei libri di Bernard Moitessier

Apro la porta ed esco in strada. Non c’è nessuno. L’aria tersa e un tiepido sole autunnale preannunciano una piacevole giornata. Sto sorridendo. So già che questa comunque sarà una bella giornata. Mi affaccio impaziente all’ingresso e chiedo “Ci sei? Sei pronta?”, poi salgo in macchina e faccio appena in tempo a manovrare, portandomi di fronte al portone, che anche Franca esce e sale accanto a me. Possiamo partire.

Oggi abbiamo un appuntamento a Torino. Un appuntamento che desideravo da tempo e che mi farà rivivere un momento significativo della mia giovinezza e, mentre percorriamo la strada che ci porta a valle, i ricordi iniziano a fluire nella mia mente.

Avrò avuto vent’anni, la testa piena di “balle” come cantava Guccini.

Una strana insoddisfazione aleggiava costantemente nelle mie giornate. Lavoravo, ma facevo un lavoro che non mi piaceva. Avevo cominciato a lavorare già durante le vacanze estive, mentre frequentavo le superiori ed era ormai chiaro che non avrei potuto fare diversamente. Una volta diplomato, dovendo rendermi subito indipendente, fu scontato che tornassi a lavorare nello stesso posto di sempre.

Ma non era quello che desideravo.

Mia mamma mi osservava di nascosto, preoccupata del fatto che non riuscissi a trovare un lavoro che mi soddisfacesse. Inoltre ero stato coinvolto in un infortunio che l’aveva allarmata e che solo per puro caso non ebbe conseguenze gravissime. Ciò mi indusse a fare un giuramento: “Non lavorerò mai più nel settore metalmeccanico! (nel quale avevo lavorato fino allora ndr) Basta! Questa volta mi è andata bene, adesso basta!”

Ma si sa, certi giuramenti lasciano il tempo che trovano e, nonostante una chiara intenzione, non riesci proprio a mantenerli. Anzi, per ironia della sorte, solo una manciata d’anni, dei quarantaquattro che ho lavorato, non sono stati nel settore metalmeccanico. Ma anche questo per fortuna, lentamente, è stato metabolizzato.

Ricordo che, quando tornavo dal lavoro, cercavo subito di lavare via quell’odore di  ferro che non sopportavo e nei lunghi mesi invernali, dopo una rapida cena, prendevo un libro e andavo a sistemarmi sul divano, in cucina, l’unica stanza riscaldata di casa. Leggevo di tutto, senza un criterio, Steinbeck, Prevert, Giono, Lang, Lawrence, Vittorini e altri ancora. In qualche modo dovevo evadere. E un libro è un ottimo mezzo per evadere.

Barca a vela Moitessier
Libri dello scrittore francese Bernard Moitessier

Fu in una di quelle sere che, durante la lettura, la mia attenzione venne attratta dalla TV da poco accesa. La voce narrante citava un episodio che mi stava incuriosendo. Posai il libro e presi a seguire il programma. Parlavano di un velista francese nella prima regata in solitario intorno al mondo che, dopo mesi di navigazione, nonostante fosse ormai il favorito per la vittoria, decise di abbandonare la gara, rinunciando così ai cospicui premi messi in palio.

Il messaggio con il quale annunciava il suo ritiro, lo lanciò con la fionda su un cargo di passaggio e finiva con questa frase, “...abandon parce que je sois heureux en mer, et peut-être même pour sauver mon âme”.  Invertì la rotta, ridiscese nei “quaranta ruggenti”, doppiò  di nuovo capo di Buona Speranza, capo Leeuwin e dopo aver percorso un altro mezzo giro del mondo, giunse finalmente a Tahiti, in Polinesia, dove si stabilì per diversi anni.

Da quello scomodo divano in quella piccola stanza di quello sperduto paese nel profondo Monferrato riuscivo appena a immaginarmelo quell’uomo che su una barca a vela se ne andava in Polinesia.

Ma quella sua decisione aveva colpito nel segno. Un uomo aveva fatto la sua scelta infischiandosene dei giudizi altrui, barattando il denaro e il successo in cambio della propria libertà. A vent’anni queste cose ti folgorano e si ficcano nella mente come un dardo.

Ma è altrettanto vero che, se il giorno dopo non le riconsideri e ci rifletti attentamente, si disperdono nei meandri delle sinapsi ed è sufficiente un nuovo interesse per distrarti e portarti altrove.

