Ho preso da uno scaffale un libro dimenticato, dimenticato due volte perché l’autore è morto da mezzo secolo e per lo stato in cui versa la poesia. È molto che volevo parlare di Vittorio Reta, il giovane genovese che ha scritto un solo libro, prima di andarsene, e incomincio a farlo ora, limitando quasi per prudenza il campo.
Mi soffermo infatti sulla prima sezione di Visas, datata ’69-’70, ma smentita (almeno) da due testi che portano in calce l’indicazione “Dubrovnik ’72” e da un rimando interno al ’71.
Visas contiene – questa è l’immediata impressione di chi legge veloce e resta colpito dal succedersi in qualche modo ammaliante dei versi – il taccuino stravolto di un viaggio continuo, reale o mentale, questo non è dato saperlo.
Di sicuro è un viaggio (prepotentemente e forse persino romanticamente) letterario, composto di lunghe linee fluide o spezzate e di parole abbandonate a sé, usando gli spazi tipografici per fare pesare diversamente i versi/brandelli di testo posti in pagina.
Trascuro per il momento le altre due più stringate sezioni del volumetto giallo e quadrato, inconfondibile, pubblicato da Feltrinelli – unica edizione di poco più di mille copie nel 1976, che si vende oggi su eBay attorno ai 250 euro, la mia copia però è molto segnata, incisa tanto tempo fa da una matita appuntita – le lascio, le altre due parti, Treni e Sinapsi Synopsis, a un più tardi che forse sarà mai.
Leggo intanto l’esordio di Visas e se comprendo l’incontro (detto volgarmente) d’amore e morte, straziato e furibondo che attraversa e sconvolge il testo, mi fermo davanti all’inapprendibile proliferazione dei significati – l’impressione è quella di rimanere prigionieri in un’intricata tessitura zeppa di cut up e frasi ready made e citazioni e associazioni e salti e scivoli in linguaggi difformi e in lingue straniere ecc. ecc.
Così mi faccio scorrere davanti agli occhi le singole parole e mi fisso sui luoghi indicati dai versi, per esempio su un albergo in Marocco, dove trovo la precarietà istituzionalizzata e spesso scalcinata dei carcerati del viaggio della mia povera e invecchiata generazione.
Ma Vittorio Reta – che, vedremo, arriva lì in una sorta di obbligato pellegrinaggio – non diventerà mai vecchio, pur se è antico e inservibile il suo medium, la poesia come idea e prassi, poesia perdipiù d’avanguardia. Vittorio Reta si ferma ai trenta.
Io mi fermo, dicevo, sui termini che mi danno indicazioni topografiche, del resto l’ambientazione è il movimento stesso, al di fuori di una piana comprensione che sembra un sacrificio all’incertezza: Visas è una continua e angosciata ricerca di cui si relaziona, prima durante e dopo un addio, o sempre in mezzo, e lascia il dubbio se tratti di un inseguimento o di una qualche forma di diserzione.
Visas sta per visti in inglese e insieme, in latino, per visa al plurale, “cose viste”. Dice la dedica, secca come un timbro: “Visas per Patrizia Vicinelli”, le cui “dita da poetessa” sono citatissime anche quando non fanno magici abracadabra, e dallo stantuffo di una siringa potrebbero finire a stringere le sbarre di un carcere. Dunque: Visas non è davvero per noi ma è solo per lei, la privilegiata e unica interlocutrice. Una poetessa e perdipiù d’avanguardia.

Siamo ora a Tangeri – la città più nominata, dove forse si muore, “Tanger de mort” – dove si spendono dei dirahm nella medina per Patrizia ecc. ecc. È la lunga terza poesia della raccolta che dà il tema di un attonito distacco. Quindi, consci oppure stoned (a lettere maiuscole), qualsiasi cosa significhi, rimbalzeremo magari in Avenida de la Luz, a Barcellona (“sullo sfondo di una vecchia Africa”). E poi, nell’indifferenza ostentata da Reta per la scelta degli itinerari, peregrineremo in un ventaglio di posti, appena nominati, tra tanti caffè, hotel e pensioni: Gmunden, dove lei “sa camminare da sola”, o Elberfeld, Roma o Venezia, e Parigi, a P.te Clignancourt e in quel tal cinema, credo sia Le Champo, dove danno Goto, l’ile d’amour (chi si ricorda di che cosa parlava?)…
“in qualunque direzione vada a corto di vene di sangue / di un passaggio”, nella quarta poesia della raccolta, segna il vagare a vuoto, quasi delirante, nell’assenza di lei in una imprecisata “città d’oltretomba”. È sempre a Tangeri che si torna? Via il punto esclamativo.
