Stavo leggendo senza costrutto un recente volumetto che raccoglie alcuni interventi critici di Ingeborg Bachmann: inservibile alle mie futili ricerche, mi ha però ricordato una frase, tratta da Malina, che viene voglia di citare spesso. Quella dove Bachmann dice: “Ma la notte e da soli nascono i monologhi erratici che rimangono, perché l’uomo è un essere oscuro, è padrone di sé solo nelle tenebre e di giorno ritorna alla schiavitù”.
Ho ripensato a questa “notte”, oltre all’aggettivo “erratico”, quando ho avuto tra le mani Microgrammi di Robert Walser, ovvero alcuni tra i testi fittamente scritti a matita prima e durante il lungo ricovero e finalmente disponibili in versione italiana
Cioè: è stata edita da Adelphi una minuscola ma significativa parte di essi – basti pensare che in lingua tedesca i Mikrogramme sono stati pubblicati tra il 1980 e il 2000 in sei volumi, segno evidente che il libro da poco tradotto ci lascia appena all’anteporta di un’opera a un tempo sterminata e misteriosa.
È anche utile sapere che questi microgrammi in italiano risalgono al periodo 1926-29: Walser lo trascorre nella mansarda di Luisenstrasse a Berna, ultimo domicilio conosciuto prima dell’ingresso nella clinica di Waldau e quindi, nel 1933, nell’ospedale psichiatrico di Herisau dove rimane per vent’anni, dal 1936 al 1956, e dove si credeva avesse cessato di scrivere. Gli altri testi sono di poco precedenti poiché il cosiddetto “Territorio della matita” incomincerebbe per lo scrittore svizzero nel 1924. Accanto alla puntigliosa traduzione di Giusi Drago, a riprova della eccezionalità dei componimenti di questo Territorio, è presente l’originale in copia anastatica (ma non crediate di riuscire a leggerla, al meglio si può divinare).
Comunque. Mi sono fermato a lungo su una delle poesie raccolte perché in apparenza più semplici da decifrare rispetto alle prose, che danno l’impressione di una scrittura quasi automatica, senza però comunicare quel senso di “essere parlato” invece che di “parlare” così caro in terra di Francia e a noi studenti di almeno mezzo secolo fa.
La poesia compare a pag. 72, laddove Walser dice di uscire dalle sue notti come da “una tomba di granito”, dopo essere stato in qualche modo sorvegliato da qualcuno, appollaiato sulla o “nella cesta da viaggio o della biancheria” che dà il titolo al componimento (in forte anticlimax con l’immagine cimiteriale). Si tratta di un “feroce servitore”, che ha a che fare con il pensiero del poeta, con il suo irriducibile “appartenere a se stesso”… Walser chiude poi in pochi versi lo sdoppiamento e l’incubo della notte senza svelarlo, esce dal suo sepolcro notturno senza farci vedere (forse) il suo cadavere e le anime in pena di un minaccioso o sofferente passato, assicurando però che nessuno vorrebbe essere lui, ovvero aver visto e saputo così tanto e aver così niente da dire…
A questo punto, per capire in che cosa consiste questo indicibile niente (e il tono in cui viene pronunciato) e per compiere l’impossibile impresa di guardare dallo spioncino di una cella (magari posta in una torre) Walser a Herisau, bisogna riandare a un sicuro claim di Roberto Calasso – “difficilmente potrà evitare l’equivoco totale su Walser chi non riconosca che ogni sua parola sottintende una precedente catastrofe” – e poi continuare a leggere Microgrammi con molta pazienza o incominciare a dormire sonni agitati a nostra volta. Accettando il paradosso che questi frammenti, già sfuggiti alla comprensione di Carl Seelig – il biografo dell’illustre internato se li vide in parte recapitare in 526 fogli dentro una vecchia scatola di scarpe – sono diventati il centro dell’imprevedibile leggenda di un uomo/scrittore “erratico” sulla carta (ecco!) ma tumulato vivo.