Questi ricordi fluiscono nella mia mente mentre mi accingo a entrare in autostrada. Non sto andando veloce, ma questo procedere oggi mi pare stranamente rapido.

Abbiamo un appuntamento a Torino e, come raramente ci capita, questa volta siamo in largo anticipo e quindi proseguiamo senza fretta il nostro breve viaggio che ci condurrà in città. Franca intanto legge compiaciuta un libro di Paolo Nori, declamando di tanto in tanto un paragrafo che la rallegra mentre io, tra una citazione e l’altra, mi lascio portare lontano nel tempo dai miei pensieri.

Ricordo che finalmente trovai lavoro a Torino. Lavoravo in un laboratorio di analisi e ricerca e mi ero anche iscritto all’università, al corso di laurea in biologia. Ero riuscito a trovare finalmente un lavoro estraneo al settore metalmeccanico che mi permettesse anche di avere il tempo per poter seguire i corsi universitari e studiare.  Ai tempi le università tenevano corsi serali e anche lezioni il sabato mattina. Ero molto determinato, la laurea rappresentava per me un traguardo importante. Ci diedi dentro per più di un anno sacrificando quasi tutto il mio tempo libero, ma procedevo lentamente. Non era facile coniugare studio e lavoro e un giorno un tarlo entrò nella mia mente.

Sarei riuscito a dedicare cinque o sei anni della mia giovinezza prevalentemente allo studio e al lavoro, lasciando solo scampoli di tempo per gli affetti e gli amici?

Inoltre i miei colleghi biologi mi fecero capire che il mio ideale di lavoro, come ricercatore biologo marino, non sarebbe stato un traguardo facile e comunque non mi avrebbe dato alcuna garanzia di uno stipendio sicuro che per me era assolutamente indispensabile.

Queste considerazioni mi destabilizzarono, finché un giorno capitolai e abbandonai l’università. Non ci fu frustrazione, anzi in realtà fu una liberazione!

Ricordo che continuavo a ripetermi “Ma perché non l’ho fatto prima?”. All’improvviso si spalancò una finestra sul mondo. Mi accorsi di avere un sacco di tempo libero. Il mio lavoro ruotava su sei giorni, sei ore al giorno, alle 2 del pomeriggio ero fuori. Avevo mezza giornata libera e io, arrivato dalla provincia, mi accorsi che Torino offriva una mare di opportunità interessanti.

Feci di tutto. Ripresi a fotografare con più consapevolezza e iniziai a frequentare circoli, mostre, concorsi fotografici e bravissimi fotografi affermati. Vennero anche pubblicate delle mie foto. E poi c’era il cinema. Con alcuni colleghi si era deciso che ogni mercoledì sera si andava al cinema. Selezionavamo il film che ci sembrava il più intrigante e dopo la visione cominciava un interessante scambio di opinioni.

Continuavo a ripetermi, ma perché non l’ho fatto prima? In quel periodo ebbi la fortuna di lavorare in un ambiente molto vivace, con persone molto eterogenee, intelligenti e originali, con propri ideali e proprie passioni. In quel contesto lavorativo ognuno di noi aveva il suo ruolo, non vi era una vera gerarchia poiché non vi era la necessità di sottolinearla. C’era una consapevolezza diffusa che permetteva a ognuno di avere il suo spazio, di lavorare, di manifestare i propri interessi e in qualche modo contagiare gli altri. Un collega un giorno mi parlò con entusiasmo di aver fatto un corso di vela, li a Torino, alla Lega Navale e che in garage aveva una deriva, un Fireball, in scatola di montaggio, da costruire (per la cronaca, lo incontrai molti anni dopo e la deriva era ancora in garage, da costruire). Questo smosse qualcosa nella mia mente, ancora un po’ infantile. Una vela… una barca da costruire… al centro del Piemonte… possibile? Riaffiorò un ricordo, di un velista francese che abbandonò tutto …

barca scapinello
La costruzione della barca in un garage

Poco tempo dopo mi ritrovai per caso davanti alle ampie vetrine della libreria Zanaboni in corso Vittorio, mi fermai. Una di queste vetrine era interamente dedicata alla casa editrice Mursia, la quale aveva un nutrito catalogo di libri su argomenti marini e sulla vela. Molti di questi erano stati scritti dai protagonisti delle prime popolari imprese veliche. All’improvviso mi chiesi “Chissà se il mio velista ha scritto un libro?”. Scorsi i nomi degli autori, sforzandomi di ricordare il suo, ma senza successo. Non era come ora che basta ticchettare sullo schermo dello smartphone per trovare quello che stai cercando. Allora dovevi usare l’intuizione e il più delle volte affidarti alla sorte. Cercai ancora un indizio tra i nomi degli autori francesi ma i loro cognomi non mi evocavano proprio nulla. Mi ero arreso e stavo per andarmene, ma il titolo di un libro attirò la mia attenzione: Un vagabondo dei mari del sud. Entrai e lo comprai. Solo per il titolo.