Parole e luoghi feticcio non consolano nessuno se non per un flash (“un grumo di flash inutilizzati”), insieme a sintagmi più volte ripetuti – le parti del corpo della donna, le dita appunto, l’arco delle sopracciglia, il velluto rosso (del sesso?) e i suoi vestiti, la pelliccia di coniglio, gli occhiali neri.
Patrizia Vicinelli ha l’atteggiamento di una “greta garbo” da subito – se un vero tempo scorre nei versi e non è un presente esploso e invivibile perché indistinto o già rinnegato da un passato e da un futuro – Patrizia Vicinelli è un’eterna mancanza per Reta, è la fuggitiva. Anche nei trip, direbbe un civettuolo lettore coevo, del resto “vene” è una parola chiave della sezione, e il flash citato sopra può entrare nel fitto campo semantico relativo agli stupefacenti, accanto a eroina e morfina, o dei farmaci, come l’antipsicotico Largactil…
l’avvicinarsi fu il primo trauma che non si disfa, ma si sfilaccia / negli scompartimenti dei treni, nelle cabine delle navi, nelle fughe di notte / dei guignols raffrenati come palloni sonda di orgasmi silenziosi
Forse anche Vittorio Reta scappa dalla ragione piccolo borghese di un insostenibile mondo disciplinato e strutturato conscio che la poesia (già allora) socialmente non dà passaporti e non vale niente – ricordo che sono anni in cui si legge il potere al modo di Foucault, come una feroce microfisica applicata al corpo, e che si ammirano i poeti di Tel Quel e Julia Kristeva, qui citata in esergo. E comunque Vittorio Reta sa molto bene anche che è
assolutamente da leggere in / un rischio il fatto di essere ciò che si scrive
A Patrizia Vicinelli il poeta genovese spedisce le cartoline di cui si parla due volte nel testo, e nomina anche un post office… Mi tornano alla mente, per via del mezzo e del destinatario, poiché Visas sembra contenere una qualche forma di resoconto/ricordo – là volutamente burocratico, qui sottosopra – le Postkarten di Sanguineti (Feltrinelli, un altro libro giallo) destinate alla moglie Luciana… Invece Visas è tutto per Vicinelli.
Se Reta ne scompone il nome (Patrizia), strappandolo e lacerandolo in lettere e sillabe sarà per farne il correlativo oggettivo di un’esplosione psichica o il virtuoso gioco di prestigio del poeta in omaggio a una raccolta della collega (che, scopriremo, invece lo trova “grezzo”)?
Con e per Vicinelli, Vittorio Reta disorganizza il viaggio inventato da cui non esce mai o non riesce a uscire mai o è lo scacco che si è creato per esorcizzare o meglio per esprimere la pulsione di morte, fosse pure in un “rail di desiderio”. Si comincia e si finisce sempre, quando non si riesce a far brillare insieme in un incanto tutti i cahier di appunti e le culture del mondo, come nella diciannovesima poesia:
nella celebrazione diretta della distruzione
“in negativo” / lontano da un Heimat possibile / in cui il personaggio non riesce più ad entrare / per gli stretti vicoli di un idillio con la rivoluzione
Avrebbe detto Vittorio Reta che il linguaggio è al servizio, sempre, della pulsione di morte – dichiarazione ripresa da Alfredo Giuliani e riferita a un’intervista al Messaggero in cui Reta dice anche che il pubblico della poesia censura la pulsione stessa. Ma che cosa significa pulsione di morte per Vittorio Reta? Di certo ha letto Jacques Lacan, che afferma: “La pulsione di morte è il reale in quanto non può essere pensato se non come impossibile…”. Di certo, la inscrive al simbolico e il simbolo, per dirla in modo piano, si manifesta in primo luogo come uccisione della cosa, e questa morte costituisce nel soggetto l’eternizzazione del suo desiderio…

Comunque. Questi Visas impossibili di Reta – questa poesia più “da survivere” che da scrivere, come dice in un verso – non hanno quasi stampa per loro quando escono in libro. Nel 1977 ne parla appunto, a poeta morto, Giuliani su Repubblica, limitandosi a dire che Vittorio Reta nelle sue mortuarie poesie d’amore “mette in sospensione attimi di delirio in un collage labirintico che non offre mai al lettore una via d’uscita” e sottolinea che Reta gli ha rubato versi o pezzi di versi, citando pure le pagine (sai che ci importa): si lamenta quasi il poeta delle Droghe di Marsiglia, il quale, come Sanguineti – intervistato anni dopo – si preoccupa troppo se Reta sia o no una gemmazione del loro famigerato gruppo ’63.