Si può anche chiedere aiuto a W.G. Sebald, che affronta il Bleistiftgebiet, ovvero il Territorio della matita o il Paese del Lapis, ne Il passeggiatore solitario, raccolto anche in Soggiorno in una casa di campagna (Adelphi).
Per W.G. Sebald, questi testi redatti con una calligrafia alta due millimetri sono insieme crittogramma e segno di sopravvivenza della scrittura di Walser, e evidenziano “la terribile precarietà della loro esistenza, la prismatica mutevolezza dell’animo, il panico, l’umorismo meravigliosamente capriccioso e imbevuto di cupa afflizione, l’infinito e caotico accumularsi di foglietti”. Anche in virtù di questo ventaglio di evenienze, parlavo del tono difficile da afferrare dei Microgrammi e sottolineavo “il sottinteso della catastrofe”, di cui mette in guardia Calasso. Che cosa significano qui, per esempio, una divagazione sulla Svizzera in forma di lacerto di articolo di viaggio (pag. 24 e pag. 28) o un satirico necrologio (pag. 88)? E la trasognata descrizione di un giorno illuminato da un amore sororale (pag. 116) poco discosta da un’impassibile fantasticheria di castrazione (pag. 162)?
In Soggiorno in una casa di campagna (Adelphi), Sebald affronta Walser all’interno di una serie di saggi dedicati alle “derive compulsive dello scrivere”. Il tedesco paga il debito con lo svizzero cercando di “fissarlo” in qualche modo sulla sua, di pagina, poiché è riuscito in qualche modo sempre elusivo al suo eminente lettore. Walser nell’opera a matita gli comunica precarietà attraverso centinaia di situazioni e di personaggi i quali per un tempo infimo appaiono per poi svanire – in una parata di insignificanza a fronte della grandiosità da grancassa dell’epoca in cui lo scrittore vive – quasi fossero una metafora dell’esistenza annichilita del loro creatore. Sebald conclude che Walser è il più solitario degli uomini e, tra i solitari, il più sradicato e il meno legato a beni materiali: non ha potuto dire suo alcun luogo né mai vantato possessi terreni – muore essendo padrone al più di due abiti.
Quasi per dare corpo a un fantasma, Sebald inserisce all’inizio del suo saggio sette ritratti fotografici di Walser. Sono sorprendenti per la loro capacità di rappresentare negli anni l’evoluzione/involuzione/sparizione dello scrittore svizzero: si passa dal ragazzo dal viso intento della prima foto all’artista berlinese, dal “brigante” oscuro e inattendibile a un uomo con ogni evidenza disperato, fino a fermarsi sul commovente viso del vecchio di Herisau – arreso, in pace, vittoriosamente evaso da tutto e fedele solo a se stesso, come affermato nella poesia Nella cesta da viaggio o della biancheria? Ecco dunque Robert Walser, inesistente e dimenticabile quasi per sua volontà, parente stretto di Bartleby in vita e nelle opere (di Bartleby e Walser abbiamo già scritto qui). Seguirà la foto, questa forse indimenticabile, di un cadavere riverso nel bianco abbagliante della neve.

Schiaccio per un attimo il tasto del rewind con un ricordo personale. Per molti anni, nella mia ignoranza ho creduto che Robert Walser avesse scritto soltanto La passeggiata (1917, Adelphi 1976), a cui avevo accostato in uno scaffale l’intonso Passeggiate con Robert Walser (Adelphi 1981) di Carl Seelig, l’amico mecenate che ne curò l’opera e ne evitò l’oblio.
La passeggiata, e spiego il mio errore, incarna alla perfezione l’idea dei “libri unici” su cui Bobi Bazlen e Calasso hanno costruito un catalogo e una fortuna editoriale.