L’autore si chiamava  Bernard Moitessier. Più tardi a casa scoprii che per puro caso e inconsapevolmente avevo fatto centro. Avevo intercettato il “mio uomo” il quale aveva pubblicato altri due libri, La lunga rotta e Capo Horn alla vela. La vicenda, che alcuni anni prima aveva catturato la mia attenzione, era narrata nel libro La lunga rotta. Ma avevo fatto centro. Avevo scovato il “mio” sconosciuto velista ed ero stranamente curioso ed euforico.

Bernard non era un vero scrittore, ma aveva uno stile avvincente e i suoi libri, tradotti in molte lingue, ebbero in quegli anni un notevole successo. Fummo in molti a leggerli ed essere sedotti dalla sua “filosofia di vita”.  Bernard visse da anticonformista, guidato dai propri desideri piuttosto che dalle convenzioni sociali ed economiche. Il suo percorso di vita è stato un atto di ribellione contro il sistema e anche un modo per entrare in sintonia con la natura e in particolare con il mare. La sua barca ideale doveva essere robusta, essenziale, semplice, senza orpelli. Leggendo i suoi libri accadde qualcosa, che non saprei descrivere. È come se avessi trovato ciò che inconsapevolmente stavo cercando. Una nuova passione mi prese, navigare a vela in modo semplice, nella concezione di Moitessier. Cominciò una straordinaria avventura che prosegue ancora oggi. Sedotto dai suoi libri e da quelli di altri autori mi innamorai della vela, scoprendo che esisteva un contesto nella nautica, diverso da quello convenzionale, nel quale anche persone in condizioni economicamente modeste, riuscivano a vivere la loro passione marina.

Barca a vela Moitessier
La barca tra le colline di Zanco di Villadeati (Alessandria)

Mi iscrissi a un corso di vela alla sezione torinese della Lega Navale che in quegli anni era molto attiva. Il suo presidente Ernesto Quaranta, progettista, costruttore e restauratore di barche classiche, era un ottimo divulgatore e i vari istruttori che insegnavano nel circolo erano motivati e molto preparati sia sul piano teorico sia su quello pratico. Alcuni di questi erano più giovani di me: Daniele Tavella, Lucia Pozzo e Mario Quaranta. Erano così determinati che tutti e tre hanno proseguito le loro attività nella nautica, coniugando passione e lavoro. Daniele e Lucia sono diventati comandanti di barche d’epoca e Mario ha proseguito l’attività del padre continuando a costruire e restaurare barche. Lucia, oltre a essere una eccellente velista, è stata protagonista di importanti imprese veliche e ha scritto diversi libri, nel suo stile, senza prendersi troppo sul serio, in modo scorrevole e divertente, come solo lei sa fare: Uomini e barche, La Sfiga atlantica, Donne in mare, Tempesta in pentola, Naufragio in alta quota.

Barca a vela Moitessier Scapinello
Libri di Lucia Pozzo

Seguendo i loro insegnamenti imparai ad andare a vela e presi anche la patente nautica senza limiti e per qualche tempo collaborai come aiuto istruttore. Ero cosi preso da questa nuova passione, da quel contesto e dai libri che leggevo che maturò un desiderio irrefrenabile. Un sogno. Costruire una barca a vela e girare per il Mediterraneo.

Un sogno che sembrava impossibile da realizzare, non avevo le risorse e a fine mese dello stipendio non rimaneva un gran che. Dovevo trovare una soluzione. Proposi l’impresa ai miei amici Giuliano e Giancarlo, due dei tre coetanei esistenti in paese. Ero così infervorato che non so come, ma li convinsi a buttarci in questa stravagante impresa.