Critici: nella sua ridicola prefazione al volumetto giallo, il professor Luciano Nanni (un imbecille difeso poi dai colleghi accademici) dice che la poesia di Reta assomiglia a Wichita Vortex Sutra di Allen Ginsberg (ma quando mai?) e che, stretto nel libro, il testo corre con tutte le funzioni del corpo (buon ultima la mente) verso gli orifizi (sette) di una donna, e questa è appunto la poetessa Patrizia Vicinelli…
A margine. La prefazione del libro dà luogo a un momento involontariamente comico della breve vita di Reta: scrive (o telefona) al critico, è scontento – infuriato – del testo che ha letto a libro già stampato – lo racconta lo stesso Nanni, alcuni anni dopo, in un nuovo sproloquio sulla sua funzione privilegiata di interprete – il documento è reperibile su Internet.
Ma chi era Patrizia Vicinelli? Poetessa lei sì agli esordi del gruppo ’63 (classe 1943) poi poetessa performer poi poetessa tossica, e al cinema, in un bagliore accecante, pittrice eroinomane, è quasi una strega, che dipinge col sangue della siringa appena usata nel film cult Amore tossico di Claudio Caligari.
Invece. Vicinelli è bellissima nelle immagini di un libro fotografico, Le parole esposte (Crocetti), dedicato ai poeti di fine secolo da Niva Lorenzini. Le foto danno un piccolo shock da incontro. Vicinelli è vicino a Giorgio Celli in un convegno del ’66 a La Spezia, sigaretta e dita al cielo, abitino nero e collana di perle, scarpe col tacco e calze di nylon, vent’anni di occhi bistrati e capelli neri. In un’altra, sembra un ragazzo, magrissima di profilo, i capelli rasati a zero, meno un mazzo di riccioli densi e sbionditi, stile punk; è passato un secolo in due decenni, è passata una stagione (secondo il luogo comune: all’inferno?).
Vittorio Reta è vicino a lei nella pagina del libro di Niva Lorenzini – ma i due stanno e pour cause in immagini separate – lui tutto sguardo e con una maglietta a sottili righe orizzontali, lui che in un’altra fotografia sembra più adulto di quello che è, addirittura una testa di statua, mentre si fa fare la barba all’aria aperta.
Lo vedo in copertina del bel libro di Le Lettere che molti anni dopo, nel 2007, riprende Visas rendendogli omaggio, e aggiunge testi inediti e analisi e notizie biografiche, per la puntigliosa cura di Cecilia Minciacchi Bello – c’è anche una sorta di riassunto/interpretazione in musica contenuto in un cd (Visas per Vittorio Reta) del contrabbassista Stefano Scodanibbio.

Ecco. Tutte le volte che apro e scorro Visas mi chiedo quanto c’è stato di vero e quanto di immaginato – di immaginario – in questo rapporto che pare a senso unico tra un ragazzo e una donna appena più grande.
Ricordo di aver letto da qualche parte che neanche si conoscevano e la cosa mi parve plausibile in un momento storico in cui le poesie potevano vivere di per sé, staccate dalla realtà, nel loro gioco onnipotente.
Nel libro a cura di Minciacchi trovo riportata in un’intervista a Sanguineti la più caritatevole interpretazione (per una volta andremo d’accordo con Saint-Beuve) che Reta fragile e ipersensibile avesse patito la libertà anarchica di Vicinelli, che lui fosse preso da lei e lei no.
Credo che nessuno abbia trovato (o cercato) tracce di Vittorio Reta nel percorso poetico di Patrizia Vicinelli: non esistono perché Reta non era importante per lei oppure ci sono e sono esse stesse così poco importanti? Poco importanti come la morte di un ragazzo?