Comunque. Spesso in questi anni, mi sono rimesso sulle tracce delle altre prose di Walser, quelle per così dire ufficiali, per conoscere qualcosa di una vita solitaria segnata se non dalla follia dall’esclusione dal mondo: Walser, nato a Bienne nel cantone di Berna nel 1878, è attivo come scrittore, seppure con scarsa fortuna, per un trentennio, dal 1898 al 1929, a Zurigo, Berlino, Bienne e infine, prima dei ricoveri per schizofrenia, ancora a Berna.

Conto ora che sono ormai 16 i libri di Walser considerando solo quelli editi da Adelphi. Il primo scopro essere Jacob von Gunten (1970). L’ultimo, L’assistente, ritradotto da Cesare De Marchi, era già apparso nel 1961 per Einaudi nella storica versione di Ervino Pocar – L’assistente, Jacob von Gunten e I Fratelli Tanner sono i tre grandi romanzi del periodo berlinese (1905-1912).
Il Walser visto da Carl Seelig è assai meno poetico di quello di Sebald, non foss’altro che l’amico e biografo è frenato dal desiderio di riportare con fedeltà diaristica le sue escursioni con il degente di Herisau. Le Passeggiate – lunghe e stremanti per un uomo non più giovane o così si direbbe dal chilometraggio – sono un curioso elenco di località e paesaggi, di locande e piatti gustati, tra cui affiorano i sicuri giudizi letterari dello scrittore e il ricordo dello scacco da lui subìto nel campo delle lettere. Walser lo attribuisce alla necessità, costantemente messa in pericolo dall’indigenza, di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura – in caso contrario, si producono solo “arabeschi” – nonché a una mancanza di “istinto sociale”, per offrire al pubblico il necessario spettacolo, e di sensibilità borghese – ai borghesi Walser ispirava la diffidenza di un uomo che può finire alcolizzato o vagabondo, lo consideravano, dice, un “pendaglio da forca” (mi riferisco alla passeggiata del 28 gennaio 1943). Significativo, anche perché ci riporta ai personaggi dei libri, è il resoconto dei fallimenti sul lavoro, quale la breve avventura negli insopportabili panni di cameriere. Leggendo Seelig, la disperazione di Walser – che a Herisau pare a suo agio come, azzarda lui, Hölderlin nella sua torre (!) – si rivela essere legata per così dire al sociale e le si contrappone lungo il cammino l’ammirazione estatica suggerita a Walser dalla natura – gli basta un cielo di nuvole – o da una donna che lo serve in un locale.
Non posso affermare di avere amato e dimenticato La passeggiata o il ritrovato Jacob von Gunten: quando li riapro adesso, trovo le orecchie alle pagine e le sottolineature che, progredendo il testo, vanno progressivamente a rarefarsi, fino a scomparire ben prima della fine. Posso forse ricostruire che cosa mi aveva deluso ne La passeggiata? Semplicemente il fatto che Walser comunicava un’estraneità aliena verso il mondo borghese e non un tentativo di contrapposizione o sovversione più o meno attiva – io leggevo negli anni Settanta, oggi potrei rovesciare la valutazione essendo cambiata la sensibilità, mia e quella dei tempi.

Jacob von Gunten, invece, mi richiama alla mente tutti i nomi e i cognomi da Bildungsroman raccattati per caso da ragazzo negli studi o imparati al cineforum – penso al Wilhelm Meister di Goethe rivisto da Wenders-Handke in Falso Movimento, al Törless di Musil nella versione di Volker Schlöndorff ma anche a Kafka rifatto da Orson Welles. Jacob von Gunten aveva, per me allora, almeno il vantaggio di descrivere un universo concentrazionario – l’istituto Benjamenta – come quello in cui credevo io stesso di vivere, e di fornire a fine volume una nota di Calasso. Non ho visto invece il film che ne è stato tratto nel 1995, Institute Benjamenta, di Stephen e Timothy Quay. Questi primi Microgrammi indurrebbero se ce ne fosse il tempo a ricominciare da capo la lettura e attraversare la notte…