Ci serviva un’area coperta dove allestire il cantiere e a tal fine convincemmo i genitori di Giancarlo a lasciare libero un ampio garage, dicendo che lo avremmo occupato per poco tempo, d’altronde la barca era “piccolina”. Il nostro obiettivo era costruire una barca a vela in compensato marino, abitabile, di sette metri. Non avendo alcuna esperienza di costruzioni nautiche andai qualche volta a visitare il cantiere di Quaranta cercando di carpire tutte le informazioni utili e poi finalmente ci buttammo nell’impresa. Cominciammo costruendo le ordinate che vennero posizionate sullo scalo e procedemmo con costanza e determinazione nei lunghi lavori di assemblaggio, in ogni tempo libero a disposizione, in mezzo a mille difficoltà, per un anno intero. Ma un anno esatto dalla messa in opera dello scalo la barca era finita. Non rimaneva che realizzare un portale con dei vecchi pali di recupero per poterla sollevare a un metro e mezzo d’altezza ed essere caricata su un camion per il suo viaggio verso il mare. Anche Gianni, il terzo amico, che non partecipò alla costruzione, poiché frequentava seriamente l’università, ci incoraggiò a modo suo. Ogni tanto si affacciava dalla finestra, di fronte al cantiere, dicendo “Ho fatto una crostata, che dite, ce la mangiamo?”. Era la sua modalità per contribuire all’originale impresa. Apparvero anche articoli sui giornali, d’altronde era abbastanza singolare che tre ragazzi poco più che ventenni, tra le colline del Monferrato, si cimentassero nella costruzione di una barca a vela. Scoprii in seguito che un ammiraglio di Roma, in vacanza in paese, in nostra assenza faceva visita al “cantiere” confidando ai genitori di Giancarlo che “sorprendentemente” il lavoro procedeva correttamente.

Il varo fu una sorta di esame di laurea e mi fece vivere uno dei momenti più esaltanti e emozionanti della mia vita.

Rizzammo l’albero a mano e dopo aver tesato i cavi d’acciaio che lo mantenevano in posizione, la barca venne calata in mare. Vedere la chiglia che si immergeva per la prima volta in acqua mi diede il capogiro, stavo per svenire, ma subito fui preso dal terrore “e se non galleggia correttamente… e se c’è un’infiltrazione… e se sbanda… e se abbiamo dimenticato…” ma Stribog si adagiò sull’acqua, bella e maestosa come solo una barca a vela sa esserlo. Nessuna infiltrazione. Fu allora che i nervi cedettero. Mi sedetti nel pozzetto e piansi, come un bambino.

Barca a vela Moitessier

Sono passati quarant’anni da allora e ci sarebbe troppo da raccontare.

Continuo a guidare e ripenso a come è nata questa passione che mi ha portato fin qui. Penso alla sua genesi. Al fatto che non ci fossero assolutamente i presupposti perché potesse accadere. E invece è successo. È bastato quell’attimo, un solo aneddoto, carpito per caso, da un programma televisivo, a far scaturire quella scintilla che ha deviato inesorabilmente il percorso della mia vita.

Come dicevo, oggi abbiamo un appuntamento. Un appuntamento alle Teche RAI di Torino dove ci hanno riservato due postazioni per visionare un programma. Un programma di Adriano Di Majo andato in onda in tre puntate alla fine degli anni settanta, Ventimila leghe sopra i mari, nel quale è contenuto l’episodio che ha acceso la mia giovanile curiosità.

Sono rimasto sorpreso della rapidità con la quale la Rai ha risposto alla mia mail. Noi, la Rai la sentiamo lontana, irraggiungibile, un altro mondo. Invece la risposta è arrivata con sollecitudine confermandomi che, il filmato chiesto, risultava presente nel loro archivio e invitandomi a Roma per la visione. Non mi pareva vero che una cosa a cui pensavo da anni si sarebbe potuta avverare, ma un tale viaggio non era nei miei programmi. Presi tempo, comunicando che non abitavo nelle vicinanze di Roma bensì in Piemonte. Nessun problema, risposero, anche alle Teche Rai di Torino vi era lo stesso servizio e mi girarono il contatto della città subalpina dove una gentilissima addetta organizzò rapidamente un appuntamento per la visione del programma.

Ed eccoci finalmente a Torino.

Tra una manciata di minuti saremo alla Rai. Sono  molto emozionato, non riesco proprio a immaginare come mi sentirò e che cosa riecheggerà dal passato.

Solo ora realizzo quanto sia straordinario potersi immergere, anche se solo per una manciata di minuti, nel proprio passato e poter rivivere in prima persona un frammento significativo della propria giovinezza.

E chissà se quell’episodio che, da più di quarant’anni ronza nella mia mente, corrisponderà esattamente a ciò che vedremo, tra poco, sullo schermo?

  • credito foto in apertura Federica Giudice
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