Trovo finalmente, sul blog La dimora del tempo sospeso, un’intervista fatta da Giorgio Di Costanzo a Vicinelli, a casa sua, in via Siepelunga (Bologna) nel 2007. Dice Vicinelli: “…Ricorderai certamente il processo a Braibanti, in un clima liberticida, da caccia alle streghe, il ‘diverso’ di qualsiasi specie è sempre stato perseguitato dal potere, fui arrestata nell’aprile 1968, qualche mese dopo la cattura di Aldo Braibanti e poi… una latitanza durata circa 11 anni, in Marocco, ma la storia sarebbe troppo lunga e complessa… A Tangeri incontrai Vittorio Reta che venne apposta per conoscermi, era timido, introverso, con frequenti crisi depressive, lessi le sue poesie, mi sembravano un po’ immature, ‘grezze’, riscrisse ben tre volte il manoscritto e poi… Nanni Balestrini lo pubblicò nel 1976 da Feltrinelli con il titolo: Visas, cioè visti, passaporti, ma anche cose viste. Mi dedicò il libro, ma dopo qualche mese, come ben sai, Vittorio si ammazzò con un colpo di pistola in bocca. Era nato nel 1947, aveva problemi esistenziali con la famiglia, mi telefonò due giorni prima… ero a letto, febbricitante”.
Davide Fraccon, invece, dice: “Avevo sentito parlare di lui [Vittorio Reta, ndr] da Edoardo Sanguinetti (sic) in un incontro di fondatori del gruppo ’63 ed ero rimasto colpito da alcune parole pronunciate su di lui. Veniva definito persona che non avrebbe saputo reggere il peso della sua tristezza esistenziale, come Patrizia. Di Patrizia ricordo solamente la sua grande delusione per non vedersi riconosciute le sue opere come avrebbe voluto, ma rileggendole ora, mi rendo conto che le sue poesie ispirano una grande tristezza e non vedo, specialmente oggi, chi le possa apprezzare appieno”.
Sulla permanenza in Marocco di Vicinelli, segnalo i versi di C’era una volta in Marocco ovvero Morocco made in Non sempre ricordano, Ælia Lælia Edizioni, 1985.

Vittorio Reta, nato a Genova nel 1947, muore suicida sulle alture di Recco, a Megli, nel settembre 1977. Laureato in lettere, aveva poi frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.
Il giorno dopo al suicidio Il Secolo XIX non dice che era uno scrittore ma titola che si è ucciso per disperazione un giovane disoccupato. Sarebbe stato meglio definirlo un “inetto”? Così ribadisce Sanguineti, il poeta e critico dei miei tempi aridi, intervistato da Minciacchi. Sanguineti abita per puro caso nel condominio di via Cabella a Genova proprietà della famiglia Reta, la famiglia di cui Vittorio, succedendo al padre, non ha saputo prendere il comando. Per molto tempo, nella casa, la nipote di Reta tiene aperto un delizioso bed&breakfast.
Sapevo di misurare tutto passandolo poi al vaglio del tuo sguardo quando / contraevi / le lunghe dita e dicevi: sono da poetessa
Vittorio Reta è il poeta estremo e indimenticabile della mia gioventù, non venitemi a parlare di darii bellezza e altri pseudo rimbaldiani pagliacci.

Aggiungo: si è dato rilievo al fatto, divenuto fatidico, che Visas sia uscito poco prima del suicidio del poeta. Dovrebbe essere il segno che il ragazzo – perché a trent’anni nel 1977 si era ragazzi – in queste poesie aveva bruciato tutto se stesso, lasciandoci insieme un esordio e un testamento. Queste poesie dovrebbero dunque contare molto per lui. Ma Vittorio Reta col suo gesto (forse) indica il contrario: relega piuttosto il testo di Visas all’irrilevanza, lo sottovaluta (forse) snobisticamente, lo abbandona all’insuccesso delle poche copie vendute, ed esce così dalle file degli ispirati poeti maledetti. Aveva tra l’altro, prima e dopo Visas, scritto altre poesie, un romanzo, e girato un film (entrambi finiti chissà dove).
*Grazie a Simone Rovere per la sua tesi Visas di Vittorio Reta: un’analisi metrico-stilistica



